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L'incipit | #15 "Gli angeli del bar di fronte" di Elena Genero Santoro

Incipit - Gli scrittori della porta accanto
Alzarsi al mattino era sempre più dura. La notte facevo spesso le tre e poi ero stanca morta. No, non mi dedicavo ai bagordi. Magari avessi avuto di che festeggiare. Lavoravo, invece. In un malfamato bar di Torino, di quelli che aprivano più tardi al mattino, ma che poi la sera andavano avanti a oltranza, situato dalle parti di Porta Palazzo. Il nome del locale era “Il Bar di Fronte”, ed era sottointeso, a detta del gestore, che quel nome intendesse “il bar di fronte al tiglio più bello del controviale”. Dovevo convenire che c’era veramente una pianta imponente, nel raggio di pochi metri, ma da lì ad affermare che il significato del nome del bar fosse così scontato, ce ne passava.
Mio padre era morto l’anno prima e a casa i soldi iniziavano a scarseggiare. Un tempo eravamo benestanti, ma poi con la crisi, il decesso del babbo e la
depressione di mia madre c’era stato qualche problema. Mia sorella Eleonora oramai si era sposata, viveva a Milano, non la vedevamo di frequente. Sicuramente stava molto meglio di noi. In casa, un ampio alloggio di un edificio dalla facciata eclettica situato in via Cibrario, ormai c’eravamo solo io e la mamma, anche se lei viveva rintanata nella sua stanza, dormiva tutto il giorno e si nutriva di antidepressivi. Averci a che fare non era piacevole e stavo meditando di trasferirmi dalla mia amica Anna, per lo meno per un po’, anche se questo avrebbe implicato ulteriore esborso di denaro. Eppure stavo valutando l’idea, se non altro perché dovevo terminare gli studi, concludere una volta per tutte, e invece non ne venivo a capo. Mi mancava poco, dovevo finire di scrivere la tesi e trovare il tempo di discuterla, ma, da quando avevo iniziato a lavorare al bar, ero sempre distrutta e non avevo mai né la testa né la voglia di accendere quel dannato computer e applicarmici. Il professore si stava seccando. Sperava di vedermi un po’ più presente nella Facoltà di Fisica, per lo meno nei laboratori, dove avevo il materiale da analizzare. La verità era che a lui i miei dati servivano, con urgenza per giunta, perché doveva rivenderseli il più in fretta possibile e trarne del lustro, ma io ormai ero nell’impasse più inerte e seguitavo a non dargli alcuna soddisfazione.
Comunque, al mattino bivaccavo abbastanza e mi trascinavo fino al primo pomeriggio quando era ora di prendere servizio. Quando arrivavo, trafelata perché il tram era sempre in ritardo, Armando, il proprietario, era già lì. E poco dopo il bar si popolava di alcuni individui, sempre più o meno gli stessi, che di fatto erano i cosiddetti “clienti fissi”. A lungo mi ero stupita della fedeltà di quei figuri, che incuranti del fatto che il bar fosse una vera bettola non avevano mai tradito Armando con il suo dirimpettaio, solo un po’ più decente, al di là del viale. Probabilmente erano in cerca di un surrogato di famiglia, e con Armando si sentivano a casa. Ciò di cui avevo avuto modo di rendermi conto era che Armando era un ottimo ascoltatore: discreto, molto empatico, insomma, alla gente piaceva. Un barista nato, dunque, almeno secondo i miei canoni.
Chissà perché allora non dava al suo locale un tono più trendy, e continuava invece a lasciare che fosse un bugigattolo dall’arredamento spartano e dall’aspetto mai troppo pulito, per quanto io mi spezzassi la schiena a fregare i pavimenti dopo la chiusura. Evidentemente ad Armando conveniva mantenere quell’assetto. Forse la sua era una scelta economica. Comunque di soldi ne faceva. E poi teneva anche le macchinette, quelle che alcuni clienti con il vizio del gioco foraggiavano quasi quotidianamente.
Tra i clienti fissi c’era Giovanni, un uomo di circa cinquant’anni portati malissimo. Su Giovanni, come sugli altri, Armando non esprimeva giudizi, ma io ero abbastanza sicura che quel poveretto, cassa integrato da mesi, fosse ipocondriaco. Non era chiaro se l’assenza di lavoro fosse la causa o l’effetto del suo disagio, ma ogni giorno arrivava a farsi il suo cicchetto tenendo in mano un referto medico e poi ci ammorbava tutti con l’esito della più recente colonscopia, o della tac alla colonna vertebrale. Nell’ultimo periodo, diceva, gli era venuto mal di schiena, e bisognava capire se il problema fosse un’ernia che quasi sicuramente gli era uscita, o il colon irritabile. Era stato seguito da diversi medici, e nessuno di loro sembrava dello stesso parere: chi propendeva per l’ernia, chi per l’intestino. Io non sapevo se credere a tutto ciò che raccontava e pensare, come lui, che il servizio sanitario nazionale fosse composto da una manica di incompetenti, oppure se propendere per la mia idea iniziale: tutte quelle analisi, tutti quegli esami, non erano frutto dell’incompetenza dei medici, ma delle sue continue richieste. Dunque Giovanni poteva essere un malato immaginario. Certo era, però, che soffriva.
Poi, come sempre, quel giorno arrivò Carla. Carla era una disoccupata sulla trentina e oltre, piccola, magra, scura di pelle, con un taglio di capelli da dura, alcuni tatuaggi disseminati lungo il corpo e una gravidanza in stato avanzato. Del padre del nascituro, un maschio, non c’era traccia e lei non ne parlava mai. Di solito entrava e si accomodava al bancone, che ormai toccava con la pancia, e chiedeva da bere. In genere prendeva una bibita, ma qualche volta si concedeva pure qualcosa di alcolico. Ogni tanto si sedeva alle macchinette e faceva qualche puntata, perdendo regolarmente qualche decina di euro. Non avevo idea di come campasse, visto che non aveva un reddito fisso, e nemmeno poteva impiegarsi in lavoretti saltuari di impatto fisico, dato che era incinta. Ipotizzavo che potesse essere depressa per trascorrere le sue giornate con un bicchiere in mano in un bar dall’aspetto discutibile e frequentato da gentaglia. E pensare che, a vederla così, mi sembrava una donna dall’intelligenza vivace e dalle molte risorse. Perché perdeva tempo sul bancone di Armando? Comunque, in effetti, non la conoscevo a sufficienza per poter avere su di lei un’idea precisa.
E poi c’erano i rumeni. Il bar di Armando aveva come clienti fissi un gruppo di perdigiorno provenienti dall’est Europa, che si incontravano sempre allo stesso tavolino, si riempivano la pancia di birra e spendevano ore e ore fino a tarda sera discutendo di qualcosa nella loro lingua d’origine. Il bar di Armando era territorio loro, a differenza di quello di fronte che era popolato da nordafricani: marocchini, magrebini, algerini, non avrei saputo distinguerli. A me i nordafricani parevano tutti uguali, anche se sicuramente ero io che non riuscivo a coglierne le differenze. Parlavano un italiano approssimativo mangiandosi sempre le vocali.

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