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In primo piano

Anteprima: Paola Casadei racconta "L'elefante è già in valigia" nell'intervista di Elena G. Santoro

L'ELEFANTE È GIÀ IN VALIGIA
Lettere Animate
Narrativa
ASIN 978-88-6882-318-4
ebook 1,99 € | Amazon

Uno vero e proprio Zibaldone legato a sedici anni vissuti in Africa, tra ricordi di viaggi e riflessioni di un’adolescente profonda e sensibile che ora, con l’ennesimo trasloco che la porta a vivere in Italia, vede stravolto il suo mondo e deve trovare il suo posto nella nuova società; conversazioni Skype con le amiche lasciate sul percorso e sparse per il mondo, fotografie della propria vita in espatrio che un bambino africano utilizza per le sue ricerche per la maestra.
L’Africa non è una sola, Kapuscinski dice che “…è un vero e proprio oceano, un pianeta a parte, un cosmo eterogeneo e ricchissimo. È solo per semplificare che lo chiamiamo Africa. In realtà, a parte la sua denominazione geografica, l’Africa non esiste.” Non lascia indifferente nessuno, ti marca a vita. Come sarà ora vivere in Italia?



Raccontaci qualcosa di te: chi è Paola nella vita di tutti i giorni? Come riesce a conciliare il ruolo di moglie e di mamma con quello della scrittura?
Tanti anni fa ero farmacista. Poi, vent’anni fa, ho cominciato a seguire mio marito, “emigrante della scienza” (prima si diceva semplicemente cervello in fuga) e ho lasciato il mio lavoro. Da due anni abitiamo in Francia, i ragazzi qua vanno a scuola fino alle cinque o alle sei del pomeriggio, trascorro molte ore della giornata da sola. Devo dire che sono privilegiata e il tempo non mi manca.

Questo è il primo romanzo che pubblichi?
Sì, mi sono decisa tardi, ma spero proprio che ce ne saranno altri in futuro.


Veniamo al libro. Com’è nata l’idea?
L’idea è nata quando abitavo a Pretoria, in Sudafrica: ho cominciato a scrivere per me, per raccontare quegli anni e quell’esperienza. Ma quello che avevo scritto non mi convinceva, erano 200 pagine che non avrei mai potuto pubblicare, non volevo niente che sembrasse un’autobiografia. Quando abbiamo traslocato in Mozambico, Paese estremamente diverso dal Sudafrica, e abbiamo cominciato a pensare di rientrare in Europa, per permettere ai nostri figli di avere radici, ho cominciato ad osservare tutto più attentamente e a documentarmi, ho letto e ascoltato storie di ‘Third Culture Kids’ e testimonianze di tante donne e mamme espatriate, ho visto quanto un’infanzia in Africa sia indimenticabile. Allora ho pensato che scrivere sarebbe stato un modo per non dimenticare e che sarebbe stato più simpatico avere come protagonisti Carlotta, un’adolescente, e Giacomo, suo fratello adottato, invece che degli adulti.

Ci racconti di che cosa parla? A quale genere appartiene?
È narrativa contemporanea, parla di una ragazzina che dopo una vita trascorsa in Africa si trova a vivere in Italia, con la sua famiglia. Parla di difficoltà ad inserirsi in un continente sconosciuto, di amicizie nuove e vecchie, vicine e lontane, di ricordi e di viaggi. Racconta riflessioni fatte da adulti sull’Africa e il mal d’Africa, sulla povertà e il razzismo visti da vicino, descrive ricette di piatti africani (facili da ripetere anche qua in Italia). E molto altro.

La protagonista del tuo libro è una adolescente che improvvisamente cambia vita per via del lavoro del padre, quindi. Qual è il target a cui ti rivolgi? Che tipo di lettori ambisci a conquistare, principalmente i ragazzi o anche un pubblico più adulto?
Credo che sia più per un pubblico adulto, Carlotta come adolescente è pesante, cerca leggerezza e stabilità in Italia. Per farcela deve riaprire, a distanza di tempo, il cassetto dove tiene documenti e articoli di giornale che parlano di violenza, di dolore, di razzismo. La aiuta rivedere dopo quattro anni una sua grande amica alla quale hanno ucciso il padre, ma che ora ce l’ha fatta. E la aiuta Skype, strumento grazie al quale può mantenere i contatti con le sue amiche in giro per il mondo . Ho due figli che hanno vissuto un’esperienza dello stesso tipo e so di ragazzine che hanno sofferto addirittura di anoressia a causa di questa vita, che di certo è più facile finché i figli sono piccoli e basta la mano forte della mamma per sentirsi consolati.

Quanto ti ha coinvolto intimamente la stesura di questo romanzo? C’è qualcosa di autobiografico?
Mi ha coinvolta molto il descrivere storia, luoghi, atmosfere, alcuni dialoghi. C’è di certo qualcosa di autobiografico, ho vissuto quello che ho scritto, ho due figli adolescenti come Carlotta, ma i personaggi sono del tutto inventati. Però c’è qualcosa di vero in ogni episodio e in oguno dei personaggi che si incontrano nel libro. Alla fine poi ha coinvolto tutta la famiglia: ricordo una sera in cui tutti insieme - poco dopo la pubblicazione - abbiamo ricordato con grande allegria paesaggi e avventure della nostra Africa per un’intera serata. Sono due anni che abbiamo lasciato l’Africa, ma i dodici anni trascorsi là sono estremamente vivi.

Per scrivere questo libro hai dovuto svolgere delle ricerche o ti è bastato descrivere la realtà con cui sei entrata in contatto in molti anni trascorsi in Africa?
Ho letto diversi libri e ho cercato fonti su Internet, soprattutto quando dovevo raccontare del ‘cassetto di Carlotta’ o delle sue angosce legate alle violenze sulle donne, o quando tra adulti, seduti davanti a una birra gelata in un’isoletta a pochi chilometri da Maputo, Inhaca, si discute del destino dell’Africa e degli aiuti all’Africa che non hanno portato allo sviluppo previsto. Ma in gran parte racconto la realtà vista e vissuta da me e da tante altre espatriate con le quali avevo occasione di discutere, donne che seguono i mariti, adottano bambini nei paesi dove vivono, si fingono forti per aiutare la famiglia ad ogni trasloco, quando è necessario spingono il bottone RESET e sono pronte a ricominciare ogni volta.

C’è qualche messaggio particolare che speri di comunicare attraverso questo romanzo?
No, nessun messaggio particolare. Ognuno può leggerlo e interpretarlo come vuole. Ho raccontato tanto, spero ne risulti qualcosa di piacevole e positivo per tutti e che metta voglia di viaggiare. “Il viaggiare è fatale ai pregiudizi, ai bigottismi e alle menti ristrette”, scriveva Mark Twain.

Il finale chi l’ha deciso? Tu o i tuoi personaggi?
Il finale è arrivato un po’ a sorpresa, quando già avevo letto e riletto molte volte il libro incompiuto; poi una frase di un dialogo di Giacomo, il fratellino di Carlotta, ha riaperto i giochi e il finale è uscito da solo. Perché ognuno ha un passato, ma si deve rimanere aperti al futuro.

Grazie per essere stata con noi.
Grazie a voi!

Elena Genero Santoro
Ama viaggiare e conoscere persone che vivono in altri Paesi. Lettrice feroce e onnivora, scrive da quando aveva quattordici anni.
Perché ne sono innamorata, Montag
L’occasione di una vita, ebook Lettere Animate
Un errore di gioventù, 0111 Edizioni
Gli Angeli del Bar di Fronte, 0111 Edizioni.

About Stefania Bergo

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