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[I luoghi dei libri] Il mio Kenya: quattro passi sulla polvere rossa "Con la mia valigia gialla", di Stefania Bergo

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Il mio viaggio in Africa: quattro passi sulla polvere rossa del Kenya... con la mia valigia gialla!


Ricordo bene il giorno in cui sono partita. Il 22 dicembre 2004, un mercoledì.

Inizia così "Con la mia valigia gialla", una sorta di diario del mio primo viaggio intercontinentale. Da sola. Un'evasione dalla realtà occidentale, ormai divenuta insostenibile per svariate ragioni. La mia destinazione finale, quindi, oltre ad essere lontana in termini di miglia dalla partenza, lo era anche dal punto di vista umano.
Arrivare in Kenya, lontani dai circuiti turistici, richiede sempre uno scalo, dato che dall'Italia non ci sono voli diretti. Chi vuole recarsi lì, quindi, può prenotare un volo per Nairobi, la capitale, o Mombasa, sulla costa. Le attrattive del Kenya sono per lo più naturalistiche: la savana sconfinata, arida, popolata da animali esotici, che è bene ammirare liberi nel loro ambiente piuttosto che dietro tristissime sbarre, e le bianche spiagge bagnate dall'oceano Indiano, profumate di papaya e frangipani.
Seppur distante dalle rotte dei safari e dell'ozio al riverbero dell'acqua salina, il mio viaggio mi ha regalato splendide fotografie di natura prepotente, verde e rossa, corrosa dal sole ma fiera come un guerriero Masai, delle tracce di paradiso indelebili.
La vallata risplende sotto il sole. Si apre alla vista come uno scrigno. In fondo è appena velata, una leggera foschia, un carico di goccioline inespresse sospese all’azzurro terso. È una giornata calda già dalle prime ore. Il verde della vallata sembra liquefarsi e fondersi col rosso della terra in un unico calderone fumante. Il coro delle cicale delizia l’aria, mescolandosi al cinguettio degli uccellini gialli e neri che cercano steli d’erba per costruirsi il nido.
[...] Il sole ocra ammicca appena, colorando di luce tutta la striscia di cielo imprigionata tra la terra e le nuvole di un color antracite e giallo senape in basso. I raggi tagliano le nubi lasciando delle scie che si diramano verso l’alto, quasi fossero una corona. Il profilo scuro degli alberi della savana conferisce una velata artificialità alla fotografia, tanto bella da non sembrare vera. Mi aspetto di vedere spuntare anche il collo lungo di qualche giraffa o di sentire il barrito degli elefanti in lontananza. E mentre il sole scende lento, l’aureola incastonata tra terra e cielo si colora di arancione, infuocata dal tocco della luce sempre più fioca. Ci sono momenti che vorrei durassero per sempre.

Nairobi, come tutte le capitali africane, è ricca di contraddizioni. 

Strizza l'occhio ai turisti, che in genere, da lì si dirigono ai safari o visitano le attrattive che offre, come il Masai Market, il Karen Blixen Museum e la sua fondazione, il Giraffe Center, un piccolo zoo nursery per giraffe bisognose di soccorso, o il Parco Nazionale di Nairobi, la riserva adiacente l'aeroporto.
Malgrado offra mille possibilità al pari di tutte le grandi città del mondo, però, a me Nairobi non è mai piaciuta del tutto, proprio per i contrasti stridenti tra l'esageratamente ricco e il devastante povero.

nairobi-batanairobi-traffico

È una città dall’apparenza occidentale, con alti grattaceli, alberghi e auto lussuose − tante auto, che portano i livelli di inquinamento sopra i limiti sopportabili, tenendo presente che tutti i rifiuti dell’occidente, auto non catalitiche comprese, finiscono sul mercato Africano − uomini d’affari, ragazzi e ragazze che siedono ai pub chiacchierando, ridendo e bevendo birra. Ma poi, magari proprio dietro a una Mercedes, si può vedere un carretto carico di stracci e immondizia spinto da bambini logori e sporchi che hanno passato la giornata a rovistare tra i rifiuti e ora portano a casa il bottino. O capita di attraversare alcune zone, magari adiacenti alle ville lussuose degli ambasciatori, tenute al sicuro dal filo spinato elettrificato, e vedere i mercati locali, le bancarelle improvvisate con rami contorti e i sacchi neri della spazzatura per ripararle dal sole, la gente che passeggia nel fango e compra la frutta per pochi scellini, i bambini che aspirano la colla e chiedono spiccioli a tutti i passanti. Si sente l’odore nauseante della frutta marcia gettata ai lati della strada. Si vedono vecchi nei loro abiti strappati, consumati dal tempo. E ogni edificio, dalla catapecchia al palazzo, ha le sbarre a porte e finestre. È questo che non mi piace, il contrasto eccessivo che salta subito agli occhi, l’idea di una città da cui ti devi proteggere.

Uscendo da Nairobi, invece, si ha il privilegio di scorgere lungo la strada principale i villaggi rurali che sanno di buono, quelli che brulicano di vita intensa, colorata, disgraziata, vera, senza filtri. 

È allora che ci si innamora irreversibilmente dell'Africa, come si oltrepassasse un punto di non ritorno. Che siano costituiti da una manciata di capanne tra la paglia della savana, all'ombra delle acacie spinose, o miniature di città metropolitane imbastite alla bell'e meglio, il fascino dei villaggi africani è decisamente seducente per noi stranieri, ospiti solo di passaggio in una realtà che invece di seducente ha proprio nulla.

Chuka-kenya

Chuka. Me ne innamoro subito, malgrado Kithinji mi dica che sia l’anticamera dell’inferno. È chiassosa, coloratissima, affollata. Il centro della città è una stazione di servizio. Di fronte, dall’altra parte della strada, svettano due interi piani di negozi. No, non negozi a due piani, ma due piani di chioschi vivaci accessibili, al piano superiore, tramite un lungo terrazzo, impilati come libri in bilico su una scrivania troppo piena, ovvero, la stazione degli autobus. I matatu affollano lo spiazzo alla rinfusa, arrivando da Meru e da Nairobi come se avessero poi fretta di ripartire. Ma qui i matatu partono a persone, non a orario. Quando sono pieni, cioè.
[...] Stanno lì, accovacciati gli uni accanto agli altri, respirando le esalazioni della colla da piccole bottigliette trasparenti che tengono infilate nella manica dei maglioni sporchi e strappati che indossano. Sono i bambini di strada, i bambini dimenticati. Anzi, quelli di cui non si conosce nemmeno l’esistenza, per lo più. Chiedo a Kithinji come possano procurarsi la colla. La ruberanno, penso, o forse c’è qualcuno che la compra per loro. Invece no, entrano semplicemente in un negozio e la acquistano, mi fa sapere. Al negoziante poco importa di vendere un’arma che consuma il cervello e il fegato a dei bambini, di essere complice di un lento omicidio. «It’s only a business», aggiunge con semplicità.

Matiri (in lingua locale, "il luogo della polvere") è il villaggio dove ho soggiornato per circa due anni. 

Casa mia, è il tipico agglomerato di capanne e plot di mattoni cresciuti attorno al datore di lavoro, l'ospedale missionario sperduto nel niente riarso dal sole.
Io credo che non si possa dire di essere stati davvero in Africa ed essersene innamorati se non si conosce la quotidianità di un piccolo villaggio e si entra in contatto con i suoi abitanti. Certo, soggiornarci e viverci non sono affatto intercambiabili, e mai mi sognerei di dire che ho vissuto "come un'africana" per due anni. Ma posso affermare, senza tema di essere smentita, di aver visto da vicino che significhi vivere seguendo i ritmi del giorno, dipendere dai capricci della terra che può rifiutarsi di dare frutti e metterti in ginocchio, umiliarti, spingerti a mendicare al di là di ogni dignità umana.

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Il centro del villaggio si apre sulla destra. È un piazzale di terra battuta su cui si affacciano i negozi, chioschi di legno colorato e bancarelle protette da strati di borse di plastica gialla e verde. Ci sono la sarta, che cuce con una macchina a pedali e poi stira i vestiti con il ferro di ghisa arroventato dalle braci calde, e la parrucchiera, che ha improvvisato un vero e proprio salone di bellezza in uno stanzino piccolo quanto un servizio igienico, con tanto di phon alimentato dal generatore, un piccolo specchio appeso e una sedia di plastica per le clienti.
[...] Alcuni bambini rincorrono i copertoni delle biciclette, facendoli ruotare con un bastoncino, come il gioco antico che anche i nostri bisnonni facevano. Un uomo ci scruta incuriosito mentre trascina una capra che non accenna a muoversi. Una mucca solitaria ci si piazza davanti masticando all’infinito le bucce delle banane recuperate a terra. Più a destra, un gruppo di uomini sta animosamente incitando due di loro che giocano a dama, utilizzando i tappi delle bibite come pedine, spostandoli su una scacchiera che è in realtà una lamiera spianata e incisa. Ogni tanto sfila un pick‐up stracolmo di persone, aggrappate le une alle altre per non essere sbalzate fuori a ogni buca, e solleva una nube fitta di polvere rossa che impiega più di qualche minuto a ricadere a terra, colorando esseri umani e piante ai lati della strada.
Questo è il Kenya che ho conosciuto, quello che ho voluto raccontare, sebbene l'Africa non abbia bisogno di narratori. Basta sedersi all'ombra della bouganville e ascoltare...
Tuonane rafiki.

Matiri

Credits: foto di Stefania Bergo/Kenya 2008-2010


Stefania Bergo
Non ho mai avuto i piedi per terra e non sono mai stata cauta. Sono istintiva, impulsiva, passionale, testarda, sensibile. Scrivo libri, insegno, progetto ospedali e creo siti web. Mia figlia è tutto il mio mondo. Adoro viaggiare, ne ho bisogno. Potrei definirmi una zingara felice. Il mio secondo amore è l'Africa, quella che ho avuto la fortuna di conoscere e di cui racconto nel mio libro.
Con la mia valigia gialla, 0111Edizioni.


About Stefania Bergo

Il blog culturale degli scrittori emergenti: letteratura, webmagazine, travel&living, arte, promozioni speciali e servizi editoriali.
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