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In primo piano

[Inediti d'autore] Racconto: "Pepite d'oro", di Ettore Boles


Papua Nuova Guinea, giugno 1999.

La giornata è iniziata piovosa, con il solito caldo umido e la mia camicia già bella che tutta appiccicata alla pelle; come se non bastasse, le zanzare, certamente di quelle cattive, si sono messe all’opera contro di me e così le ho classificate come appartenenti alla famiglia delle zanzare stakanoviste
Per sfuggire un po’ al caldo e agli insetti, inizio il mio quotidiano giro di ispezione nelle varie sezioni produttive che costituiscono la Dov Construction. I lavoratori sono già di buon ora all’opera: chi impegnato nella falegnameria a produrre il mobilio destinato alle nuove scuole, chi in carpenteria metallica a saldare e ad armeggiare con la nuova piegatrice curva-tubi, chi ad esporre al sole cocente i mattoni di cemento usciti freschi dallo stampo, mentre altri li sento già imprecare contro un motore che non vuole partire o che non vuol stendere i fogli di lamiera galvanizzata da infilare nella calandra. Mi piace sostare per salutare e rimanere a parlare con loro: appena posso, sfrutto l’occasione per farmi spiegare l’utilizzo di qualche piccolo attrezzo.
Succede che, mentre sto ultimando la mia ispezione nella sezione falegnameria, scorgo in fondo al capannone, rannicchiati in un angolo, al riparo da occhi indiscreti, alcuni dei nostri lavoratori, tutti occupati a fare qualche cosa. Mi avvicino e li saluto incrociando il loro rituale “good day boss”, con l’intento di capirne di più: comprendo che ciò che hanno nelle mani non è un pezzo del nostro catalogo. Ignaro di tutto, ma incuriosito allo stesso tempo, incalzo con la seconda domanda: “che cos’è?”. Mi rispondono che si tratta di un setaccio per cercare pepite lungo il fiume: pepite di quelle vere, d’oro non ancora colato… ma di buon valore! I loro sorrisi e gli sguardi furbeschi mi fanno intuire il resto.
E così, tra parola e parola, tra il dire e il non dire, tra il lasciare intendere e il non farlo, comprendo che il passatempo preferito da queste parti, oltre al praticare la caccia ai marsupiali e ai pipistrelli volpe, oltre al prendere il largo con la canoa, è anche setacciare il letto del fiume alla ricerca di una svolta per la propria vita. Il nostro detto “chi cerca, trova” non mi è mai sembrato così universale e attuale! Non mi resta che lasciarli tranquilli a perfezionare il loro setaccio cerca pepite, con la promessa, quasi giurata, di recuperare poi il tempo perduto sul lavoro.
A distanza di giorni, approfondisco la questione delle pepite e apprendo che è pratica comune e ammessa dalla legge il trovarle, per poi andarle a vendere in banca. Non male, vero?
La storia delle pepite e del setaccio circola subito fra noi volontari e infatti c’è chi, con tanto di motivazione e giustificazione, propone di espandere l’attività lavorativa. Mi immagino già la scena: tutti giù al fiume, ognuno con il proprio setaccio di legno e con il cappellaccio australiano a falde larghe per ripararsi dal sole e dall’acqua.
Ma il fatto più curioso e divertente cui, nel giro di pochi mesi, mi capita di assistere, è l’arrivo, via aereo, di un metal detector acquistato da un vecchietto, il quale ha appreso, da un altro più intraprendente di lui, che il tradizionale setaccio di legno è già che bello e superato e che gli spiriti degli antenati, con la loro “cargo cult” (la cultura dei cargo pieni di doni), hanno indicato un sistema diverso e più proficuo per cercare le tanto sognate pepite: per l’appunto, il metal detector, nuovo e fiammante!
I giorni passano e, come in tutte le esperienze, c’è un inizio e una fine con il rituale dei saluti e degli addii. Dopo tre anni di volontariato, la mattina del 15 giugno del 1999, i nostri bagagli sono già all’aeroporto pronti per essere messi nella carlinga. Dedichiamo i pochi minuti che ci restano per fissare nella mente le ultime immagini del luogo e delle persone, consapevoli che, con molta probabilità, questa è la nostra ultima volta e che in questo luogo non ci torneremo mai più. 
Dico a me stesso che è il momento dei rituali, del distacco: facciamoci coraggio ed affrontiamo anche questo momento come una delle tante tappe della vita. Apro la porta dell’ufficio, ricavato da un vecchio container di quaranta piedi, mentre in fila indiana, uno ad uno, si presentano i collaboratori del nostro progetto: ci stringiamo le mani, una pacca sulla spalla e rimaniamo tutti in silenzio...

Molte volte, nel corso dei tre anni di permanenza, avevo cercato di immaginare come sarebbe stato il distacco, come l’avrei affrontato e vissuto interiormente. Ora, mentre scrivo queste righe, rivivo il passato e sorrido ricordando che, proprio all’ultimo istante, l’ultimo nativo della fila, il cui nome si è perso nell’oblio, mi disse “Boss, dobbiamo parlare, dobbiamo concordare!”. Mi misi in atteggiamento di ascolto, cercando di comprendere le sue parole e dove volesse andare a parare.
“Grazie boss del lavoro fatto”.
“Di nulla”, risposi io, “dovere...”, aggiunsi, in modo molto pragmatico.
Il cercatore d’oro si fece coraggio e aggiunse: “Boss, facciamo così: noi ti cerchiamo le pepite, poi le spediamo a voi con l’aereo, il balus, voi le vendete e ci mandate i soldi, ti va bene?”. 
Non risposi subito; questa poi, non l’avevo messa in conto e pensai: beh, non male come congedo. Mi dissi: avevi ragione Ettore, chissà cosa sarà rimasto nei loro cuori, delle avventure e delle disavventure condivise... Le pepite! Forse è questa la risposta.
Sorrisi e risposi che, purtroppo, nel mio Paese, in Italia, è considerata illegale l’attività di vendita delle pepite allo stato grezzo. E poi, abbracciando quest'ultimo uomo della fila, pensai che così come arrivammo, poveri, così saremmo tornati a casa, poveri… ma arricchiti, per quanto ci era stato dato di vivere e di condividere.



Ettore Boles
Credo di aver sempre desiderato, fin dai primi passi della mia Vita, esplorare il mondo che mi stava attorno. Successe che un giorno, assieme ai miei fratelli, a carponi m’infilai per la strada antistante il nostro giardino, passando da un buco fatto nella rete del box in cui ci trovavamo a giocare. Da allora ne ho fatti di passi… o meglio di strada, e così un bel giorno sono arrivato fino agli antipodi del mondo, nella lontana Papua Nuova Guinea. Come Forrest Gump, mi sono messo a correre… e non so ancora quando mi fermerò per far ritorno.

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