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[Caffè lettrario] Le interviste di Ornella Nalon: un caffè con Lory Cocconcelli

Ben trovata, cara Lory, felice di averti ospite nel blog.
Nel leggere la tua biografia, ci si rende conto di trovarsi di fronte a una donna con un percorso di vita insolito e indubbiamente interessante. La tua prima attività è stata quella di indossatrice. Per quanti anni l’hai praticata? Ci puoi dire se ha sempre corrisposto alle tue iniziali aspettative oppure se qualche suo aspetto ti abbia delusa?
Buongiorno a te e grazie per l’ospitalità.
La mia prima attività è stata quella di indossatrice, iniziata sui banchi delle scuole superiori, a sedici anni. Un amico, fotografo di professione, mi propose un servizio pubblicitario per un’azienda di abbigliamento della zona. Accettai senza avere la più pallida idea di come ci si muovesse davanti ad un obbiettivo. Mi risultò naturale e fu molto divertente.
Da quel momento in poi arrivarono altri ingaggi, organizzati al pomeriggio per non perdere le lezioni del mattino a scuola. Studiare mi piaceva e i risultati venivano senza troppo sforzo, ma posare era più emozionante, almeno a quell’età.
Seguì la scuola di portamento e dizione e da lì il passaggio alla passerella. Nel frattempo terminai le superiori e mi iscrissi all’università - che non conclusi per dedicarmi alla professione. Come ho già avuto modo di dire, con il senno di poi non fu una scelta saggia, ma fu quella che in quel momento mi rendeva felice.
La professione non mi ha delusa: non ero la laureanda che dopo molti anni di studi veniva relegata a fare fotocopie tutto il giorno come una segretaria; ero una bella ragazza, ben pagata, che indossava vestiti e pubblicizzava prodotti, consapevole di svolgere un lavoro a tempo - che ora si è allungato grazie all’introduzione del magico foto shop.

Per le nostre giovani lettrici, molte delle quali potrebbero avere in progetto, per il loro futuro, di intraprendere questo tipo di carriera, potresti raccontarci, a grandi linee, in cosa consista esattamente?
Anche se non sembra, quella dell’indossatrice è una professione faticosa. Ci si sveglia presto, si viaggia tanto, occorre avere disciplina, mangiare bene, essere in forma ed in ordine. Questo mestiere, se fatto seriamente, richiede professionalità. Sfilate e servizi fotografici sono procacciati dalle agenzie ma spesso bisogna partecipare ai casting. Centinaia di casting che durano ore, ai quali prende parte un numero esorbitante di ragazze. Ragazze che intendono svolgere un lavoro - non carne da macello come ha sostenuto qualche femminista esagitata. Quanto agli stereotipi che circondano le modelle, occorre sfatare il mito che si sottopongano a diete ferree, che facciano uso di droga o che arrotondino i già lauti compensi con attività alternative. Di droga nei back stage non ne ho mai vista. L’ho avvistata semmai nel dopo lavoro, nei locali o alle feste tra amici, ma non mi è mai interessata.
Riguardo la dieta, l’indossatrice è una “magrona” costituzionale ovvero una ragazza geneticamente predisposta alla magrezza. Che poi ci siano casi di anoressia tra le professioniste, questo è vero, ma il fenomeno si riscontra anche tra persone che nella vita fanno tutt’altro. Bisogna mangiare bene e con moderazione ma non digiunare. Un buon regime alimentare che limiti i grassi saturi e i carboidrati semplici, insieme alla magrezza costituzionale, sono l’unico segreto da svelare. Mi è capitato una sola volta che un cliente mi domandasse di perdere peso (l’atelier Versace, tanto per non fare nomi). Rifiutai semplicemente e persi l’ingaggio. Un cliente fra tanti rappresenta un’eccezione, non una regola.
Nessuno ti obbliga a fare niente che tu non voglia. Tutto dipende da te, da quanto sale hai in zucca.
Quanto ai rapporti personali, le colleghe sono “rivali”, la concorrenza è tanta, ma non è escluso che si possano anche stringere amicizie. Coloro che ti commissionano un lavoro non sono interessati a vedere cosa c’è al di là del tuo aspetto, ma non per questo devi essere necessariamente un’oca giuliva. Sei una persona che svolge una professione per un certo periodo, onestamente se sei onesta, disonestamente se non hai scrupoli, stupidamente se sei stupida. Il cosiddetto “brutto ambiente” si trova ovunque.
A chi volesse intraprendere questo tipo di carriera, consiglio di leggere ciò che ho appena scritto. Certo è che le cose potrebbero essere cambiate in questi anni – io sono un dinosauro, ormai! – anche se ho il sospetto che non lo siano.

Dalle passerelle alla gestione di una boutique di oggettistica. Com’è stato il passaggio?
E’ finita così, semplicemente. Dopo otto anni mi ero stufata. Avevo fatto l’esperienza che desideravo, avevo guadagnato bene e sentivo l’esigenza di fermarmi. Inseguendo un’altra passione è nato il negozio di oggettistica. Anche quella è stata un’esperienza divertente, sebbene più matura. Uno stile di vita più tranquillo, con orari stabili e responsabilità diverse. Devo dire, però, che alla ricerca di articoli originali, mi sono spostata parecchio. Lo store era davvero carino; in quegli anni, qualcosa che nella mia città non si era ancora visto. Ogni tanto mi manca.

Poi è subentrata una malattia che ti ha messa di fronte a una scelta non comune. Ce ne parli un po’?
La mia malattia è stata il frutto di un caso, inutile dirlo, sfortunato. Una delle ragazze della scuola di danza che frequentavo arrivò a lezione con una polmonite in fase aperta e me la attaccò. Quando guarii, rimase un esito, diagnosticato con due anni di ritardo dopo aver interpellato una lunga sfilza di medici. In sostanza, il batterio che aveva causato la polmonite, in rarissimi casi può provocare l’addensamento del sangue ad una temperatura pari e inferiore a 24 gradi. La conseguenza sono dolori allucinanti in corrispondenza delle articolazioni. Funziona in questo modo: quando fa freddo e vuoi asciugarti i capelli, solo per il fatto di alzare il braccio e tenere in mano il phon, piangi di dolore. Vuoi vestirti, camminare, cucinare, prendere un bicchiere dal pensile in cucina? Stessa cosa. All’inizio i medici avanzavano ipotesi di malattie assurde. Fu scioccante. Poi arrivò il luminare con la diagnosi giusta. Crioagglutininemia. 
Le soluzioni possibili per ridurre o eliminare il dolore sono due: nell’ordine, assumere coraggiosamente (e stupidamente) l’unico farmaco che esista - che come effetto collaterale può causare un ictus - unitamente agli antidolorifici che funzionano però solo in parte, oppure vivere al caldo quando in Italia fa freddo ed evitare l’aria condizionata. Io ho optato per la seconda soluzione.

Così l’Africa è diventata la tua patria d’adozione. Dove hai scelto di vivere? Come vi trascorri le tue giornate? Come sei vista dalla gente locale?
Ho sempre avuto un debole per l’Africa. Il mio ematologo, scherzando, sostiene che era nel mio destino perché il mio sangue evidenzia una formula ematica stranamente invertita, tipica dei neri (non chiedermi quale, non me la ricordo).
La cultura nera – per essere più corretta, le culture, perché sono tante – mi ha sempre affascinata, così quando ho dovuto decidere dove andare a svernare, mi sono detta Africa! Perché no? Vari anni li ho trascorsi nell’area occidentale, ma dopo il triste avvento di Ebola ho dovuto per forza di cose spostarmi dall’altra parte del continente. Non essendo una forzata della spiaggia, le mie giornate le trascorro a curiosare, a fare un po’ di sport e a leggere e scrivere. Dove ficco il naso? Tra la gente del luogo, nei loro villaggi, nei loro mercati, nei luoghi di assembramento. Non sono interessata a passare il tempo come la classica turista che si sposta dall’hotel alla piscina e dalla piscina al ristorante. Non fa per me. Non mi muovo quasi mai da sola, però, spesso mi avvalgo di un bodyguard che mi accompagna dove molti non si inoltrerebbero mai. Ma a me piace così. Occorre tenere presente che l’Africa è meravigliosa ma anche un tantino pericolosa, il colore della pelle ha ancora una sua valenza. Soltanto chi vive nel continente nero può comprendere a fondo quanto affermo senza fraintendere le mie parole. Il nero vede nel bianco un’occasione, un rapporto di amicizia incondizionata non è facile da instaurare. Senza voler indugiare negli stereotipi, il nero sprofonda il più delle volte in condizioni di miseria, il suo diritto all’autodeterminazione è uguale a zero (a meno che non abbia la fortuna di nascere in una famiglia ricca, e di super ricchi ce ne sono anche laggiù ma io faccio riferimento ai grandi numeri, al popolo).
Non avere accesso all’istruzione, alle cure mediche, non poter provvedere ai bisogni della propria famiglia, e talvolta non arrivare a fare due pasti al giorno, spingerebbe chiunque a vedere in chi gode di una vita migliore una opportunità e, talvolta, un soggetto a cui sgraffignare qualcosa. La microcriminalità c’è e si sente. Con questo non voglio affatto sostenere che gli africani siano delinquenti, sono semplicemente poveri. Mi rendo conto che questa considerazione possa sembrare bizzarra e corra il rischio di essere male interpretata, ma la verità è questa. Vivere in Africa non è facile per i neri, e a volte, per ragioni diverse, non lo è neppure per me. Mi è capitato più volte di piangere durante i miei soggiorni. Non me ne vergogno e non la ritengo una cosa che dovrebbe impedirmi di ritornarci perché tutto ciò che c’è di straordinario laggiù ne vale la pena. In Africa ci si deve abituare a fare i conti con due realtà opposte: la bellezza, la natura e tutto ciò che di interessante possono offrirti e insegnarti i locali, da un parte, e ingiustizie, pericoli, assurdità e contraddizioni, dall’altra.

A un certo punto, hai deciso di scrivere un saggio sulla cultura africana. Com’è nata la decisione di cimentarti nella scrittura?
Quando ero ragazzina scrivevo parecchio. Ho smesso alle scuole superiori e in Africa ho ricominciato. Innanzitutto perché ciò che mi si parava davanti, mi pareva di una eccezionalità tale che pensavo meritasse di essere raccontato; in secondo luogo perché dopo aver trascorso parecchi momenti di solitudine occorreva che facessi qualcosa per riempirli. La lettura non mi bastava più e ho seguito l’impulso di scrivere. All’inizio è stato difficile perché quando si perde l’abitudine, l’automatismo della scrittura lo si deve riconquistare. Ci ho lavorato su e a poco a poco è nato il libro. Non essendo un’accademica, ovviamente ho dovuto documentarmi parecchio e tra la prima stesura, gli approfondimenti e le correzioni sono passati tre anni e mezzo.

Segnalazioni autori emergenti
Il suo titolo è “Africa”, il sottotitolo “Magia nera, streghe, sortilegi e guaritori”. Nell’immaginario collettivo, questo paese rappresenta la culla di tali pratiche e credenze e, mi sembra di capire da quanto scrivi, a buona ragione. Vivendo a stretto contatto con certe realtà e per lungo tempo, si finisce con l’assorbire qualcosa della cultura indigena? Se sì, nel tuo caso, in cosa ti sei vista cambiare?
Il continente nero è talmente vasto da non poter essere riassunto per sommi capi, tuttavia ci sono aspetti che accomunano questi popoli, i quali, malgrado siano profondamente differenti tra loro e professino religioni diverse, credono ancora in certe pratiche che noi occidentali riteniamo superate - magia, sortilegi e stregoneria. In Africa, si perpetuano ancora i rituali più disparati. Nel mio libro ho documentato il ricorso al potere mistico anche da parte delle sfere sociali più alte, quelle scolarizzate, spesso formate nelle Università europee, composte di politici, dirigenti e Presidenti. Le figure che esercitano questo potere sono personaggi investiti della conoscenza ancestrale, temuti, riveriti e talvolta scansati.
Io ho preso atto di queste credenze e le ho messe - come si suol dire - nero su bianco, ma non le ho assorbite nel senso che ci credo anch’io. Nel bene e nel male, io sono il prodotto della mia occidentalità e, sebbene rispetti le tradizioni altrui, non posso fare mio ciò che non mi appartiene.
Ciò che ho assimilato dell’Africa attiene alla mia sfera caratteriale e al mio modo di pormi dinnanzi a ciò che mi riserva la vita. Ho messo in discussione qualche preconcetto, attribuito importanza a certi valori, sminuito altri, allargato i miei orizzonti (almeno lo spero!).
“Noi diventiamo sempre più ciò che siamo”. E’ una frase che ho letto da qualche parte, anche se non ricordo dove di preciso. Una frase che riassume – a ragione - che nella vita possiamo diventare persone migliori o peggiori a seconda delle esperienze che viviamo ma sempre e comunque sulla base di ciò che eravamo in partenza.

Per ultimo, hai in mente un sequel di “Africa” oppure qualche altro progetto di pubblicazione?
Un progetto di pubblicazione c’è, ci sto lavorando. Ma sarà qualcosa di più “leggero” rispetto al mio precedente lavoro.

E’ stato un piacere averti ospite, Lory. Ti ringrazio per la tua disponibilità e, a nome di tutti gli scrittori del blog, ti faccio un grande in bocca al lupo per il tuo libro e per la tua vita in generale.
Grazie a te. Crepi il lupo!


Ornella Nalon
I miei hobby sono: il giardinaggio, la buona cucina, il cinema e, naturalmente, la scrittura, che pratico con frequenza quotidiana. Scrivo con passione e trasporto e riesco a emozionarmi mentre lo faccio. La mia speranza è di trasmettere almeno un po’ di quella emozione a coloro che leggeranno le mie storie.
Quattro sentieri variopinti”, Arduino Sacco Editore
Oltre i Confini del Mondo”, 0111 Edizioni
Ad ali spiegate”, Edizioni Montag
Non tutto è come sembra”, da 0111 Edizioni.

About Stefania Bergo

Il blog culturale degli scrittori emergenti: letteratura, webmagazine, travel&living, arte, promozioni speciali e servizi editoriali.
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