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In primo piano

[Arte] Leonor Fini, la donna, l’artista, la sorciére, di Gianna Gambini


Occhi magnetici, disarmanti, un volto di una bellezza esotica e ricercata: è così che appare Leonor Fini nelle foto che la rappresentano. Prima ancora di essere un’artista appassionata e poliedrica, ha fatto della sua stessa vita un’opera d’arte.

I suoi quadri sono fatti di vertigini e baratri che, di primo acchito, sembrano nefasti e pieni di cadaveri in decomposizione, tuttavia, passato il primo stordimento, l’audace si lascia aspirare volentieri da questo vuoto, scoprendo in esso un museo di esseri favolosi. (Max Ernst)
LA VITA Nata a Buenos Aires nel 1907, città in cui viveva il padre, trascorse gli anni dell’infanzia e dell’adolescenza a Trieste, con la madre, lo zio e la nonna, luogo che abbandonò soltanto per seguire il suo sogno di diventare una pittrice affermata, quando decise di trasferirsi a Parigi. Durante la permanenza nella capitale francese strinse legami con numerosi esponenti della cultura internazionale, come Henri Cartier-Bresson, Paul Eluard, Max Ernst, Salvador Dalì e Man Ray. Sfiorò l’immaginario dei surrealisti, senza mai prendere parte attivamente al movimento, sebbene le sue opere sembrino talvolta subirne l’influenza. Durante la Seconda Guerra Mondiale lasciò Parigi e si trasferì per pochi mesi a Saint Martin D’Ardèche nella casa di Max Ernst e della moglie Leonora Carrington, poi, con il console italiano a Monaco Stanislao Lepri, si trasferì prima all’Isola del Giglio e in seguito a Roma, dove incontrò alcuni artisti italiani, tra i quali Alberto Savinio. Negli anni Cinquanta acquistò un monastero a Nonza, in Corsica, dove trascorse molto tempo con i suoi amici, traendo dalla natura selvaggia del luogo ispirazione per le sue opere artistiche e letterarie. Conclude la sua esperienza artistica a Parigi, dove morirà il 18 gennaio 1996 circondata dall’affetto dei suoi più fedeli compagni di vita, spesso protagonisti delle sue tele: i gatti. Inizia la sua carriera realizzando ritratti su commissione nei quali è già visibile la sua propensione a cogliere il mistero, là, dove esso si annida: nella tela Leonor rende visibile allo spettatore l’anima invisibile del soggetto.


L'OPERA In molteplici occasioni l’artista si cimenta nella realizzazione di autoritratti: tutt’altro che mere autorappresentazioni, queste opere svelano il lato nascosto, selvaggio della Fini, sottolineando in accenni metamorfici la sua ferinità, la sua estrema e onnipresente volontà di rompere gli schemi imposti dalla morale di una società perbenista.
Autoritratto con scorpione
(1938)
La metamorfosi, la duplicità dei soggetti e della percezione che abbiamo di essi, riguarda anche le
sperimentazioni successive dell’artista che presenta scenari al limite tra il sogno e la realtà, l’incubo e la concretezza, la fantasia e l’incapacità di staccarsi dalle imposizioni quotidiane: sfingi, fate, streghe, donne dai tratti felini popoleranno paludi abbandonate, foreste fantastiche e oniriche, paesaggi desolati trasportandoci in una realtà altra, in un altrove popolato da immagini già viste soltanto nel momento in cui lasciamo affiorare il nostro inconscio. Queste figure, al contempo sconosciute, ma familiari, donano allo spettatore l’idea di una sensualità liquida, selvaggia, mutevole e staccata dalle esperienze terrene, permettono di addentrarsi in un mondo di mezzo, comprensibile soltanto a chi sa abbandonare le imposizioni del pudore.
Una delle sue opere letterarie più note, Mourmur, contes pour enfants velus, tradotta recentemente in italiano da Corrado Premuda per la casa editrice Arcoiris, ha per protagonista Mourmour, essere felino metamorfico che ricorda gli esseri asessuati spesso riprodotti nelle sue tele. Il giovane dagli attributi felini, costretto a trasferirsi insieme alla madre Belinda, in un antico monastero circondato dalla natura selvaggia, poiché il suo aspetto ambiguo non è accettato dalla società, vive un percorso di formazione e di iniziazione sessuale, che lo porta progressivamente a seguire le sensazioni dettate dal suo io più recondito, fino a raggiungere l’età adulta.

La piccola sfinge eremita
(1948)


L’angelo dell’anatomia
(1949)
“Ambiguità” è forse la parola che meglio riassume gli scritti e le tele di Leonor Fini: non si percepisce mai un mondo semplice, fragile e delicato, ma un universo duro, sempre pronto alla traslazione, al cambiamento. Ed è questa l’abilità principale dell’artista: cogliere il momento esatto della metamorfosi, il punto di passaggio; Leonor propone l’istante della sospensione e ciò che dovrebbe essere istantaneo e mutevole, diventa un eterno fermo immagine.
Emblematica è la tela La piccola sfinge eremita (1948), in cui la sfinge, seduta su una soglia, mezzo per accedere ad un mondo ignoto, sta per trasformarsi, come dimostra la zampa di leone che spunta dalla veste nera.
La transizione ultima, il passaggio dalla vita alla morte, troverà spesso spazio nelle tele della Fini, in cui sono disseminati frammenti di osso, crani e scheletri, simbolo di ciò che non è più, ma si accinge a diventare altro, in un mondo non è possibile conoscere in modo tangibile.
L’imminenza e l’inevitabilità della fine, ma anche la sua solennità ed eccezionalità nella vita di ogni individuo è rappresentata da L’angelo dell’anatomia (1949) , il cui volto, dai meravigliosi lineamenti, non lascia trapelare nessun indizio di prossima decomposizione, mentre un drappo rosso cela soltanto in parte uno scheletro, dal cui dorso partono della ali d’angelo.

Il passaggio verso l’aldilà è rappresentato qui in tre momenti, separati, ma complici nella dipartita: la bellezza della vita, espressa nel giovane volto, la spiritualità delle ali, presenza di un altrove misterioso, soltanto accennato, in quanto insicuro e infine la concretezza delle ossa, che non compaiono come simbolo di distruzione, ma come certezza di perpetuità: dopo la nostra scomparsa, soltanto loro, le ossa, resteranno per un tempo illimitato affine all’eternità.

La straordinarietà di questa artista, tramandata soprattutto grazie al meticoloso lavoro del suo ereditiere Richard Overstreet e dalla Galleria Minski di Parigi, è radicata nel suo essere al di là di ogni corrente precostituita; la sua indipendenza dà vita ad un tratto estremamente riconoscibile e la sua pittura è una continua metamorfiche si sviluppa dal colore e dai personaggi tragici, regali, mostruosi che popolano il suo immaginario pittorico e letterario.



Gianna Gambini
Laureata in Lettere presso l’Università degli Studi di Firenze. Dopo aver conseguito alcuni master e il diploma di specializzazione presso la SISS di Pisa, lavora come insegnante, presso la Scuola Secondaria di Primo grado. Sposata con una figlia vive nel comune di Terranuova Bracciolini.
Tartarughe marine, 0111Edizioni.

About Stefania Bergo

Il blog culturale degli scrittori emergenti: letteratura, webmagazine, travel&living, arte, promozioni speciali e servizi editoriali.
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