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L'editoriale di Gianna Gambini: una scuola "buona"? La riforma 107/2015

di Gianna Gambini

Avevo deciso di intitolare questa riflessione sulla riforma scolastica approvata recentemente dal governo attuale, la “Buona scuola”, come hanno deciso di denominarla il Presidente del Consiglio e il Ministro dell’Istruzione, ma poi ho pensato che essendo “buona” un aggettivo qualificativo dal significato connotativo, forse è meglio spiegare prima di cosa si tratti questa riforma e poi, eventualmente, attribuire ad essa questo abusato epiteto. Mi riservo di analizzare soltanto i punti più salienti del decreto, quelli che a mio avviso apporteranno i cambiamenti più discutibili e lampanti.


Il documento integrale
Un aspetto molto discusso dalle associazioni di insegnanti, genitori e alunni è l’introduzione di un preside con i “superpoteri”: no, non si tratta di un supereroe, ma di un dirigente scolastico che avrà la possibilità di scegliere il suo organico, di attribuire agli insegnanti vari incarichi e di “metterli in panchina” nel momento in cui non saranno più strettamente necessari . Innanzitutto il dirigente scolastico che sceglie gli insegnanti del suo organico si trova in una situazione di difficoltà, poiché la lista di nomi e di curriculum che si troverà ad analizzare, difficilmente sarà esaustiva e non sempre chi ha maggiori titoli scientifici, riesce poi ad attuare le proprie conoscenze a livello didattico. Inoltre si svilupperà un sistema inevitabilmente clientelare: il preside, anche in buona fede, tenderà a favorire chi già conosce o coloro i quali hanno buone referenze anche da altri dirigenti, poiché Tizio, Caio e Sempronio, di cui si conoscono i genitori, gli zii, si hanno amici comuni, daranno sempre più sicurezza di Mario Rossi che è semplicemente un nome registrato in un albo. Riflettendo mi sono chiesta, da mamma, se mi farà piacere che mia figlia sia inserita in un sistema scolastico clientelare e costruito inevitabilmente su una rete di conoscenze che non garantisce nessun tipo di preparazione didattica da parte degli insegnanti. Da insegnante poi, mi viene da pensare che si voglia annullare quanto fatto per creare un sistema il più possibile democratico di assunzioni: per entrare di ruolo ho frequentato una scuola di specializzazione biennale (SSIS) con concorso pubblico per accedervi e venti esami per concluderlo, in seguito ho svolto il concorso indetto dal ministro Profumo nel 2012, tutti metodi di reclutamento che prevedevano la redazione di una graduatoria in cui venivano considerati i meriti e i titoli di ciascuno: chiaramente chi aveva un punteggio maggiore, aveva la precedenza su chi aveva ottenuto un punteggio minore, almeno in una parvenza di garanzia di correttezza.

Il secondo punto da spiegare sono le tanto osannate assunzioni: saranno svolte in quattro fasi, denominate 0, A, B, C. Ora per quanto riguarda la fase 0 non cambierà niente rispetto agli anni precedenti, i numeri sono pressoché paragonabili e ogni insegnante, in ordine di graduatoria sarà chiamato a scegliere la sede a lui più congeniale tra le rimanenti. Nella fase A, sebbene in un secondo momento, probabilmente quando sarà già iniziato l’anno scolastico, si avrà uno svolgimento simile. La fase B e C meritano invece un po’ di attenzione: i precari, proprio in questi giorni, sono tenuti ad indicare le 100 province in cui vorrebbero essere inseriti di ruolo, poiché per molti, soprattutto nel sud, non sarà possibile avere un incarico nella regione di appartenenza e saranno dunque costretti ad un trasferimento forzato altrove, magari a 1000 chilometri di distanza. Molti sostengono che per il lavoro si dovrebbe essere pronti anche al trasferimento, ma vorrei evidenziare un aspetto fondamentale: questi insegnanti, che da anni permettono alla scuola italiana di funzionare, hanno pagato circa 3000 euro allo stato italiano per frequentare due anni di Scuola di Specializzazione per l’Insegnamento, superando numerosi esami, dietro la promessa scritta di entrare nelle graduatorie della propria provincia . Se un datore di lavoro privato chiedesse 3000 euro a un dipendente e poi non rispettasse i patti, si parlerebbe di truffa. La stessa truffa perpetrata ai danni di chi ha frequentato, pagando TFA e PAS, ma non è stato neanche menzionato nel piano di assunzioni. Questi neoassunti, che in molti casi si troveranno lontano da casa, non necessariamente saranno titolari di cattedra, poiché saranno inseriti nei famigerati albi e se nessun preside li convocherà resteranno nel limbo a fare le supplenze giornaliere in scuole distanti l’una dall’altra anche 50 Km. Inutile dire che non è detto che un insegnante sostituisca un collega della stessa disciplina.

Ultimo punto caldo: la mobilità. Ci sono insegnanti di ruolo da molti anni lontano dalla propria residenza e dalla propria famiglia che attendono un avvicinamento, possibile grazie al naturale turn over (pensionamenti, trasferimenti, ecc.). Questo sarà forse possibile nei prossimi anni, ma chi vorrà spostarsi dalla scuola in cui si trova pagherà questo cambiamento a caro prezzo: perderà la titolarità nella scuola, in quanto finirà in un albo territoriale, dove non hanno alcun peso gli anni di insegnamento pregressi e lavoreranno se e solo se il dirigente scolastico di una scuola li sceglierà, altrimenti si troveranno a fare supplenze. Preciso che anche gli insegnanti che non si sposteranno potranno essere collocati in un albo dal preside se dopo tre anni dal loro incarico, si rendesse necessario variare il POF, ovvero le attività curriculari e extracurriculari offerte dalla scuola stessa. Dunque nessuno è immune dalle conseguenze del preside dai superpoteri. Non oso pensare che tutto ciò potrebbe significare, in alcuni casi, che la didattica degli insegnanti non sarà più totalmente libera, poiché dovrà essere congeniale prima di tutto all’idea di didattica che ha il dirigente della scuola in cui essi ottengono un incarico.

Prima di concludere questo breve e forse non esaustivo riassunto della nuova legge sulla scuola, vorrei evidenziare che chi rimane in disparte, di nuovo, purtroppo, sono gli alunni stessi, i ragazzi, gli uomini e le donne di domani, ai quali, temo, che questa riforma non garantirà niente di più di quella precedente e di quella ancora precedente, se non una minore certezza di equità e neutralità nella scelta degli insegnanti e quindi nelle lezioni proposte.
Bene, ora sta a voi decidere se è il caso di affiancare l’attributo “buona” alla scuola che vedremo nei prossimi anni grazie all’attuale riforma.





Gianna Gambini
Laureata in Lettere presso l’Università degli Studi di Firenze. Dopo aver conseguito alcuni master e il diploma di specializzazione presso la SISS di Pisa, lavora come insegnante, presso la Scuola Secondaria di Primo grado. Sposata con una figlia vive nel comune di Terranuova Bracciolini.
Tartarughe marine, 0111Edizioni.

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