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In primo piano

[La ricompensa è il viaggio] L'editoriale di Ettore Boles: immagini



TANZANIA
Ora che la mia missione volge al termine, dopo quasi 3 settimane di lavoro, inizio a raccogliere nella mia mente le immagini di questa esperienza.
So bene che queste ultime immagini le schedulerò nella mente e nel cuore al fine, magari un giorno, di poterle rivivere mentre racconterò gli aneddoti della mia vita.
Ma soprattutto esse sono le immagini degli attimi di vita, degli incontri, delle emozioni, del sentire, del vivere intenso che ci modella, giorno dopo giorno, senza che ce ne rendiamo conto e che ci porta verso quella disperata ricerca del significato di tante cose.

La prima immagine di questa esperienza se le dovessi attribuire una didascalia, la nominerei “tenerezza” ed è rappresentata dai volti e dall’agire di due mie colleghe, entrambe medico, che in questo ospedale, il St. Kizito Hospital di Mikumi, allocato a cinque ore di auto ad ovest di Dar es Salaam, fanno ogni giorno la differenza, o meglio vorrei dire, sono state, da un anno a questa parte, la Speranza di coloro, i poveri, che qui vengono per le varie emergenze e cure sanitarie.
Ed ecco, allora, che le immagini si susseguono, prendono colore, e mi trasmettono i sacrifici quotidiani, le gioie come le angosce per aver salvato o non aver salvato il salvabile: una lotta quotidiana per essere segno di giustizia, per essere strumento della Provvidenza che, come mi hanno insegnato, si serve delle mani degli Uomini.
La didascalia “tenerezza” ci sta tutta, calza proprio precisa, perché l’ho letta sui loro volti mentre prendevano in braccio e curavano un bimbo o mentre correvano per una emergenza al fine di poter salvare una mamma o nel dar conforto a qualcun altro.
Certo che ci vuole tanto, sto riflettendo fra me e me, proprio tanto per portare avanti quanto ho avuto modo di vedere: forti motivazioni, una consolidata esperienza professionale acquisita sia in Italia che in Africa, altruismo e solidarietà, capacità di adattamento, forza d’animo, energia, ma soprattutto quella sensibilità e quel cuore che ti porta ad amare il prossimo tuo nei fatti e non solo a parole.
Le mie due colleghe, come tutti gli altri che le hanno precedute e seguiranno, come anche tutte le altre persone che con ruoli diversi, come me e Valerio che ci occupiamo di conti, non lo diranno e non lo diremo mai apertamente, io sono sicuro che noi tutti crediamo dove gli altri non credono e speriamo dove gli altri non sperano, nel senso che, a nostro modo, continuiamo ad essere gli apri-pista nell'agire in prospettiva, nel vedere lontano immaginando un mondo migliore, più equo e giusto ed in questo nostro essere apri-pista ce la si mette tutta. E così i sacrifici dell’oggi dei miei colleghi - delle due Maddalena, di Giuseppe - il tener duro, il lottare contro tutto, l’ingegnarsi con pochi mezzi a disposizione per ottenere il massimo per la Vita, sono sicuro che sono il seme che darà un frutto, un domani.
Una sera chiamo al telefono Giuseppe, medico chirurgo, presso il Tosamaganga Hospital.
Sono contento di sentirlo, di poterci scambiare qualche riflessione, di sentire il suo sfogo, di capire che anche Lui è là a fare la differenza fra la vita e la morte e quindi per essere segno di Speranza. Cade la linea telefonica e non mi resta che mandargli un messaggio rapido e conciso, ma sincero: “per me è sempre stato un onore e motivo di stimolo per lavorare al Servizio di gente in prima linea come te. Che tu ci creda o no, tu ha fatto la differenza molte volte e fai parte della storia umana di tutti coloro i quali ti sei preso cura”.


Le immagini lasciano il passo ad altre immagini, quali i momenti di condivisione della cena improvvisata, la sera, qualche cosa di cucinato e bruciato all’ultimo, la condivisione vera del pane quotidiano, il raccontarci anche delle stupidate per sdrammatizzare e per vedere stampato un sorriso sul volto, come il soffermarsi, in silenzio, ad ammirare il cielo stellato sopra di noi e riflettere in cuor nostro al come siamo piccoli di fronte al grande Universo che ci sovrasta.
Ero appena arrivato a Mikumi, quando un'altra persona si aggiunge al nostro gruppo. Helga, giovane osteopata, che decide di fermarsi a fianco delle mie colleghe per qualche giorno di volontariato; anche lei motivata da buone intenzioni e dalla voglia di fare qualche cosa in concreto.
Il suo volto, sorridente e sempre scherzoso, mi porta indietro nel tempo quando ancor giovane pensavo agli ideali, alle grandi scelte, ai sogni. Ed è cosi che Helga mi rimanda un'altra immagine: la mia, quella di ci non smette mai di sognare ma che ha anche i piedi per terra per far sì che questa Vita venga spesa fino in fondo, davvero.

Una mattina, mentre assieme a Valerio, sto per entrare in ospedale, scorgo un piccolo corteo di persone che seguivano un carretto, sul quale giaceva avvolto il corpo di un defunto, arrotolato in un telo e fissato con qualche legaccio. Mai come qua, al contrario delle nostre parti, la morte, tappa della vita, fa parte della consuetudine quotidiana e la si affronta per quello che è e con quel che si ha.
L’immagine della morte si contrappone a quella della vita, a quella di un bimbo nato da poco, che giaceva avvolto in un pezzo di tessuto, sopra un fasciatoio della maternità. Ho capito che dentro c’era un bimbo dal piccolo piedino che sporgeva; ero entrato in maternità per verificare un’attrezzatura, ma vedendo il bimbo ero uscito per il timore di trasmettere i miei germi. Giustamente, Maddalena mi dice che non c’è problema, perché loro sono già resistenti sin dalla nascita, considerate le precarie condizioni in cui vengono al mondo.
Uscendo dalla maternità mi soffermo a pensare se questo piccolo, nuovo essere umano sulla faccia della terra, avrà una lunga vita davanti a sé oppure no.
Da lì a qualche giorno, Helga mi dice che le era capitato di scorgere, proprio in uno di quei tessuti utilizzati per avvolgere i bimbi appena nati, il corpo di un bimbo purtroppo morto da due giorni. Il bimbo era lì, in attesa che la nonna se lo venisse a prendere. Anche questa è un'altra immagine della vita di queste parti.

Mi appresto a prepararmi al rientro, contento e soddisfatto, di aver fatto del mio meglio e di essere stato al servizio di Maddalena & Maddalena, di Valerio e di tutto lo staff locale con cui ho dovuto interagire.
Ieri mattina, un semplice work shop, frutto del lavoro di queste settimane, mi ha fatto sperare e credere che dobbiamo insistere nel fare del nostro meglio.
Ora, so solo che nel mio viaggio di rientro scorrerò e riscorrerò le immagini per riassaporare ancora una volta il vissuto. Di certo non dimenticherò mai questi attimi di vita, immagini indelebili, che porterò sempre con me.


Ettore Boles
Nato il 30 novembre del ‘61, settimino, assieme ad altri due gemelli, Gabriele e Luigi. Credo di aver sempre desiderato, fin dai primi passi della mia Vita, esplorare il mondo che mi stava attorno. Successe che un giorno, assieme ai miei fratelli, a carponi m’infilai per la strada antistante il nostro giardino, passando da un buco fatto nella rete del box in cui ci trovavamo a giocare. Da allora ne ho fatti di passi… o meglio di strada, e così un bel giorno sono arrivato fino agli antipodi del mondo, nella lontana Papua Nuova Guinea. Come Forrest Gump, mi sono messo a correre… e non so ancora quando mi fermerò per far ritorno. Ogni tanto, sostando, trovo il tempo di scrivere qualche riga affinché nulla vada perso nell’oblio del tempo.

About Stefania Bergo

Il blog culturale degli scrittori emergenti: letteratura, webmagazine, travel&living, arte, promozioni speciali e servizi editoriali.
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