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In primo piano

La ricompensa è il viaggio | #4 Il diario di Ettore Aiutati che il ciel ti aiuta

di Ettore Boles

PAPUA NUOVA GUINEA

Nella vita, ogni cosa appresa può ritornare utile e, prima o poi, si presenterà il momento di metterla in pratica.

Anni fa, avevo dedicato parte del mio tempo libero in attività di volontariato: la sera, e durante i fine settimana, facevo servizio sulle autoambulanze della Croce Rossa Italiana. Dopo un periodo iniziale avevo anche ottenuto l’abilitazione alla guida dei mezzi di soccorso. Purtroppo dopo cinque anni, per impegni di lavoro, dovetti abbandonare questa attività.

La WaraKongKong Primary School dista proprio cinquecento metri in linea d’aria dalla sede del nostro Progetto; una scorciatoia, un piccolo sentiero fra canneti di bambù e una piccola palude, conduce a essa. Ci si può arrivare anche via strada, con l’auto, facendo un giro più lungo di circa due chilometri.
Per i bimbi di ogni parte del mondo ma soprattutto per i “pikinini” della Papua, abituati a vivere in un ambiente naturale, ad andare in canoa e a caccia con il papà o con il fratello maggiore, stare seduti per delle ore consecutive in un banco di scuola deve essere proprio un bello sforzo, un andare contro natura. Ci vuole l’allenamento e una capacità di dominio di sé che è propria dei grandi! Fortunatamente poi, qui come in ogni parte del mondo, le attività sono sospese per la pausa dell’intervallo, quando i bimbi possono dare spazio alla creatività e all’immaginazione, inventando giochi. I bambini della scuola sono numerosi ed è tutto un rincorrersi e gridare per chiamarsi, giocare a palla e arrampicarsi ovunque.


Damian, uno di loro che ha problemi di sviluppo fisico, nel correre dietro ad una palla viene buttato a terra da un proprio compagno. La sua struttura ossea è fragile al punto di non essere in grado di sopportare l’impatto della caduta: il femore si spezza dando origine a una seria e complessa ferita, per fortuna non esposta.
Un insegnante ci manda a chiamare in cerca di aiuto. Ci dicono che un bambino si è fatto male e che è in terra, disteso, che urla e piange; non immaginiamo di certo una frattura femorale.
Tutti sanno che in ospedale l’unica autolettiga a disposizione non è sempre disponibile e forse, fra chiamata e arrivo, chissà quanto tempo passa; noi siamo i più vicini per intervenire.
Chiamo due ragazzi, dico loro di prendere un foglio di playwood, un compensato resistente di dodici millimetri di spessore, di quello che utilizziamo per produrre i nostri mobili. Penso che, in mancanza di una barella “a cucchiaio”, come quelle in dotazione nelle autoambulanze, questo materiale potrebbe comunque fungere da sostituto. D’altra parte siamo in Papua e bisogna pensarle tutte, anche le più impensabili...
Arriviamo sul posto, troviamo Damian riverso a terra; facciamo un controllo veloce, capiamo dalla posizione della gamba che ci deve essere qualche cosa di serio. Prendiamo il playwood e delicatamente lo infiliamo sotto il suo corpo; poi, al mio via, tutti assieme lo alziamo per posarlo all’interno del pick-up. Faccio prendere dei sacchi di iuta, di quelli che usiamo per le costruzioni, e li faccio riempire di ghiaia, l’unica cosa a disposizione. In questo modo cerchiamo di immobilizzare al meglio la gamba fratturata.
Il tragitto dalla scuola all’ospedale è poco più di sei chilometri ma sembra non finire mai: lentamente, a passo d’uomo, impieghiamo quasi due ore. La strada è sterrata e piena di buche e anche una lieve scossa, una vibrazione del veicolo, reca dolore a Damian, che piange. Arriviamo all’ospedale, con la certezza di aver fatto la nostra parte, che tutto ormai sarà di competenza di qualcun altro e che la situazione sarà a breve sotto controllo. Purtroppo non è proprio così: l’infermiera di turno ci viene incontro, noi le spieghiamo l’accaduto. Osserva il bambino e poi se ne va, senza una parola. Pensiamo che si stia attivando e invece dopo mezz’ora eravamo ancora là, ad attendere attenzione e soccorso. Sappiamo che in ospedale c’è un medico, l’unico medico locale, il Dr Markus: lo mandiamo a cercare ma, dopo aver visto il paziente, ci dice che non può far nulla. Sembra più spaventato di noi, non sa cosa fare! Si congeda e ci saluta.
“Bella storia!”, esclamo io.
Poi, ancora interrogandomi: “Che cosa facciamo ora, con un infortunato fra le mani? Non possiamo fare miracoli noi! Questa proprio non ci voleva!”.
Il mio motto “di peggio c’è solo la morte”, nel senso che fin quando si è in vita è possibile cambiare le situazioni, se solo si vuole, mi sprona a pensare a qualche cosa... mi consulto con Cristina e Sharon che sono con me in attesa all’ospedale, e decidiamo di chiedere supporto a Br. James, il missionario australiano che è qui a Vanimo da quasi quarant’anni. Certamente lui potrà aiutarci a fare qualche cosa, ci diciamo.
Siamo consapevoli che Damian deve essere messo in trazione, non può stare in quelle condizioni. Ci attiviamo grazie alle conoscenze del Brother e contattiamo, via telefono, alcuni medici dell’ospedale di Melbourne, in Australia. Questi, capita la situazione, ci spediscono via fax uno schema esplicativo per costruire un sistema di carrucole e di pesi da montare sul letto di Damian. Lo scopo è di mettere al più presto in trazione l’arto infortunato. È anche questa l’ennesima corsa contro il tempo: ordiniamo alla falegnameria e alla carpenteria metallica di provvedere all’approntamento dei pezzi. Peter e Graeme fanno del loro meglio per interpretare lo schema di esempio.
Nel frattempo, il personale dell’ospedale mette il bimbo in reparto di degenza. Lo stato dell’ospedale governativo non è proprio dei migliori. Si può immaginare che anni fa, quando fu costruito dagli australiani, dovesse essere un discreto presidio. Poi, come capita sovente in queste aree depresse, non è stato molto curato e ora lascia proprio a desiderare: ci sono solo quattro reparti generici senza nessuna divisione per patologia (eccetto il reparto della maternità, che è isolato da tutti) e l’unica ripartizione è quella fra uomini e donne, compresi gli infanti. Le zanzariere alle finestre sono tutte rotte, le toilette inservibili, i pavimenti e i muri tutti sporchi. Insomma, un’ingiustizia vera e propria verso chi già è povero.
Quando la sera, sul tardi, torniamo in ospedale per vedere come sta Damian, lo troviamo su un lettino, con la gamba alzata in qualche modo. La cosa più sorprendente è vedere che al posto del classico “pappagallo”, il contenitore per l’urina, l’infermiera gli ha consegnato una lattina di coca-cola. Del mangiare non se ne parla giacché è consuetudine che i parenti portino cibo da casa oppure si mettano fuori nel prato a cucinare e a soggiornare, in attesa che il proprio congiunto sia dimesso.
Veniamo a sapere che Damian è orfano e che quindi ha bisogno di assistenza anche per questo. Gli altri bimbi, incuriositi alla vista dei wally, i bianchi, lo circondano: hanno già capito che gli porteremo qualche cosa da mangiare e per giocare. Infatti, il giorno dopo, quando a turni facciamo visita al piccolo, costatiamo che biscotti, caramelle e bibite sono già esauriti: vista la situazione, accontentiamo anche gli altri. A seguire, provvediamo alla trazione della gamba. Damian starà qualche mese in ospedale, in attesa che, alla prima occasione, medici australiani vengano per attività di volontariato.

Dopo quattro mesi, quando Damian viene rivisitato, con radiografie alla mano ci dicono che la ricalcificazione dell’osso è stata perfetta e che non ci sono problemi. Ringraziamo i medici per il loro supporto a distanza, ma a noi non par vero che una cosa così rudimentale abbia risolto una situazione; accarezziamo il piccolo e, contenti, ritorniamo al nostro Progetto.

La generosità è a volte infinita: dimesso dall’ospedale, il piccolo trovò una nuova famiglia, felice e pronta ad accoglierlo. Era questa la consuetudine della gente locale, di condividere quel poco che avevano con chi era più sfortunato.
A volte, nella vita, bisogna proprio avere il coraggio di tentarle tutte, di non darsi per vinti, di sapere che una via di uscita c’è sempre: basta crederci! E che pure il famoso “aiutati che il ciel ti aiuta” è sempre attuale.




Ettore Boles
Nato il 30 novembre del ‘61, settimino, assieme ad altri due gemelli, Gabriele e Luigi. Credo di aver sempre desiderato, fin dai primi passi della mia Vita, esplorare il mondo che mi stava attorno. Successe che un giorno, assieme ai miei fratelli, a carponi m’infilai per la strada antistante il nostro giardino, passando da un buco fatto nella rete del box in cui ci trovavamo a giocare. Da allora ne ho fatti di passi… o meglio di strada, e così un bel giorno sono arrivato fino agli antipodi del mondo, nella lontana Papua Nuova Guinea. Come Forrest Gump, mi sono messo a correre… e non so ancora quando mi fermerò per far ritorno. Ogni tanto, sostando, trovo il tempo di scrivere qualche riga affinché nulla vada perso nell’oblio del tempo.

About Stefania Bergo

Il blog culturale degli scrittori emergenti: letteratura, webmagazine, travel&living, arte, promozioni speciali e servizi editoriali.
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