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La ricompensa è il viaggio | #5 Il diario di Ettore Con il Cessna fra le nuvole

di Ettore Boles

PAPUA NUOVA GUINEA

Yapsy, Kamberatoro, Green River, Amanab, Imonda, Ossima, Imbrinis, Lumi, Leittre, sono i nomi di alcune stazioni missionarie sparse fra la giungla della West Sepik Province, territorio della Diocesi di Vanimo. I missionari, già presenti in quest’area da molte decadi, con molto sacrificio si sono costruiti degli air-strip, piccoli fazzoletti di terra necessari all’atterraggio e al decollo di un balus: tradotto in pidgin, un piccolo aeroplano. Si vede proprio che le vie del cielo... sono infinite!
Su questo mezzo di trasporto ci salgono tutti, compresi animali, vivi o morti che siano: tutti provano l’ebbrezza delle nuvole.
Sheron mi narra che suo nonno le aveva raccontato che da ragazzo, al tempo della seconda guerra mondiale, aveva visto, lassù nel cielo infuocato, molti balus, o meglio molti uccelli di ferro che lasciavano cadere tante uova: le bombe. Tutti al villaggio fuggivano, senza sapere se le uova fossero americane oppure giapponesi.



In queste remote terre, a meno che non si voglia andare a piedi aprendo il sentiero con il machete, l’unico mezzo di trasporto moderno, veloce e sicuro è proprio l’aereo. E come dice il detto, bisogna provare per crederci! Per sorvolare foreste e montagne, oltre alla bravura, ci vuole anche coraggio; le perturbazioni e i venti sono così forti che richiedono un brevetto speciale per tenere in aria il grande uccello di ferro.
Un giorno trovai, su un libro sgualcito, la cronaca di un diario di guerra: a una “fortezza volante” americana, un B-17, colpita dalla contraerea nemica giapponese, non restava che cercare un atterraggio di fortuna nella foresta, proprio da queste parti. Visto che lanciarsi con il paracadute non era possibile neanche a pensarci, gli americani volarono molto basso, a qualche centinaio di metri dal suolo. I sopravvissuti al disperato atterraggio, purtroppo, non poterono essere recuperati: gli elicotteri non erano ancora in uso. Il diario riporta che l’equipaggio del bombardiere ricevette, prima di andare incontro a morte sicura, solo il supporto morale ovvero una benedizione a distanza, via radio, da un prete cattolico, da un prete protestante e da un rabbino, quali rappresentanti delle religioni praticate dagli sfortunati aviatori.

La Diocesi, per assicurare la logistica delle proprie stazioni missionarie, si era equipaggiata con due aeroplani monomotore.
Successe che, qualche anno prima del nostro arrivo, un missionario italiano, anch’egli aviatore con grande esperienza di volo sulla giungla amazzonica del Brasile, in un’operazione di decollo da una stazione missionaria, perse la vita assieme al proprio equipaggio a causa di una turbolenza che aveva schiacciato a terra il piccolo aeroplano prima di prendere sufficiente quota.
Io, ebbi la fortuna di provare l’emozione del vero volo solo una volta: la destinazione, se ricordo bene, era Kamberatoro, abbreviato Kamby Mission, lontana circa un’ora di volo sopra la foresta. Fu quella un’interminabile ora di volo. Prima di prendere posto, il personale addetto al check-in della piccola compagnia aerea mi chiese gentilmente di salire sulla pesa dopo il mio bagaglio. Sì, proprio così: bagagli, persone, animali, insomma tutto doveva essere pesato per garantire il giusto assetto al piccolo velivolo.
Dalla faccia del mio pesatore intuisco che la lancetta della grossa bilancia supera qualche libbra. Mi dico: “Vedrai che mi lasciano a terra... e addio gita fra le nuvole!”. Poi il pesatore mi scruta dall’alto in basso, sussurra qualcosa all’orecchio del suo aiutante e trova la soluzione: ho la fortuna di volare accanto al pilota, al posto del copilota, di stare seduto di fronte alla strumentazione di volo e godermi questa esperienza fra le nuvole.

La vista dalle nuvole
Ho una paura matta di toccare inavvertitamente qualche levetta oppure che il pilota, come succede a volte nei film, mi chieda di prendere in mano la cloche o altri comandi! In silenzio, nel mio cuoricino, inizio a pregare e a fare l’esame di coscienza... “non si sa mai”, mi dico.
Così, tutto d’un tratto, penso ai boing, i “grossi balus” che volano sicuri, alti nel cielo a più di diecimila metri: questa è tutta un’altra cosa.
Il pilota, un giovane australiano, fa tutto da solo, non c’è una torre di controllo a guidarlo: con il meccanico tira fuori l’aereo dall’hangar, assieme iniziano a caricare bagagli e animali nella piccolissima carlinga di qualche metro cubo, divisa dal reparto passeggeri solo da una rete di corda; poi uno ad uno, non più di sei passeggeri, compreso il pilota, tutti stretti stretti, l’uno vicino all’altro, prendiamo posto. Il meccanico finisce di dar da bere all’aereo con quattro taniche di carburante. Allacciate le cinture, il piccolo balus inizia a rullare sulla pista e con un po’ di gas, la leva sulla manetta, dopo un qualche sobbalzo sulle ruote inizia a levarsi da terra.
Che emozione, in poco più di un minuto abbiamo già staccato le ruote dal suolo erboso e stiamo volando nell’aria che sembra accarezzare le ali del mezzo!
Il rombo del piccolo motore pare dire agli altri uccelli, quelli veri - uno stormo di tucani con il becco arancione e le ali piumate belle grandi - che questa volta in formazione con loro c’è anche lui.
Certo, l’uomo non ha fatto che osservare la perfezione della natura e imitarla: così, tentativo dopo tentativo, dopo Icaro, i primi “uccelli telati”, poco più di un secolo fa, spiccarono il volo. Che grande impresa! Mi chiedo a cosa possano aver pensato i papuani quando videro il primo biplano, il tuwing (l’uccello a due ali) con a bordo gli spiriti degli antenati: i bianchi. Chissà che stupore, che sorpresa, oppure che paura, o ancora quante altre sensazioni insieme...

L'aeroporto e le persone in attesa
Mentre penso a queste cose, per distrarmi un po’, punto lo sguardo verso alcune montagne sempre più vicine, in direzione del nostro piano di volo. Lentamente il pilota alza la cloche per tirar su il muso del Cessna, si alza un po’ di quota e, dopo aver quasi toccato le cime degli alberi, le supera di pochi metri. Poi una leggera virata, un cambio di rotta, e tutto a un tratto si apre davanti a noi una piccola vallata. Osservo alla mia destra, dal finestrino, e mi pare di scorgere un piccolo lembo di terra, di qualche centinaio di metri, non di più. Guardo bene e vedo che al termine del prato la montagna è tagliata di netto e oltre la fine del prato solo il vuoto: un precipizio molto profondo! Il balus riduce il gas, abbassa il muso e inizia a scendere di quota; ora il prato è sempre più vicino, pare di vederlo meglio: ci sono dei coni bianchi ai suoi lati e la terra sembra tagliata. “Ci siamo!”, penso, “deve essere questo il punto del nostro atterraggio, l’air-strip della missione”. Uno sguardo veloce al pilota, vorrei fargli qualche domanda, ma poi penso alla regola dei bus di non parlare al guidatore: meglio non distrarlo, chissà, la prudenza non è mai troppa. Un sobbalzo forte, quasi a picchiare la testa, mi fa capire che abbiamo toccato e che siamo arrivati a destinazione.
Chissà cosa stanno pensando in questo momento gli altri passeggeri, così muti e pensierosi fra le nuvole. Li osservo dirigersi con le loro sacche in spalla verso le capanne del villaggio, mentre altri sono già pronti a prendere il loro posto per il viaggio di rientro.
E così il balus ritorna da dove è arrivato, fra le nuvole, librandosi di nuovo nell’aria, fra lo spazio infinito, sopra queste montagne e rigogliose foreste.



Ettore Boles
Nato il 30 novembre del ‘61, settimino, assieme ad altri due gemelli, Gabriele e Luigi. Credo di aver sempre desiderato, fin dai primi passi della mia Vita, esplorare il mondo che mi stava attorno. Successe che un giorno, assieme ai miei fratelli, a carponi m’infilai per la strada antistante il nostro giardino, passando da un buco fatto nella rete del box in cui ci trovavamo a giocare. Da allora ne ho fatti di passi… o meglio di strada, e così un bel giorno sono arrivato fino agli antipodi del mondo, nella lontana Papua Nuova Guinea. Come Forrest Gump, mi sono messo a correre… e non so ancora quando mi fermerò per far ritorno. Ogni tanto, sostando, trovo il tempo di scrivere qualche riga affinché nulla vada perso nell’oblio del tempo.

About Stefania Bergo

Il blog culturale degli scrittori emergenti: letteratura, webmagazine, travel&living, arte, promozioni speciali e servizi editoriali.
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