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In primo piano

[Palcoscenico] L'editoriale di Tamara Marcelli: Eleonora Duse, dopo di lei, tutto è cambiato


La divina, l’inarrivabile.
Nacque a Vigevano (PV) il 3 ottobre 1858 in una famiglia di attori girovaghi che ne decise il destino. Prima apparizione sulla scena nel marzo 1863 nel ruolo di Cosetta ne “I Miserabili” di Victor Hugo. Lavorò in varie compagnie teatrali, alternando vari ruoli, per poi approdare a quello di “prima donna”.


Viene ricordata per alcune importanti interpretazioni, come quella nel maggio 1893 a Verona dove, nei panni di Giulietta nell’opera di Shakespeare, apparve sulla scena con un fascio di rose in mano. Quei fiori, che lei faceva cadere magistralmente ad ogni scena, stavano a sottolineare, come un inciso, un’azione, un movimento, una parola. Quei fiori rappresentarono l’anima di Giulietta, furono il suo alterego, un personaggio muto. Fu in questa occasione che la Duse apparve diversa da tutte le altre attrici dell’epoca, è in questa apparizione che la sua Arte fece uno scatto in avanti, che la contraddistinse dalla monotonia delle rappresentazioni, dalla tradizione, dall’immaginario condiviso di Giulietta. Fu in questa occasione che fu evidente la sua genialità.
I personaggi che interpretò nella sua carriera furono molti e con lei vissero una nuova vita. Si nutrirono di una luce diversa. Nel maggio 1879 entrò a fare parte della compagnia stabile del teatro dei Fiorentini e con la grande attrice, già affermatissima, Giacinta Pezzana, mise in scena una grande interpretazione di “Teresa Raquin” di Zola. La Duse nei panni della protagonista Teresa e la Pezzana in quelli della suocera paralitica. Fu il più grande successo della stagione. La sua Teresa divenne uno dei personaggi leggendari del suo repertorio.
Subito cominciò a suscitare l’interesse degli ambienti letterari dell’epoca. Nel 1880 si avvicinò alla grande Pezzana nella compagnia Città di Torino e affinò la sua tecnica. Era incinta e lavorò in teatro fino all’ultimo giorno della sua sventurata gravidanza. Il bambino che nacque visse poche settimane. Fu un duro colpo che la segnò notevolmente e, per riemergere dal suo buio, si rimise al lavoro con ancora più passione, riversando nella ricerca di nuovi personaggi da interpretare la sua ragione di vita. Scelse testi non facili, controproducenti, atipici, fuori dal coro. Uno di questi che aveva avuto pessime recensioni e critiche nelle rappresentazioni italiane e francesi, fu “La principessa di Bagdad” di Dumas figlio. Non sbagliò, fu un successo. Sull’onda di Dumas portò in scena altri capolavori letterari: “Demi-Monde”, “Francillon”, “Una visita di nozze”, “La Principessa Giorgio”, “La moglie di Claudio” e quello che divenne uno dei suoi cavalli di battaglia “La signora delle camelie”. Cominciava così a comporsi il suo particolarissimo repertorio. Aggiunse alcuni testi italiani di forte impatto come “La Cavalleria rusticana” di Verga e “Atti unici” di Giacosa. Con la grande attrice Adelaide Ristori il 26 maggio 1881 al Teatro Argentina di Roma la Duse va in scena nel dramma di Paolo Giacometti “Madre e figlia” che rappresenterà, simbolicamente, anche un passaggio di consegne nel mondo teatrale italiano. Nel suo repertorio stabile inserì “Antonio e Cleopatra” di Shakespeare nella riduzione curata e adattata a lei da Arrigo Boito, rappresentante del movimento letterario denominato “Scapigliatura” impregnato del dualismo tra arte-ideale e verità-realtà. Di Marco Praga, figlio di Emilio, altro componente della Scapigliatura, “La moglie ideale” con il personaggio di Giulia.

Tutti amarono l’arte con geniale sfrenatezza: la vita uccise i migliori. Cletto Arrighi

Del grande drammaturgo e regista teatrale norvegese Henrik Ibsen rappresentò più volte “Casa di bambola” con la sua indimenticabile Nora e “Casa paterna” di Suderman nel personaggio di Magda. Di Pinero vestì i panni di Paula in “La seconda moglie”. Sempre di Ibsen mise in scena “Hedda Gabler”, “Rosmersholm” con il personaggio di Rebecca West, “Vohn Gabriel Borkman” e “La donna del mare” con Ellida. “Monna Vanna” di Maeterlinck, “L’albergo dei poveri” di Gor’kij.
Con la rappresentazione de “La donna del mare” di Ibsen, a Berlino il 25 gennaio 1909 si chiuse la prima fase della vita artistica della Divina. Abbandonate, temporaneamente, le scene, cominciò a dedicarsi intensamente agli ambienti intellettuali, letterari ed artistici, dell’epoca. Nuovi stimoli e nuovi incontri: Paul Claudel, Rainer Maria Rilke, Giovanni Papini, Sibilla Aleramo, Silvio D’Amico, Mario Apollonio, Pietro Gobetti, Grazia Deledda. Il suo tessuto artistico si allarga e diventa fecondo di nuove collaborazioni.
Così nasce il film “Cenere” tratto dall’omonimo romanzo della scrittrice sarda Grazia Deledda che riceverà nel 1926 il premio Nobel per la Letteratura. Dopo aver scartato numerose proposte e progetti più o meno interessanti, la Duse nel 1916 sotto la regia di Febo Mari collabora alla realizzazione dell’unica pellicola che restituisce ai posteri la sua immensa arte. Il risultato è pregevole. La particolare maestria recitativa si esplica in questo film come in tutte le opere teatrali. Partecipò alla stesura della sceneggiatura e fornì al regista preziosi consigli sulle inquadrature e sui tempi scenici. La caratteristica assenza di trucco e di primi piani, alla stregua del palcoscenico, resero l’arte della Duse ancora più evidente. Lei che amava quasi nascondersi e scomparire sul palcoscenico, facendo così sentire l’assenza e allo stesso tempo imponendo in ogni momento la sua presenza, lei che era prepotentemente sempre in primo piano anche quando non lo era, lei che offuscava chiunque le recitasse accanto, lei era riuscita a sfondare il tempo. Era uscita dalla quarta parete e aveva raggiunto il futuro. La pellicola. Al regista Febo Mari, coprotagonista insieme a lei, scrisse:

Mi metta, dunque, nell’ombra, mi tenga di scorcio, a passaggio, nulla sia immobile fra questo ritorno di madre al figlio.

Rappresenterà in varie tournées “Così sia” di Gallarati Scotti e “Spettri” di Ibsen, fino all’ultimo. Il 5 aprile 1924 a Pittsburg mise in scena “La porta chiusa” di Marco Praga.
Il 21 aprile muore a causa di una grave forma di polmonite. A Roma furono celebrati i funerali di Stato e successivamente fu sepolta ad Asolo. D’Annunzio, che in quegli anni aveva rivalutato il suo amore per lei e la sua arte, scrisse: “È morta colei che non meritai.”

Nei testi del suo repertorio trovò personaggi all’apparenza fragili ma che le davano una grande possibilità d’espressione. Furono l’abito adatto al suo modo di sentire il teatro. Donne convulse, spesso rinchiuse in una quotidianità dalla quale sentivano di dover fuggire, braccate dai propri sentimenti debilitanti. Donne del futuro. Nevrotiche e tormentate.
Fu molto apprezzata, soprattutto all’estero dove i venti dell’innovazione letteraria e teatrale erano ormai entrati a far parte del quotidiano. La Duse lavorò nei teatri più belli ed importanti di tutto il mondo. Nel 1897 conquistò definitivamente Parigi e, grazie alla sua interpretazione magistrale de “La signora delle camelie”, di “Sogno di un mattino di primavera” di D’Annunzio riuscì ad offuscare la sua eterna rivale, la graziosa Sarah Bernhardt. Lo scrittore e drammaturgo austriaco Hugo von Hofmannsthal scrisse a proposito: “Esercitano arti diverse”, proprio per sottolineare l’immensa distanza interpretativa delle due attrici. Anche George Bernard Shaw, scrittore, drammaturgo e critico inglese, ebbe modo di analizzare, dopo aver visto degli spettacoli a Londra nel 1895, l’arte delle due donne: “Dubito che qualcuno di noi si sia reso conto, dopo l’intelligente interpretazione che Sarah Bernhardt ci ha dato di Magda lunedì scorso, che nella natura delle cose c’era posto per una forza che l’avrebbe distrutta quarantotto ore dopo, una forza che si manifestava in un talento apparentemente tranquillo come quello della Duse. Eppure, distruzione è la sola parola adatta per quel che è accaduto.”



Le opere che sceglieva erano sempre dense di personaggi controversi, mai uguali gli uni agli altri, spesso ambigui, sempre ricchi di ombre. Personaggi non particolarmente amati dal colto pubblico dell’epoca, anzi piuttosto “spigolosi”. Le sue scelte puntavano a spezzare il filo della tradizione. Per questo il suo repertorio era così variegato e anomalo rispetto alle “prime donne” del mondo teatrale del tempo. La Duse non ebbe mai timore reverenziale nei confronti del suo pubblico, ma sceglieva opere che potessero tenerlo sulle spine, sempre in tensione fino all’ultima battuta. Sottolineando aspetti fino a quel momento evitati, agevolando il distacco dalla tradizione con personaggi difficili e non sempre positivi.
Le donne delle mie commedie mi sono talmente entrate nel cuore e nella testa che mentre m’ingegno di farle capire a quelli che m’ascoltano, sono esse che hanno finito per confortare me.
Anche visivamente la sua arte era impareggiabile, unica. Indossava costumi sobri, poco appariscenti, corredati da semplici accessori, ridotti all’essenziale. Diversamente dall’uso del tempo, il trucco era assente, al punto da sembrare quasi trascurata. Era evidentemente una ulteriore scelta coraggiosa e controcorrente: il teatro dell’epoca prevedeva l’uso di un trucco vistoso con cerone e occhi segnati di nero, abiti barocchi ed accessori importanti. Ma a lei non servivano. Non avrebbero aggiunto alcunché alla sua maestria, alla sua arte, al messaggio che, scena dopo scena, inviava al pubblico. L’essenza in lei risiedeva altrove, non nel superfluo. Lei era già oltre, era già proiettata al futuro. L’attenzione del suo pubblico doveva essere attirata da altro, catturata dal germe di quella che, anni dopo, diventerà l’introspezione del personaggio. Si concentrò sui piccoli gesti, sulle movenze articolate e sinuose, su quei piccoli dettagli, sulle sfumature che fanno la differenza tra un personaggio di carta e uno che prende vita sulla scena. Per comunicare utilizzava quei gesti, quelle movenze. Per sottolineare un tono, una pausa asfittica. Dava l’impressione, artatamente, che fossero gesti automatici, maniacali, quasi sfuggiti sovrappensiero al personaggio. Invece erano cadenzati e pensati con estrema maestria.
Parimenti, il suo verbale era particolare, senza precedenti. La Duse utilizzava spesso il sussurrato anche in risposta a battute urlate. Ma sapeva alternare, come onde del mare, il grido, il pianto convulso, episodi nevrotici, atteggiamenti di estrema sofferenza fisica e psicologica, sublimi cadute, in uno stato di costante tensione emotiva. Incommensurabile nelle scene di morte. Tutto questo e molto altro difficile da riassumere brevemente, fecero di lei la Divina, l’unica vera Attrice di tutti i tempi. Fu impareggiabile.
La sua Arte rappresentò una necessità, fu la sua avventura di vita. Non cercò mai la notorietà, piuttosto inseguiva il suo bisogno di palcoscenico, di fare teatro, di scoprirsi vestendo i panni e le anime delle sue protagoniste.
Talmente dirompente per l’ambiente teatrale del tempo da risultare quasi antipatica. Perché era irraggiungibile. Per questo la critica la paragonò ai grandi protagonisti delle rivoluzioni teatrali di fine secolo: Stanislavskij, Craig, Mejerchol’d, Appia, Copeau, Duncan. Anche lei rappresentò una spaccatura, una linea di confine tra il vecchio e il nuovo, pur affondando radici profonde nella tradizione.
Nel 1882, ancora giovane attrice, aveva risposto durante un’intervista (Antonio Fiacchi “Intervista a Eleonora Duse” in il piccolo Faust Luglio 1882):

Vedete, parte del pubblico non mi accetta ancora come desidero d’essere accettata, perché non faccio le cose altro che a modo mio, cioè a dire nel modo come le sento. E’ convenuto che in certe circostanze bisogna alzar la voce, dare in escandescenze, e io invece, quando la passione che esprimo è violenta, quando l’animo mio è colpito dal piacere o dal dolore, spesso ammutolisco e sulla scena parlo piano, a fior di labbra… allora certuni dicono che non ho espressione, che non sento, che non soffro… oh! Ma … ci verranno.

La sua dissonanza, il suo particolarissimo e stridente stile recitativo rendono la grandezza di una donna che visse il Teatro, con le sue innumerevoli anime, senza curarsi delle prospettive convenzionali.

E’ una delle rare, meravigliose creature nella cui anima ci sono possibilità maggiori che nella sfera dell’arte
Hugo Von Hofmannsthal | “Saggi Italiani”, Mondadori, 1983



Tamara Marcelli
Artista poliedrica, eccentrica, amante dell'arte in tutte le sue forme. Una sognatrice folle. Ha studiato Lettere e Tecniche dello Spettacolo, canto e recitazione per oltre dieci anni e ha lavorato come attrice in alcuni importanti Teatri del Lazio. Scrive poesie, romanzi, testi teatrali, articoli e saggi.
Il blu che non è un colore,  Montag.
Il sogno dell'isola,  Montag.

About Stefania Bergo

Il blog culturale degli scrittori emergenti: letteratura, webmagazine, travel&living, arte, promozioni speciali e servizi editoriali.
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