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In primo piano

L'editoriale di Silvia Pattarini: nel mirino della censura


{
Difenderò le mie parole, con le mie parole
}
Si esprimeva così Erri de Luca qualche mese fa, microfono alla mano, durante una convention di giornalisti, invitato in qualità di ospite, durante la quale si definì “un intruso”, poiché non giornalista. Rimbalza eclatante la notizia della sua condanna a otto mesi, per il reato di istigazione al sabotaggio, cui i media in questi giorni stanno dando ampio risalto. Il noto scrittore italiano, per avere difeso il "suo vocabolario" ed essersi preso la libertà di utilizzare il verbo "sabotare", forse con troppa leggerezza, afferma con un certo sarcasmo “ho avuto il privilegio di essere il primo scrittore italiano ad essere incriminato per libertà di espressione.”

Secondo la “giustizia” italiana, le sue parole “la tav andrebbe sabotata”, equivalgono a incitazione a delinquere. Parole che se pronunciate da me, la perfetta sconosciuta della porta accanto, non sarebbero nemmeno state prese in considerazione, in quanto solo futili chiacchiere da bar.
Ma se a pronunciarle è un scrittore di fama internazionale, il discorso cambia, si scatena l’onda anomala. Ma il vocabolario della lingua italiana non è quindi uguale per tutti? Qual è la discriminante, che arriva a paragonare un pacifico e sarcastico De Luca, a un delinquente di quelli con la “D” maiuscola?

Sopra quei baffetti bianchi, profonde rughe a solcargli la fronte e incorniciargli gli occhi, i radi capelli grigi a risaltare oltre un capo ampiamente stempiato, il suo fisico asciutto e longilineo, Erri ricorda tanto mio nonno materno. Una persona pacifica, mansueta, profondo conoscitore della lingua italiana. Nulla a che vedere, nemmeno da paragonare di riflesso a un comune delinquente. Una persona a sua volta vittima della “ingiusta giustizia” italiana, che ha colto la palla al balzo per incastrarlo in un giochetto subdolo, prendendo alla lettera una ad una le sue parole, strumentalizzandola e innescando un ordigno dai toni esplosivi. Mi rendo conto ogni giorno di più che la nostra “giustizia” fa acqua da tutte le parti e da cittadina italiana mi sento profondamente indignata.

D’altro canto non sarebbe certamente la prima volta che a cadere nel mirino della censura siano proprio gli scrittori. La storia ce lo insegna.
A cominciare dal lontano 1545 col Concilio di Trento, nei diciotto anni che ne seguirono fu stilato l’indice dei libri proibiti ritenuti pericolosi perché istigavano all’eresia. Furono ritirati dalla circolazione e per ragioni di sicurezza bruciati, pure considerando l’alto tasso di analfabetismo della popolazione. Una censura che contò numeri consistenti e si perpetuò nei secoli a venire. A partire dai 2.200 titoli censurati nel 1500, ai 5.200 fra il 1600 e il 1966. Numeri inimmaginabili.
Nel lungo elenco finì anche l’allora già defunto sommo Padre della lingua italiana Dante Alighieri, colpevole di avere ideato una Divina Commedia dai toni non consoni alle idee politico-spirituali dell’epoca.
Voglio concludere proprio citando uno stralcio tratto dal canto VI del Purgatorio, ai nostri giorni ancora perfettamente attuale:
{
Ahi serva Italia,
di dolore ostello,
nave senza nocchiere in gran tempesta
non donna di provincia ma bordello.
}

Credo che se potesse esprimersi, anche Dante starebbe con Erri. Forse anche Giordano Bruno.
Per questo #iostoconErri.





Silvia Pattarini
Diplomata in ragioneria, ama scrivere racconti e componimenti poetici, alcuni dei quali compaiono in diverse antologie. Partecipa a concorsi letterari di poesia, prosa e premi letterari per narrativa edita.
Biglietto di terza classe,  0111Edizioni.
La mitica 500 blu,  Lettere Animate.

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