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In primo piano

La ricompensa è il viaggio | #8 Il diario di Ettore Al di là di tutto, c’era un team!

di Ettore Boles

PAPUA NUOVA GUINEA | ottobre 1997
L’intraprendente uomo di Chiesa, il Bishop, come lo chiamavamo noi volontari, era sempre attivo e parlava in continuazione di costruzioni e di soldi; soprattutto si preoccupava di “far girare” il progetto al massimo delle potenzialità da lui attese. Mi ero lasciato alle spalle la finanza delle multinazionali e mi ritrovavo a parlar di dollari ogni giorno... avrei voluto dedicarmi a qualcos’altro, tipo attività nel sociale e via dicendo...
La Diocesi di Vanimo, nel tempo, aveva creato le tipiche attività missionarie: un laboratorio di falegnameria, una carpenteria metallica, un’unità per la costruzione di mattoni, una per la costruzione di contenitori d’acqua piovana, una dedicata alla costruzione e alla manutenzione di opere civili, un’officina meccanica per la riparazione dei veicoli; c’era pure un tank - cisterna - dedicato a stazione di rifornimento del carburante. Insomma, quanto bastava per risolvere le necessità quotidiane in modo autosufficiente. Materiali, semilavorati e attrezzature erano importati via nave dalla vicina Australia.


Il primo mese dall’arrivo in Papua, mi era servito per rendermi conto che tutte queste attività, seppure necessarie e utili, non erano sotto controllo e richiedevano sempre continui esborsi di denaro. Tutti attingevano al “pozzo di San Patrizio” della Diocesi e nessuno si preoccupava di pagare il dovuto. Alla fine di ogni giornata, il nostro uomo di Chiesa si trovava a far quadrare i conti e a scervellarsi per trovare qualche soluzione che ponesse fine alle sue preoccupazioni.

Peter, australiano, carpentiere; Job, indiano, meccanico; Joshy, indiano, ingegnere civile e; Graem, scozzese, falegname; Sharon, papuana, impiegata; Cletus, papuano, impiegato; Cristina, italiana, tecnico; Lino, italiano, muratore; Severino, italiano, falegname e il sottoscritto, italiano, coordinatore di progetto, tutti assieme avevamo preso in mano le singole attività produttive missionarie al fine di fonderle in un’unica attività produttiva di sviluppo socio-economico. Molti di noi erano anche formatori. Nell’ultimo anno di progetto Steven, neozelandese, ingegnere civile e formatore, si era aggiunto alla squadra dei volontari laici. La nostra è stata proprio un’esperienza di volontariato nel vero senso del termine: tutti avevamo scelto di dedicare il nostro tempo a titolo gratuito, senza nessuno stipendio, senza alcuna copertura previdenziale; solo un modico sussidio mensile di circa duecento dollari australiani per provvedere agli alimenti. Andare e donare noi stessi in modo disinteressato, ci ha fatto sentire più liberi, meno “subordinati al sistema” e più vicini alla gente. Avevamo voglia di sperimentare vie nuove, di cercare il senso della vita e le motivazioni erano così forti che gli aspetti economici passavano in secondo piano.
Purtroppo, durante i tre anni in Papua, ho spesso costatato che l’operare a titolo gratuito era considerato come dovuto e non c’era la minima preoccupazione di impiegare al meglio risorse umane qualificate.
L’obiettivo era di garantire alla Diocesi una serie di opere e servizi, in qualità di fornitore interno alla stessa. Mancavano infrastrutture e servizi, ci trovavamo in aree isolate dal mondo e l’unico modo per assicurare un timido segno di sviluppo era il fare tutto da sé, in completa autonomia. Servivano quindi risorse umane, tecnici volontari ben preparati e motivati e risorse tecniche, mezzi e finanze. Avevo detto al nostro amico Bishop, che lui doveva occuparsi dei fondi e che al resto ci avremmo pensato noi!
Ci mettevamo anima e corpo: dopo una giornata intensa di lavoro, ci si trovava ancora fino a tardi, la sera, a discutere, a organizzare e a sognare il nostro gran da fare... progressivamente avevamo impiegato più di cento persone, proprio come un’impresa che si rispetti. Cantieri, commissioni,  non solo per la Diocesi, proprietaria e cliente privilegiato, ma anche per il Governo locale e altre imprese private con cui abbiamo lavorato.
Con il tempo ci siamo fatti conoscere, partecipavamo a gare d’appalto, avevamo ristrutturato anche qualche ward - reparto - e qualche ufficio dell’Ospedale Governativo, qualche abitazione; avevamo effettuato manutenzioni alle strutture aeroportuali, costruito una high school con tanto di dormitori per centinaia di studenti e progettato case prefabbricate da trasportare nella foresta, oltre a manufatti di vario genere, utili per la popolazione locale. Significativa è stata la produzione, su licenza del Governo, di impianti per l’essicazione del cacao: micro realizzazioni per gli agricoltori locali.
Insomma, la lista è lunga e c’era proprio di che essere orgogliosi.


Come tutti, anch’io facevo la mia parte, con molto entusiasmo. Le mie conoscenze mi permettevano di consolidare ogni elemento e di metterlo a disposizione del progetto. L’applicazione delle precedenti esperienze professionali di tutti i componenti del team, aveva contribuito a far vincere delle gare d’appalto, giusto quanto ci serviva per dare continuità di lavoro ai nostri ragazzi, secondo una logica di autofinanziamento e di sostenibilità. Volevamo mostrare al mondo che una via d’uscita dalla povertà era possibile: creare una esperienza di sviluppo socio-economico, applicare equità e giustizia, senza sfruttare nessuno. Eravamo tutti dei gran sognatori. Dietro a tutto il nostro gran da fare, ci stava proprio questo: insegnare alla gente la tutela dei propri diritti, come pure il rispetto dei propri doveri.
Il team, per l’età dei suoi membri, per le esperienze precedenti di ognuno, per le diversità culturali e di provenienza, era molto eterogeneo, ma ben si amalgamava grazie ad un aspetto in comune: la voglia di mettere a disposizione di altri, seppur con alcuni limiti, il nostro sapere, quanto di buono la vita ci aveva donato fino a quel momento. L’obiettivo comune ci aveva aiutato a superare le nostre diversità, i nostri differenti modi di agire nelle varie situazioni e ci aveva fatto apprezzare l’essere un team coeso in un posto così difficile e remoto.

Non sono mancate, ovviamente, anche difficoltà di comunicazione: fra l’australiano, lo scozzese, i due volontari indiani e lo neozelandese. Spesso intervenivo: “Cari sudditi della Regina”, dicevo loro, “come posso comprendere le vostre discussioni? Io, un italiano della Valle Brembana?
Anche quella volta trovai una soluzione al mio problema. Mike, un tecnico inglese, era solito venire a far visita ai propri connazionali: per i suoi discorsi sempre monotoni e ripetitivi, nessuno gli prestava attenzione. Aveva trovato in me un fedele ascoltatore: lo stavo a sentire per intere ore, nel tempo libero, s’intende; ero l’unico che lo lasciava raccontate senza interruzioni. Non mi pareva vero di fare pratica con l’inglese a costo zero! Il mio vocabolario si ampliava di giorno in giorno e, allo stesso tempo, alla fine di ogni “repertorio” Mike se ne andava tutto soddisfatto. Due piccioni con una fava!

Sono le persone a fare la differenza: un buon team, fa la differenza in un’azienda così come in un progetto, come pure in qualsiasi altra Organizzazione. Il ricordo della vera condivisione di esperienza mi è rimasto sempre nel cuore e ha condizionato anche le mie esperienze future. 




Ettore Boles
Nato il 30 novembre del ‘61, settimino, assieme ad altri due gemelli, Gabriele e Luigi. Credo di aver sempre desiderato, fin dai primi passi della mia Vita, esplorare il mondo che mi stava attorno. Successe che un giorno, assieme ai miei fratelli, a carponi m’infilai per la strada antistante il nostro giardino, passando da un buco fatto nella rete del box in cui ci trovavamo a giocare. Da allora ne ho fatti di passi… o meglio di strada, e così un bel giorno sono arrivato fino agli antipodi del mondo, nella lontana Papua Nuova Guinea. Come Forrest Gump, mi sono messo a correre… e non so ancora quando mi fermerò per far ritorno. Ogni tanto, sostando, trovo il tempo di scrivere qualche riga affinché nulla vada perso nell’oblio del tempo.

About Stefania Bergo

Il blog culturale degli scrittori emergenti: letteratura, webmagazine, travel&living, arte, promozioni speciali e servizi editoriali.
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