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In primo piano

[Inediti d'autore] Racconto: "Marmitte di pasta" di Ettore Boles


Si erano conosciuti fra un incontro e l’altro, nel mio ufficio, e subito Peter aveva mostrato interesse verso Sharon, la nostra segretaria, assunta da qualche mese. 

Sharon proveniva da un altro luogo, Wewak; il padre aveva avuto modo di istruirsi e di lavorare sia con gli australiani che con il governo: rispetto alle famiglie degli altri nostri ragazzi, quasi tutte di pescatori o di cacciatori del bush, la sua, si capiva, era di quelle benestanti. Anche Sheron aveva avuto la possibilità di istruirsi, di frequentare la High School e di aprirsi una via, in modo indipendente, dalla famiglia di origine: si era trasferita a Vanimo presso parenti, in cerca di un’occupazione e di autonomia economica.
Ormai, non me ne ero ancora accorto, erano un po’ di volte che Peter, con una scusa o l’altra, entrava in ufficio per chiedere preventivi o per quantificare i costi di produzione dei suoi manufatti. E così, fra un sorriso ed una battuta, fra calcoli e ricalcoli, i ragazzi iniziarono a frequentarsi e a conoscersi; si vedeva che fra i due c’era attrazione, affinità di sentimenti e punti in comune e, sinceramente, era bello vedere che si amavano e sognavano una vita insieme.
Mi divertivo a scherzare, a prenderli in giro, ma ogni volta che Peter chiedeva consiglio ero sempre pronto a fare del mio meglio, anche rispetto a questioni serie. La cosa buffa era che le suore, presso cui alloggiava Sharon, facevano la novena alla Madonna affinché la ragazza divenisse una postulante; non da meno erano i missionari, i quali sapendo che Peter aveva un trascorso di studi da seminarista, pregavano pure loro per far sì che nel ragazzo si riaccendesse la fiamma dello Spirito. E poi c’eravamo noi laici. Io esordivo, fra il serio e il faceto, dicendo a tutti:
“Ma perché pregate per Sharon suora e per Peter prete? Chi ha detto che non possano formare una bella famiglia e che anche questa, se vissuta bene, non rientri nei piani del Signore?”.
Ma i missionari si preoccupavano solo di incrementare le statistiche dei nuovi battezzati e di quanti potevano entrare a far parte dei propri ordini religiosi.
Infine, c’erano quelli che, giusto per creare un po’ di confusione, ipotizzavano una serie di teorie sulla coppia: il rischio che una ragazza papuana sposasse un bianco solo per avere la sistemazione della vita; oppure il timore che i parenti di lei, secondo la cultura locale, avrebbero approfittato di Peter per chiedere continuamente aiuto economico e supporto di ogni genere. Insomma, era un continuo raccomandare l’innamorato a lasciar stare.
Eppure, dopo un anno di fidanzamento, era giunto il giorno delle nozze.
Era questa una bella novità, che trovava sempre tutti pronti a proporsi per una cosa o per l’altra: chi a dar consigli, chi a organizzare la cerimonia, a pianificare il banchetto o a suggerire il viaggio di nozze. La storia aveva assunto le caratteristiche di un match: preti e suore ne uscivano sconfitti, ma ugualmente contenti, mentre i laici con famiglia erano soddisfatti che qualcuno passasse “dalla loro parte”.
Personalmente, la cosa che mi interessava di più, dopo la felicità dei due ragazzi, e della quale chiedevo aggiornamenti, era il pranzo di nozze! La stavamo facendo magra da un po', con pane in cassetta, tabasco e scatolette, e un buon pranzo era proprio quello che ci voleva per recuperare i sapori della vita.
Le rispettive famiglie si erano incontrate per l’occasione e pure qualche amico si era aggiunto al gruppo. La cerimonia religiosa, un misto fra riti occidentali e usanze locali, aveva dato calore a questo speciale momento. I parenti di Sharon, compresi gli anziani del villaggio, vestivano abiti tradizionali e il corpo era segnato da simboli colorati, rappresentanti gli emblemi degli antichi guerrieri. In testa le piume del famoso Uccello del Paradiso. Lance, archi, frecce e tamburi facevano da corollario.
Sharon indossava il classico abito bianco da sposa e due bambine damigelle le tenevano il velo; Peter, più sobrio ma preciso, aveva una camicia bianca, la cravatta e pantaloni neri.
Mezz’ora prima di lasciare la casa per la cerimonia, Peter, tutto agitato mi aveva mandato a chiamare: la camicia bianca, tenuta in una borsone sin dal giorno del suo arrivo a Vanimo, un anno e qualche mese prima, e mai rimossa da allora, era macchiata di un certo color rosso: forse la traccia di qualche insetto che vi aveva soggiornato clandestinamente. La macchia era abbastanza vistosa ma Peter ci teneva troppo a vestire in camicia bianca e cravatta nera, e non c’era tempo per lavare e far asciugare il capo. Mi venne un’idea: corsi a prendere dalla mia valigetta il correttore liquido bianco, la classica scolorina per l’ufficio; con qualche pennellata tutto si sistemò e la camicia pareva più candida di prima. Peter, di nuovo sorridente, mi ringraziò e corse incontro al proprio destino.

Avevamo organizzato tutto in modo da riunire sposi e commensali presso il centro sociale della Diocesi, uno spazioso salone che poteva contenere comodamente qualche centinaio di persone. Dando fondo alle scorte alimentari della Bishop House, la casa del Vescovo, all’italiana, avevamo preparato grosse marmitte di pasta fredda, con olive, tonno, pomodori e formaggio: la temperatura era intorno ai quaranta gradi all’ombra e un piatto freddo era proprio quello che ci voleva. Inoltre, per onore alle tradizioni locali, furono preparati piatti di sago e carne di maiale e di kakaruk, il pollo, servito con patate dolci: il tutto cucinato secondo la ricetta del tipico “mumu”. Come da usanza, la carne era stata avvolta in foglie di banano e messa in una buca riempita con sassi arroventati sul fuoco prima di essere utilizzati. Sempre secondo la tradizione, il maiale era stato tagliato e cotto a pezzi, senza provvedere alla pulizia delle interiora. Infine, le suore indiane avevano preparato cibi rappresentativi delle loro tradizioni, ricchi di salse piccanti. Era da mesi che non si vedeva così tanta roba su una tavola!
Al centro del salone c’erano i tavoli per il self service e tutt’attorno, per quante ce ne potevano stare, sedie e panche. Gli sposi sedevano di fronte a tutti, ben visibili, per essere immortalati dalle fotocamere. Vicino a loro c’era una grande torta a sette-otto piani, tutta farcita di panna e creme.
Venne dato il via al banchetto e, mentre ero in fila come gli altri, con il piatto in mano, guardavo attorno per vedere in quanti fossimo e capire se le vivande fossero abbastanza per tutti. Feci il primo giro e mi sedetti in un angolo, accanto al tavolo, per arrivare più facilmente agli eventuali avanzi, oltre a tenere sotto controllo la situazione. La fame era fame, tutte le astuzie potevano servire.
I commensali erano davvero tanto, non sapevo che i nostri due sposi avessero invitato tanta gente! Veramente una bella cerimonia, ben organizzata, pensavo. Mi avvicinai a Peter per chiedergli quanti fossero i suoi parenti e amici intervenuti; poi rifeci la stessa domanda a Sharon. Entrambi non sapevano degli invitati dell’altro, ma era chiaro a tutti che fossero un tantino più numerosi del previsto. La conta fu subito fatta: risultarono quasi tutti “volontari”, nel senso di "volontariamente auto-invitati"! Il tam-tam del villaggio aveva funzionato bene ancora una volta e c’era chi, in città, aveva pensato bene di venire a fare una capatina.
Non passarono più di venti minuti dall’inizio del banchetto, che tutto era già bello che finito. Così mentre noi stavamo pazientemente in fila con il piatto in mano, le marmitte erano state trafugate dai vari contenitori: erano rimaste le tavole belle pulite, solo con bicchieri e bibite. Gli auto-invitati furono così lesti che non me ne resi subito conto e credetti che un banchetto breve rientrasse nella tempistica pianificata, come se gli organizzatori avessero pensato bene di lasciar liberi gli sposi per poter scattare le fotografie.
Mentre cercavo di tirarmi su il morale con quel che era rimasto, nello specifico un dolce tipo tiramisù, sentii che alle mie spalle Andrew, un nostro lavoratore, il driver dell’escavatore, cercava in tutti i modi di attirare la mia attenzione. Uscii dal salone, andai da lui, e gli chiesi il motivo della richiesta. Mi rispose tutto agitato che voleva uccidersi, che aveva perso la testa e che alla fine aveva spinto giù il nostro “back-hoe”, l’escavatore, dalla collina.
Presi tempo per riflettere: Andrew aveva tentato di uccidersi catapultandosi con l’escavatore, allora questo non era un più un mio problema, era roba da preti! Così con un balzo, mi presentai dal primo missionario intercettato nelle vicinanze, Padre Alex, argentino, per dirgli di prendersi cura di un’anima che aveva appena tentato di farla finita con la vita.
In realtà, Andrew aveva semplicemente alzato un po’ troppo il gomito: scendendo da una collina, aveva perso il controllo del mezzo che poi era caduto, rigirandosi più volte su se stesso, in un fossa. Fortuna volle che, mentre accadeva tutto ciò, nessuno stesse transitando per la strada e che il mezzo avesse assorbito la caduta appoggiandosi sopra un’alta vegetazione di felci e piante varie.
A malincuore, abbandonai il banchetto e mi diressi con il driver sul luogo dell’incidente. Arrivò pure la polizia, chiamata dalla gente, per effettuare le rilevazioni del caso. Organizzai il recupero del mezzo aspettando il responso delle autorità; il mezzo aveva subito grossi danni sulla parte frontale e non poteva essere riparato in breve tempo.
Alla fine, un poliziotto mi chiese cosa fare: rimasi un attimo perplesso in quanto non comprendevo a pieno il senso della sua domanda. Poi la questione si fece più chiara: il poliziotto non voleva assumersi la responsabilità di imprigionare, in base al codice, l’autista e chiedeva a me, in qualità di “boss” di fare qualcosa. Sempre con la calma, che è più che dovuta in queste circostanze, risposi che non ero pratico delle leggi locali, che non conoscevo i termini del codice della strada e che quindi non spettava a me la sentenza. Aggiunsi che, per la nostra parte, avremmo preso provvedimenti, magari una sospensione temporanea dal lavoro, ma che comunque non intendevo esporre io denuncia perché alla polizia spettava il compito di fare la propria parte. Pensai, però, che una piccola lezione, ad Andrew, non avrebbe fatto tanto male: cosa sarebbe successo se, per colpa sua, qualcun altro, magari un bambino che camminava a bordo strada, fosse morto? Con tutta probabilità questo fatto si sarebbe potuto trasformare in una vera tragedia, magari con l’uccisione anche di Andrew per mano delle persone accorse sul luogo dell’incidente. Tutto sommato, dunque, era andata bene, a parte i danni materiali. Alla Police non rimaneva che concludere il rapporto dell’incidente, farmelo firmare e portarsi in cella Andrew, solo per una notte, dal momento che la mattina seguente, di buon ora, ero già presso la stazione di polizia a pagare la cauzione.
Delle sospirate marmitte non mi rimase che il ricordo di averle viste passare sotto gli occhi, di mano in mano, fra le leste dita dei famosi “invitati”!


Ettore Boles
Nato il 30 novembre del ‘61, settimino, assieme ad altri due gemelli, Gabriele e Luigi. Credo di aver sempre desiderato, fin dai primi passi della mia Vita, esplorare il mondo che mi stava attorno. Successe che un giorno, assieme ai miei fratelli, a carponi m’infilai per la strada antistante il nostro giardino, passando da un buco fatto nella rete del box in cui ci trovavamo a giocare. Da allora ne ho fatti di passi… o meglio di strada, e così un bel giorno sono arrivato fino agli antipodi del mondo, nella lontana Papua Nuova Guinea. Come Forrest Gump, mi sono messo a correre… e non so ancora quando mi fermerò per far ritorno. Ogni tanto, sostando, trovo il tempo di scrivere qualche riga affinché nulla vada perso nell’oblio del tempo.

About Stefania Bergo

Il blog culturale degli scrittori emergenti: letteratura, webmagazine, travel&living, arte, promozioni speciali e servizi editoriali.
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