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In primo piano

L'incipit | #34 "Vite di Madri" di Emma Fenu

«Non credo che tu sia la persona in grado di guarirmi dalle ferite interiori; ma forse, in questa fase della mia vita, non ho tanto bisogno di un medico quanto di una persona che abbia una ferita simile alla mia».
David Grossman

Tutto ha avuto inizio con una storia,la mia.
Maglia in cotone rosa, pagina bianca di word davanti agli occhi e mille parole in circolo che, dalla mente e dal cuore, si dirigevano, accalcandosi nello spazio angusto dei capillari, fino ai polpastrelli, vibranti e pulsanti nella danza sulla tastiera.
Tac tac tac tac. Punto. Pausa di silenzio.
E, dopo una manciata di istanti, ancora la melodia dei tasti premuti troppo in fretta, con passione veemente, come quando si accarezza il volto di un innamorato da cui si è stati separati per lungo, troppo tempo.
Ricordo distintamente di quando mio marito, agli esordi della nostra relazione, trascorse, per esigenze professionali, due mesi e mezzo in Giordania, lontano da me. Ci rincontrammo in una stazione del sud Sardegna, illuminati dagli ultimi raggi del sole che cedeva al tramonto, e le nostre mani, avvolte attorno al viso dell’altro, parlavano, nel silenzio delle bocche, dell’euforia di un nuovo inizio.
Conoscevo, dunque, quella sensazione: esprimere con le dita il desiderio di fermare il tempo, nell’ardore di sfiorare l’eternità.

Inizialmente mi proponevo di scrivere una sincera e non vittimistica testimonianza inerente all’endometriosi, malattia che ha segnato il destino di mia madre e il mio, entrambe unite da amore, DNA e diagnosi, e sulle conseguenze che essa comporta sulla fertilità e sulla vita quotidiana.
In realtà, cercavo “Emma”, la volevo tenere stretta, al caldo, in sintonia con i battiti del mio cuore, ma ho allargato le braccia, nuda e disarmata, e ho trovato centocinquanta donne.
Mentre stilavo la storia, infatti, i miei sensi si acuivano, tutti. Vivevo in un mondo in cui colori, sapori, suoni, aromi e consistenze tattili erano all'ennesima potenza.
Mi pareva di essere cambiata, stentavo a riconoscermi. Invece stavo liberando dalla prigione della coscienza, immortalandolo nero su bianco, chi, realmente, ero e sono.
Ma, soprattutto, non ero più in grado di leggere solo libri, ma anche animi.

«È bello leggere le persone. Quelli tutti uguali cercano di sembrare diversi, i diversi tentano di sembrare uguali. I liberi se ne fregano. Ogni ruga una riga, ogni smorfia un epigramma, ogni sbadiglio un aforisma scontato. Le persone sono una biblioteca pubblica. E non lo sanno».
Andrea G. Pinketts

Mi rendevo conto, progressivamente, che le dinamiche della mia vita non solo mostravano punti di contatto notevoli con quelle di altre, apparentemente accomunate a me solo dal verdetto di un ginecologo, ma che ero legata, tramite fili invisibili, a donne, anch’esse figlie e madri come me, nella medesima, e peculiare, accezione.
In principio ho voluto esaminare la questione da un punto di vista prettamente scientifico, documentandomi sull’esistenza, e interrogandomi sulla conseguente validità, di studi che si propongono di dimostrare, tramite un campione statisticamente accettabile, una connessione fra l’infertilità, dovuta a svariati fattori, e un vissuto familiare complesso, se non addirittura traumatico.
Mi sono imbattuta in svariate teorie, alcune delle quali riconducono la causa di molteplici malattie, fra cui quelle oggetto del mio interesse, non solo all’infanzia, ma perfino alla storia degli avi, la quale, ovviamente, precede la nostra nascita.
Tuttavia, in questo libro, non disserterò su questioni cliniche, scientifiche o pseudo tali. Ho voluto adottare un approccio narrativo, lasciando al lettore la scelta di compiere o meno successivi approfondimenti.

Quanto anima e ha animato il mio scrivere è, pertanto, il tentativo caparbio di dare voce ad una minoranza, che non accetta più di essere negata e relegata, e di gettare un fascio di luce su una porzione della realtà, vera e innegabile, che si presta a molteplici interpretazioni di carattere sociale e antropologico, ma che, soprattutto, coinvolge a livello puramente emotivo.

«Siamo legati da infiniti fili sottili, facili da recidere a uno a uno, ma che essendo intrecciati tra loro formano corde indistruttibili».
Isabel Allende

Un tardo pomeriggio di fine estate, ho compiuto un atto di coraggio: mi sono tuffata da una scogliera a picco per essere seguita in acque pure a me ignote.
Ho formulato un invito, servendomi di alcuni forum, a quante, dietro alle sillabe e ai numeri di un nickname, mostravano ciò che nessun esame diagnostico, sebbene invasivo, può rivelare.
Ho chiesto loro di raccontarsi a me, ad una sconosciuta, promettendo di leggere ogni parola. Anche quella non espressa palesemente.
Sono stata sommersa, nel giro di pochi mesi, da decine e decine di stralci di vita intrisi di coraggio, scritti non da vittime, ma da eroine sopravvissute; non da atleti seduti in panchina, ma da chi ha alzato la coppa della vittoria, madido di sudore e incurante dei rivoli di sangue, verso il cielo.
Vi aspettano, dunque, brevi storie, da leggere tutte d’un fiato.
Non si tratta di semplici boccate d’ossigeno, che rigenerano corpo e spirito dopo aver percorso, canticchiando, un sentiero di montagna. Sono, piuttosto, convulse fami d’aria, come quelle che seguono all’imposizione di una mano vigorosa, premuta su una bocca alla quale viene negato un urlo.
Tuttavia, al termine della lettura, lo spasmo dei polmoni si attenua, per scandire, con respiri regolari, il tempo che segue alla conclusione della narrazione. Ogni storia è intensa, a tratti cruda e crudele, ma contempla una resurrezione catartica, una volta spostata la pietra chiudeva il sepolcro del silenzio.

«Il primo giorno della settimana, la mattina presto, mentre era ancora buio, Maria Maddalena andò al sepolcro e vide la pietra tolta».
Giovanni, 20, 1

★★★★★

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Il buon giorno di vede dal mattino, dicono, e un buon incipit e una copertina accattivante possono essere il perfetto bigliettino da visita di un libro.
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