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[Inediti d'autore] Racconto: "Tutta colpa del diavolo" di Ettore Boles



Come ogni mattina, per il divertimento dei nostri ragazzi, arrivavo con la mia rossa Toyota Pick Up. A poche decine di metri dall’entrata dell’Industrial Site, davo gas all’acceleratore, tiravo su il freno a mano e giravo la macchina in corsa, come nei rally, sterzando e posizionandola fra due container. Sul fondo ghiaioso rimanevano i segni della frenata e delle ruote. A fine manovra i ragazzi battevano le mani e se la ridevano di pancia: era questo il nostro buongiorno.

Loro, i nostri “uomini”, giungevano dai vicini villaggi, chi da sud chi da nord; per garantire la puntualità occidentale, ben diversa dal local time eppure indispensabile all’avvio delle attività, avevo istituito un servizio navetta fra diversi punti di ritrovo e la sede di progetto.
Quando mi salutavano, mi chiamavano “boss” nonostante le mie insistenti richieste a rivolgersi usando il mio nome. Iniziavo la giornata lavorativa con l’appello delle “squadre” che si sarebbero di lì a poco trasferite nelle aree di cantiere. Appello e timbratura dei cartellini di presenza, oltre ad essere un utile sistema per l’amministrazione del personale, servivano anche per smascherare i falsi presenti. Tutti, infatti, avevano ben capito il significato che aveva qualche decina di migliaia di Kina, la moneta locale, utilizzata come strumento di pagamento del salario, e l’equazione ore lavorate - dichiarate = ore pagate, era di facile comprensione. Il linguaggio dei soldi è universale come quello della musica: tutti lo intendono quasi in modo naturale.

Ultimato l’appello, iniziavo il consueto giro d’ispezione al compound: il nostro equipment assume va sempre di più una certa consistenza: attrezzatura di lavoro, veicoli, macchine semoventi, pezzi di ricambio, attrezzatura d’ufficio, magazzino materiali, ecc. La recente scoperta di buchi nella rete di cinta, mi aveva messo in allarme. Avevo dovuto arrangiare una soluzione: istituire dei turni notturni di guardia.
I nostri guardiani, oltre a fare giri di perlustrazione con la pila, si nascondevano sul cucuzzolo di una piccola montagna di ghiaia, posta nel centro dello yard e da lì potevano controllare, in sicurezza, la situazione. C’era pure spazio per accendere un fuocherello, in una piccola buca di ghiaia in modo da non essere visti nell’oscurità della notte. È così che “i nostri” aspettavano il “nemico”. Chissà cosa sarebbe davvero accaduto in caso d’intrusione. Guardie e ladri, entrambi guerrieri, non andavano troppo per il sottile nel maneggiare coltelli, frecce e machete!

Una mattina, mentre continuavo la mia ispezione, scorsi, in un angolo, un dump-truck con la cabina di guida completamente distrutta. Qualcosa non mi quadrava: la sera, prima di rincasare, sul mio “diario di bordo”, avevo annotato “nulla da rilevare”. Tutto regolare, quindi, nessun intoppo e nessun incidente.
Rientrai in ufficio, mi confrontai rapidamente con Peter e Cristina e decisi di chiamare a rapporto gli uomini che durante la notte avevano eseguito il servizio di security.
Jeffry, il primo interrogato, mi disse che non aveva né visto né sentito nulla. Pensai: “Questo dev’essersi fatto un sonno così profondo, magari dopo aver bevuto una pinta di birra, che neppure un bombardamento avrebbe potuto svegliarlo...”. Un po’ spazientito, borbottai, chiedendomi se fosse veramente possibile che nessuno avesse notato qualcosa. Congedai Jeffry e chiesi a Raphael di entrare in ufficio per “l’interrogatorio”.
Lui, con la testa bassa, iniziò a raccontare i fatti. Nella cultura locale, il tener bassa la testa significa mostrare rispetto verso il proprio interlocutore; io, al contrario, interpretavo questo gesto come un segno di timidezza, di sottomissione. Quanti sbagli si potrebbero facilmente evitare se solo se si possedessero le più basilari conoscenze della cultura locale! Diversamente da loro, ritenevo di trattare alla pari i miei uomini fissandoli dritti nelle pupille, da uomo ad uomo. Convinto di tutto ciò, pretendevo che essi facessero lo stesso con me e ci volle tempo perché capissi che il fissare l’altro dritto negli occhi, significava, secondo il loro codice di comportamento, il preludio della sfida, del combattimento. Avevo rischiato di brutto e neppure me ne ero reso conto!
Così, fra uno sguardo e l’altro, fra “rispetto” e “sfida”, Raphael mi raccontò che, inspiegabilmente, quella notte il diavolo era entrato in lui: si era insediato nel suo corpo e lo aveva indotto a salire sul camion, ad accendere il motore e a lanciare il mezzo contro il solido muro della carpenteria .
“E’ tutta colpa del diavolo!”, si giustificava.
Risultato: un camion distrutto e lavori di cantiere sospesi per due settimane. Questa la sommaria spiegazione: un diavolo dentro il corpo, lo spirito maligno, un’azione incontrollata; povero diavolo e povero Raphael, pensavo io.

La verità era che il nostro guardiano, senza patente, quella notte, forse per cancellare i pensieri della dura vita, si era preso una bella ciucca di birra: poi, ubriaco dai piedi alla testa, aveva tentato un giretto con il camion sfracellandolo contro un muro.
Ricordo ancora il suo volto, spiritato e confuso, con la storiella del diavolo. La spiegazione mi aveva divertito smorzando un po’ l’arrabbiatura per il danno subito. Purtroppo, al di là della comprensione delle rappresentazioni culturali, dovetti dare un esempio di rispetto delle regole, con una sospensione temporanea di Raphael dal lavoro.
Grazie anche a fatti del genere, le giornate trascorrevano velocemente, ogni giorno c’era una nuova situazione da affrontare e, tutto sommato, riuscivo quasi sempre a trarre un insegnamento utile...



Ettore Boles
Nato il 30 novembre del ‘61, settimino, assieme ad altri due gemelli, Gabriele e Luigi. Credo di aver sempre desiderato, fin dai primi passi della mia Vita, esplorare il mondo che mi stava attorno. Successe che un giorno, assieme ai miei fratelli, a carponi m’infilai per la strada antistante il nostro giardino, passando da un buco fatto nella rete del box in cui ci trovavamo a giocare. Da allora ne ho fatti di passi… o meglio di strada, e così un bel giorno sono arrivato fino agli antipodi del mondo, nella lontana Papua Nuova Guinea. Come Forrest Gump, mi sono messo a correre… e non so ancora quando mi fermerò per far ritorno. Ogni tanto, sostando, trovo il tempo di scrivere qualche riga affinché nulla vada perso nell’oblio del tempo.

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