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In primo piano

Umanista vs ingegnere? Di Elena Genero Santoro

Umanista-vs-ingegnere

#iosonoingegnereumanista: da una polemica tra studenti di facoltà umanistiche vs. studenti di ingegneria, alcune riflessioni sulle due anime che possono convivere nella stessa persona. Perchè alla fine ciò che sei lo decidi tu, spesso a cavallo tra un’etichetta e l’altra.

Un po’ di tempo fa ho pubblicato sul mio blog personale un articolo dal titolo “La rivincita delle rosse”. L’avevo scritto dopo aver guardato per l’ennesima volta il film “La rivincita delle bionde”.
Raccontavo di come anche io, che pur bionda non sono mai stata, al Politecnico mi sia sentita spesso un pesce fuor d’acqua. In mezzo a un mare di nerd e di studenti iper-convinti, che incarnavano il grigio stereotipo dell’ingegnere nato, io venivo guardata malissimo, non dai docenti, ma dagli stessi compagni di corso.
Ero donna, per giunta femminile nelle sembianze, e piena di cartelline colorate dentro le quali scrivevo le mie poesie. Amavo già allora la scrittura e la letteratura e tutto ciò che riguardava i sentimenti umani, dal comprenderli al solleticarli. Non ero nata per fare l’ingegnere, dalla mia faccia si vedeva che non era scritto nel mio DNA.
Il pregiudizio si è sfatato negli anni, man mano che il mio libretto, contro ogni previsione, continuava a riempirsi di voti e a dimostrare che gli ingegneri non sono proprio tutti uguali. Alcuni, come me, diventano ingegneri senza mai rinunciare alla loro anima umana e umanistica, per non dire artistica. Tra l’altro, tra tutte le ingegnerie, ho scelto quella Edile, perché erano previsti alcuni corsi di storia dell’architettura, dell’arte e dell’urbanistica. Quindi non mero calcolo, non solo numeri e formule, ma anche critica, interpretazione storica.

Di recente sono stata sfiorata da una polemica in atto tra studenti di facoltà umanistiche vs. studenti di ingegneria. 

lato-creativo-scientifico-cervelloI primi difendono il loro stato di “umanista” mentre i secondi li provocano cercando di dimostrare la loro inutilità sociale.
La polemica mi ha un po’ ricordato che venti anni fa la vita per noi ingegneri Edili non era facile. Gli ingegneri Civili ci vedevano come degli ingegneri mancati ed erano convinti che il nostro corso di studi fosse più semplice del loro perché avevamo più disegno e progettazione grafica; noi invece, al contrario, trovavamo che loro fossero dannatamente aridi. Ma con quelli di Architettura i rapporti non erano migliori. Quegli altri ci consideravano degli architetti mancati senza il minimo senso artistico, mentre noi ingegneri Edili consideravamo gli Architetti come dei perdigiorno incapaci di far stare su un muro.
Insomma, comunque la si girasse non andava bene, l’ingegnere edile non era abbastanza umanista né artista a detta dell’architetto e non era abbastanza ingegnere a detta dell’ingegnere civile. L’essere ibrido era un punto di tremendo demerito.
Adesso che mi cimento con la scrittura, mi capita il contrario.

Sugli ingegneri che scrivono c’è un pregiudizio, secondo cui gli ingegneri non sanno scrivere a prescindere, per definizione. 

Mi sono imbattuta in una persona che, cercando di offendermi, mi ha persino detto con disgusto: “Tu scrivi come un ingegnere”. Ma se “scrivi come ingegnere” significa “sei precisa e coerente”, per me va benissimo, è un complimento. Si insinua, quindi, che giochi a fare la scrittrice pur avendo l’animo gretto del tecnico; qualcuno, al contrario, azzarda che sono una scrittrice prestata all’ingegneria.
Io non vedo le due cose in alternativa, il background tecnico mi serve quando scrivo e il mio lato umano-umanistico mi è utile quando lavoro. Sono ingegnere e scrittrice.
Le etichette e le definizioni mi piacciono poco e una volta, agli albori dell’umanità, quando il sapere del mondo era ancora embrionale, proprio non erano in questi termini.

Separazione tra Scenza e materie Umanistiche nel tempo.

Uomo-vitruviano-leonardo-da-vinciPartiamo dai filosofi greci, che elaborarono varie teorie e lo fecero in tutti i campi. Ne cito uno famoso, che tutti conosceranno: Pitagora, quello del teorema. Viene ricordato come filosofo, matematico, taumaturgo, astronomo, scienziato e politico. Vabbè, eravamo nel Cinquecento avanti Cristo. E Aristotele, duecento anni dopo? Filosofo greco, scienziato e logico greco antico.
Di Umanesimo si inizia a parlare nel Rinascimento, nel Trecento-Quattrocento, con la cultura legata alle Humanae Litterae, cioè le discipline che si occupano del recupero e dell’interpretazione dei testi classici dell’antichità greca e romana. L’Umanesimo nasce dall’insofferenza verso la filosofia scolastica e il sapere ereditato dal Medioevo: lo studio e la preparazione dottrinale non vengono più concepiti come fine a se stessi, ma subordinati all’impegno dell’uomo nelle relazioni pubbliche e nelle funzioni civili. Tra le discipline umanistiche si annoverano così grammatica, retorica, storia, poesia e filosofia.
La rivoluzione scientifica, invece, avviene ufficialmente tra il 1543, anno di pubblicazione di “Le rivoluzioni dei mondi celesti” di Copernico, e il 1687, in cui appaiono i “Princìpi matematici di filosofia naturale” di Newton. Il cambiamento culturale dà origine alla nascita della moderna scienza sperimentale e alla sua definitiva emancipazione dalla filosofia.
Nel frattempo Cartesio (1596-1650), riesce a dare uno scossone all’algebra geometrica prima di occuparsi di morale, metafisica e di programma metodologico (le coordinate "cartesiane" sono  ovviamente un'invenzione sua).
Potrei citare anche Leonardo Da Vinci (1452-1519) che è stato pittore, ingegnere, scienziato, scultore, disegnatore, trattatista, scenografo, anatomista e musicista. Ma lui rientra nella categoria dei geni, quindi è poco rappresentativo.
Da quel momento però il sapere si è diviso in due grosse branche, quella che era la Scienza (e la tecnica come applicazione della scienza) e quelle che erano le Materie Umanistiche, che restano separate, salvo poi pestarsi i piedi ogni volta che un progresso tecnico-scientifico scatena un dibattito etico-morale. Comunque, dopo la rivoluzione scientifica il patatrac ormai è fatto: o sei scienziato o sei letterato!

Eppure, il sistema scolastico italiano prevede che gli studenti vengano formati in ambo le categorie almeno fino alle scuole medie e anche dopo, alle superiori, quando ognuno sceglie il proprio indirizzo, almeno un’infarinatura delle altre materie è pur sempre obbligatoria. 

Lingua e storia si studiano anche negli istituti tecnici, matematica si studia anche al liceo classico. Solo all’università si abbandonano definitivamente certe materie, quando si suppone si sia veramente convinti di ciò che si vuol fare da grandi. Ed è lì che si verificano gli incroci più strani: molti liceali classici si iscrivono a ingegneria, chimica e fisica e,  pur non avendo mai visto un’equazione in vita loro, sono i migliori del corso. E qualche perito meccanico va a fare lettere. Chi si iscrive a medicina, poi, non ha alcuna preparazione preliminare a parte un po’ di biologia e chimica e quando fa i test di ingresso viene interrogato sulla cultura generale, che nulla ha a che vedere con ciò che andrà a studiare in seguito. Questa è l’Italia, nel bene o nel male.
sistema-scolasticoDiverso è ciò che accade in altri posti. In Germania, ad esempio, si inizia a scegliere il piano di studi alla fine della nostra quarta elementare. Prematuro o meno, ci si preclude subito una parte del sapere. O ingegnere o umanista.
Nel sistema britannico avviene qualcosa di simile al sistema tedesco: si abbandonano le materie che non interessano man mano che si procede, tra la secondary e la tertiary school (più o meno le medie e le superiori, per intenderci) e si personalizzano i piani di studio con le materie complementari in base a quello che si vorrà fare in seguito, all’università. L’aspetto singolare è che uno può scegliere di portare avanti materie anche molto diverse tra loro (tipo lingue ed economia, per fare un esempio, o matematica e arte), il che consentirebbe di specializzarsi secondo le proprie inclinazioni senza però chiudersi su un unico argomento. Questa sarebbe un’opportunità non da poco, se venisse sfruttata bene. In verità ciò non accade e in UK si lamentano che gli studenti alla fine scelgano una cosa sola dimenticando tutto il resto e precludendosi altri sbocchi.
E negli Stati Uniti? Il sistema scolastico garantisce quattro materie: l’inglese, la matematica, le scienze e la storia, più l’educazione fisica. Chi ha i soldi si paga anche il resto, altrimenti no, senza polemica tra umanisti e tecnici.

Tutto ciò per dire cosa? Che io sono sempre stata fiera che in me coesistano due anime, quella tecnica e quella rivolta alle faccende umane e umanistiche, con un occhio strizzato all’arte. 

Anche perché poi, nel mondo del lavoro viene richiesto un certo eclettismo e man mano che si va a avanti si smette di essere un ingegnere puro o un umanista e basta. Le esperienze si sommano, può capitare di fare cose diverse da quelle per cui si è studiato.
Tra lo stereotipo dell'ingegnere nerd che non sa scrivere una riga, vede solo numeri e non gli interessa nemmeno innamorarsi, e lo stereotipo dell'umanista, che vive di poesia e non sa fare 1 + 1, ci sono mille sfumature, e più ci si allontana dall'ambito accademico, più le figure sono variegate. Capita, cioè, che uno prenda una laurea ma poi magari si ritrovi, volente o nolente, a fare tutt'altro e non è detto che ciò che ha imparato a ingegneria, ad esempio, non serva anche per la scrittura e viceversa. In definitiva, non credo che le due cose si debbano escludere, anzi, mi piace pensare che si completino.
Ho un amico che ha studiato all’istituto alberghiero, poi ha preso il diploma di infermiere, quando non era ancora una laurea, e infine, a trent’anni, si è iscritto a scienze dell’educazione e si è laureato (laurea magistrale) con il massimo dei voti. Per me lui è un mito. Ho anche un amico ingegnere che di mestiere fa l’artista di strada e un’amica, che ha pure studiato ingegneria, e ora è un’affermata attrice di teatro. Perché, alla fine, la scuola serve indubbiamente per acquisire delle competenze specifiche, ma più di tutto serve per imparare un metodo di studio e di lavoro, a prescindere dalle materie. Ciò che sei o non sei lo decidi tu, plasmandoti a poco a poco, inseguendo le tue aspirazioni, assecondando le tue inclinazioni. Sei unico e irripetibile. Pazienza se la tua unicità sta a cavallo tra un’etichetta e l’altra.

Elena Genero Santoro
Ama viaggiare e conoscere persone che vivono in altri Paesi. Lettrice feroce e onnivora, scrive da quando aveva quattordici anni.
Perché ne sono innamorata, Montag
L’occasione di una vita, ebook Lettere Animate
Un errore di gioventù, 0111 Edizioni
Gli Angeli del Bar di Fronte, 0111 Edizioni.
Il tesoro dentro, , 0111 Edizioni.

About Stefania Bergo

Il blog culturale degli scrittori emergenti: letteratura, webmagazine, travel&living, arte, promozioni speciali e servizi editoriali.
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