• Ponsacco-Los Angeles Sulle tracce di Bruce Springsteen, Valentina Gerini (Mainstream) - Gli scrittori della porta accanto
  • Con la mia valigia gialla, Stefania Bergo (Memoir) - Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Volevo un marito nero, Valentina Gerini (Romance) - Gli scrittori della porta accanto
  • La notte delle stelle cadenti, Valentina Gerini (Romance) - Gli scrittori della porta accanto
  • Perchè ne sono innamorata, Elena Genero Santoro, Gli scrittori della porta accanto
  • Chiaroscuro, Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • L'appetito vien leggendo - Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Diventa realtà, Elena Genero Santoro, Gli scrittori della porta accanto
  • Immagina di aver sognato, Elena Genero Santoro, Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Il cielo d Inghilterra, Loriana Lucciarini - Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Il sogno di Giulia, Claudia Gerini (Romance) - Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scritri della accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Una felicità leggera leggera, Loriana Lucciarini - Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto
  • Gli scrittori della porta accanto

In primo piano

[Libri] 8 estratti per parlare delle fragilità e della forza delle donne

Libri-estratti-fragilità-forza-donne

Non sono eroine di poemi epici. Sono donne inventate, reali, realistiche. Sono donne di carne fragili come cristallo incrinato. 

Donne. Che trovano spesso la forza di sorridere o sopportare la loro condizione, di rialzare la testa, di liberarsi dal peso dei limiti imposti da altri, che nulla hanno a che vedere con quelli posti dalla natura. Oppure, al contrario, si lasciano sopraffare dalla loro fragilità e si contorcono su se stesse, andando in frantumi.

OLTRE I CONFINI DEL MONDO

di Ornella Nalon | 0111 Edizioni |da pag. 85

oltre-i-confini-del-mondo
«Da mesi era annunciata la mia infibulazione e quella di mia sorella Nasieku» riprese a narrare Assireni «è un’occasione molto importante per le donne della mia tribù. È il passaggio dall’infanzia all’età adulta e ogni ragazza lo aspetta con impazienza. Ma io lo temevo fortemente. Quando arrivò quel momento, io ebbi voglia di scappare e di gridare a tutte le donne che mi circondavano che io non mi sentivo pronta per essere adulta e che volevo ancora avere il tempo per giocare. Tutte ridevano intorno a me e c’era aria di festa, ma quando due donne anziane mi aprirono le gambe tenendole con forza e una terza mi tagliò, io gridai a squarciagola e continuai a piangere per tanto tempo. Non era solo per il dolore che sentivo, mama Nora. No, quello era intenso ma sopportabile. Era la testa che piangeva e con essa tutto il mio corpo. Venivo costretta a vivere una vita che non avrei sentito mia e questo presagiva tristezza e insoddisfazione. Avrei tanto voluto essere come Nasieku, che aveva atteso quell’appuntamento con impazienza e affrontato l’incisione con il sorriso sulle labbra. Che aveva indossato la sua bianca veste della festa con orgoglio e tutto il giorno fu felice di farsi ammirare e invidiare dalle bambine del villaggio. Per me non c’era niente da festeggiare. Per me quello era il momento che non segnava un inizio ma la fine della mia spensieratezza. Mia sorella si incontrava da tempo con un Moran e si stupiva che io non ne volessi conoscere qualcuno. Sapevo di essere strana, ma non avevo nessun interesse a farlo! E quando nostro padre ci promise in spose a due giovani guerrieri, lei non mi parlava d’altro e pregava perché il tempo passasse in fretta; io facevo finta di condividere la sua impazienza, ma in verità non avevo alcuna voglia di sposarmi con Bakari e condividere con lui, che conoscevo appena, tutto il resto della mia vita.»
La donna pronunciò l’ultima frase scuotendo vigorosamente la testa il cui movimento produsse un leggero tintinnio proveniente dai suoi lunghi orecchini di perle variopinte.


TARTARUGHE MARINE

di Gianna Gambini | 0111 Edizioni | brani

tartarughe-marine
Poco fa ho preso la bilancia e mi sono pesata. Dalla sera dell’ospedale non l’avevo più fatto, avevo troppa paura di essere più pesante, visto che sono stata costretta a ingoiare qualcosa in più per non mandare totalmente fuori di testa mia mamma. Nel breve lasso di tempo che intercorre tra il momento in cui ho poggiato i piedi sulla superficie bianca e rigida e l’apparire dei numerini magici sul display, la mia schiena sudava freddo: come avrei potuto rimediare se avessi superato di nuovo i cinquanta chili? 48.1. È apparso 48.1. Non ci potevo credere. Sono felice del risultato, anche se guardandomi allo specchio non l’avrei mai detto. Sono felice, però questo calo repentino mi ha reso un po’ cosciente di quanto la situazione non sia più sotto il mio diretto controllo. Il lieve timore di non saper mettere una fine a questo circolo vizioso del taglio delle calorie si è affacciato al mio orizzonte.
I problemi con il cibo sembra che siano ormai un lontano ricordo, visto che ho raggiunto il peso forma (almeno quello indicato dai medici, non certo dai media). Non a caso, però, ho usato il termine “sembra”: per loro, inutile spiegare chi intendo con questo pronome, per loro sono perfettamente fuori pericolo, per me non sono altro che una balenottera arenata sulla riva, fuori posto, in attesa di una sorte migliore che finire disidratata. [...] Il cibo poi, falso alleato, mi tenta, mi nutre, ma immancabilmente non rispetta i patti stabiliti e va ad accumularsi dove non vorrei, con l’intento di sconfiggere me, il suo nemico, con armi sleali e imprevedibili. Difficile mantenere un equilibrio, prima o dopo sopraggiunge un elemento impercettibile per gli altri, gigantesco per me, che mi scaraventa fuori strada, in un baratro da cui è sempre più difficile risalire.


IL BLU CHE NON È UN COLORE

di Tamara Marcelli | Montag | da pag. 23


il-blu-che-non-colore
Dolore nascosto, ferite visibili.
Donne in guerra con se stesse: alcune hanno vinto, altre non ce l'hanno fatta a rivedere la luce.
Le donne di cui parlo non sono cadute in un conflitto bellico, e nemmeno vittime dell'aids, ma per mano propria.
Uccise dall'alcool, dalla droga, dall'anoressia, dalla bulimia, dalle diete ossessive, dalle conseguenze di bruciature o dai tagli autoinflitti e da cento altri modi di farsi male.
Alcune si sono suicidate.
Tanti possono essere i tentativi per comprendere e spiegare le motivazioni profonde per cui una donna arrivi a ferirsi, per annientarsi.
Tanti possono essere i commenti.
Ma non è tutto così semplice come sembra.
Ci sono dolori antichi portati dentro nella segretezza più cupa che non sono affatto semplici da comprendere, né tanto meno da riconoscere.
Il silenzio di donne apparentemente tranquille, la rabbia che affiora a momenti per poi esplodere nel buio di una stanza, o in ginocchio davanti ad un wc... sentirsi vuote dentro prima e riempirsi brutalmente, vomitare per sentirsi vuote dentro dopo. Il bisogno di dare sfogo a quella rabbia che soffoca, che non può avere parole.


PERCHÈ NE SONO INNAMORATA

di Elena Genero Santoro StreetLib collana Gli scrittori della porta accanto (seconda edizione) | cap. 35

Quella stessa sera, con la scusa di “festeggiare” l’ennesimo trenta e lode di Martina, Giulio aveva invitato la sua ragazza a cena in un locale esclusivo particolarmente costoso. Lei aveva accettato con entusiasmo, convinta di trascorrere finalmente una piacevole serata da innamorati, convinta che davvero Giulio volesse regalarle un momento di tenerezza, sicura che avrebbe dimostrato a Sofia – e a se stessa – che lui sapeva manifestarle l’amore che provava.
In realtà, da quando si erano seduti al tavolo, e forse anche da prima, il ragazzo non aveva fatto altro che provocarla e punzecchiarla:
– Certo che potevi metterti addosso qualcosa di più elegante di quel vestito da Cenerentola! E poi, le scarpe! Non avevi tacchi più alti?
Martina incassò, decisa a non farsi rovinare tutta la serata:
– Forse hai ragione, ma sai, qui in collegio non ho tutti i miei vestiti - rispose supponendo che lui avrebbe capito.
– E quindi? Potevi andarti a comperare qualcosa oggi pomeriggio! Guarda le altre donne qui! Sono tutte molto più in tiro di te. Io che figura ci faccio?
– Giulio, scusami, ma non avevo idea che il target di questo locale...
– Siamo fortunati che ci abbiano fatto entrare...
– Esagerato, non è mica il casinò... E poi potevi dirmelo per tempo, magari avrei provveduto – Martina rispondeva con la sua usuale pacatezza, per smorzare i toni.
– Sì, figurati, tirchia come sei! Comunque, se non te l’ho detto, è perché supponevo che tu lo sapessi! Come sempre però ti ho sopravvalutata. Che vuoi saperne di locali eleganti tu che vivi perennemente rinchiusa in quella stanza di collegio, a studiare, come un topo di biblioteca? A prendere trenta e lode così sono capaci tutti! È riuscire ad avere una vita oltre allo studio che è più difficile!
Martina finalmente realizzò. Il problema era il suo ennesimo trenta e lode, di cui Giulio era invidioso. [...] Intanto sfogliava il menù, cercando di concentrarsi su quello che avrebbe voluto mangiare. Optò per un piatto di pasta fresca al ragù.
– E tu invece Giulio che cosa prendi? – chiese cercando ingenuamente di distendere l’atmosfera tesa che si era creata.
Lui la guardò con aria di sfida:
– Prenderò un antipasto di pesce, il polipo con le patate, linguine agli scampi, orata alle erbe, il tutto con un costosissimo vino bianco. E per finire torta meringata. Tu invece, secchiona grassona, prenderai solo un’insalata scondita: è tutto quello che puoi permetterti, visto il culo largo che ti ritrovi. A forza di stare sui libri sei ingrassata di brutto, sei la donna più scialba di tutto il locale, mi domando perché esco con un cesso come te. Non fai nulla, proprio nulla per migliorarti... non vai in palestra... non ti importa niente dell’estetica... io mi sento umiliato ad uscire con una sciattona come te. All’inizio della nostra relazione non ti ho detto niente: pensavo che prima o poi avresti capito che dovevi darti una mossa. Mi sembrava ovvio. Invece sei più tonta di quello che sembra, nonostante i tuoi stupidi trenta e lode: non capisci un beneamato cazzo di quello che fa piacere ad un uomo. Beh, certo, i tuoi votoni non valgono poi molto: a Biologia i trenta e lode li regalano, non come a Medicina...


CON LA MIA VALIGIA GIALLA

di Stefania Bergo |  StreetLib collana Gli scrittori della porta accanto (seconda edizione) | da pag. 85

In effetti qui l’alcolismo è una vera piaga. Mentre le donne accudiscono la famiglia e la casa, cucinano quello che loro stesse sono andate a comprare al mercato dopo ore di cammino, scendono al fiume a prendere l’acqua caricandosi le taniche gialle sulla schiena, percorrono chilometri interminabili o lavorano nei campi con i figli legati ai lombi, la maggior parte dei mariti siede comodamente nei pub, sorseggiando birra calda che entra subito in circolo e li rende sgradevoli, violenti a volte − ma forse, è così per tutti gli alcolisti, non solo qui.
In effetti non ho mai visto una donna seduta qui a bere, magari una soda, chiacchierando con le amiche, rifletto. Le uniche siamo noi volontarie dell’ospedale. E Regina, che però ci lavora. E mi ricorda tanto mia madre, realizzo con un velo di nostalgia. Anche i miei genitori hanno avuto un bar, per trent’anni. E a lei capitava di restare sola, anche di sera, a servire birra a ragazzotti alticci che si trattenevano a lungo a raccontarsi, con voce squillante, disavventure e aneddoti di cui vantarsi.




BIGLIETTO DI TERZA CLASSE

di Silvia Pattarini | 0111Edizioni | da pag. 122

biglietto-di-terza-classe
L’ondata di scioperi proseguì ancora per tutto il 1909 e le operaie tessili della fabbrica newyorkese “Triangle Shirtwaist Company”, leader nella produzione di camicette alla moda dell’epoca, le “shirtwaist”, iniziarono uno sciopero proprio l’8 marzo, dando l’avvio a una lunga protesta.
Lo sciopero durò parecchio tempo, le operaie protestavano contro i bassi salari, contro il lungo orario di lavoro, contro lo sfruttamento minorile e le inumane condizioni dei lavoratori. Tra le altre cose si lamentavano anche per la mancanza di adeguate misure di sicurezza e antincendio sul luogo di lavoro.
Con tutte queste manifestazioni Lina e Cecilia non sapevano cosa fare. Da un lato avrebbero voluto scioperare, ma dall’altro temevano ripercussioni dal datore di lavoro. Ma ancora di più temevano le ripercussioni dei colleghi, che stavano organizzando dei veri e propri picchettaggi, linciando i ‘crumiri’, ovvero chi non partecipava agli scioperi.
Un giorno una ragazza ebrea di nome Clara Lemlich si fece largo a un convegno prendendo la parola, e, attraverso un lungo ed elaborato discorso in lingua Hiddys, incitò tutte le lavoratrici tessili a scioperare il giorno dopo.
«La situazione è difficile! Dobbiamo assolutamente decidere da che parte stare! O stiamo come dovremmo stare con le operaie, altrimenti rischiamo di farci linciare» suggeriva Lina alla collega che ribatteva: «se ci uniamo a loro rischiamo di perdere il lavoro! Il padrone ci licenzia! Dio solo sa quanto abbiamo bisogno di uno stipendio!».
«Chi se ne importa! Siamo a New York cara mia! Di lavoro ce ne cerchiamo un altro» continuava Lina, nemmeno troppo convinta delle sue parole, ma ormai anche lei sostenitrice della rivolta.
Insomma era un dilemma, lottare e rivendicare i propri diritti, rischiando di perdere il lavoro, oppure sottomettersi sempre al volere del padrone e subire, subire, ma avere la certezza di uno stipendio, sia pur magro.
«Non possiamo subire in eterno! Dobbiamo farci coraggio e andare a protestare insieme alle altre» suggeriva Lina alla collega più titubante.


IL SOGNO DELL'ISOLA

di Tamara Marcelli | Montag | Cap. 4

l-sogno-dell-isola
La notte ha un sapore diverso. Lo avrei scoperto meglio molti anni dopo. Intanto mi godevo le ore notturne a leggere, a scrivere al buio per non farmi scoprire, come se usare il mio tempo come meglio pensavo fosse un sacrilegio. Leggevo, scrivevo e pensavo. Sognavo ad occhi aperti in quella piccola camera bianca avvolta dal buio, illuminata da una piccola luce soffusa nascosta tra le lenzuola. Immaginavo nuove storie, scenari sempre diversi. Avventure anche assurde, ma solitamente a lieto fine. E sognavo. Mi lasciavo cullare dalla rassicurante fantasia. Avrei avuto tempo, anni dopo, per farmi tormentare da angosciosi e ossessivi, assurdi incubi. Terrificanti situazioni in cui ogni notte mi trovavo a correre per sfuggire al mio Uomo nero. Quello che mi seguiva, nascosto nel buio, che appariva improvvisamente dal nulla, preannunciato solo da un inconfondibile malessere e da un sentimento di vera angoscia. Che mi braccava a lungo come fossi un leone in gabbia e mi sferrava coltellate ovunque. Tante coltellate. Affilate ed incontenibili coltellate. A raffica. Non avevo scampo. Mi trovava sempre. Tutte le notti. Ecco il mio uomo nero in quegli anni ancora non si era presentato. Altrimenti avrei sceneggiato e rappresentato anche lui. Sicuramente. Magari per annientarlo. Definitivamente. Perché è inutile scappare. Le paure più remote sanno sempre come raggiungerti. E in quel caso, impreparata, non avresti scampo. Bisogna sempre ripartire da sé, ad ogni inizio. Qualunque inizio sia. Ovunque vorresti andare. Puoi permetterti un viaggio solo quando sei consapevole di voler partire. Per affrontare la realtà capii che avevo bisogno della mia arte. Di quel che sentivo naturale in me. Dovevo aggrapparmi a qualcosa di solido ed in me lo scovai. Non so bene dove, ma c’era. Improvvisamente mi illuminai.


VOLEVO UN MARITO NERO

di Valentina Gerini | StreetLib collana Gli scrittori della porta accanto (seconda edizione) | da pag. 70

Visitai la capitale Santo Domingo dove vidi altissimi palazzi e centri commerciali. Era una vera e propria città, intasata dal traffico. Non c'erano mucche lì, solo macchine, autobus e taxi, spesso malconci. Vidi la zona coloniale dove si dice sia vissuto il nipote di Cristoforo Colombo per anni, una parte molto antica, forse l’unica parte antica rimasta in città, fatta di stradine piastrellate e edifici in stile coloniale. Moltissimi negozi di artigianato e ristoranti anche di alto rango costeggiavano le stradine.
Passeggiando come una turista ricordai perché avevo scelto questo lavoro e mi sentii felice. La mia vita iniziava di nuovo a prendere forma. Dicendo sì alla vita incontrai quello che oggi è mio marito. Decisi di dire sì perché io ero sempre stata una persona positiva, che viveva la vita appieno e soprattutto che credeva nell’amore. E stavo iniziando di nuovo a farlo. Mi ricordai dei treni, di quando a mia sorella avevo raccontato che la vita era un treno. E allora avevo capito che il mio treno, quello giusto non era ancora passato. Avevo fatto delle buone fermate, altre meno buone, ma quello giusto non l’avevo ancora preso. E con fede sapevo che sarebbe passato dalla mia fermata. Bastava crederci! E io ci credevo. Nei treni e nell’amore ci credevo ciecamente. Mi sono pazzamente innamorata, spesso invaghita, il mio cuore è stato spezzato, a volte l'ho spezzato io a qualcuno, ma ho comunque sempre continuato a credere nell'amore. 

gli-scrittori-della-porta-accanto

Gli scrittori della porta accanto
Siamo un gruppo di sei scrittrici, mamme, diventate blogger per creare e gestire questo sito culturale, avvalendoci della preziosa collaborazione di altri autori indipendenti.

About Stefania Bergo

Il blog culturale degli scrittori emergenti: letteratura, webmagazine, travel&living, arte, promozioni speciali e servizi editoriali.
    Commenta con Blogger
    Commenta con Facebook

1 commenti:

  1. beh, qui non c'è neppure l'imbarazzo della scelta! sono tutti belli, interessanti, ben scritti!

    RispondiElimina

Ti siamo davvero riconoscenti per il tempo che ci hai dedicato. Se sei stato bene in nostra compagnia, perché non ci lasci un commento o ci offri un caffè? Grazie!


Novità editoriali

LIBRERIA GLI SCRITTORI DELLA PORTA ACCANTO