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In primo piano

[La ricompensa è il viaggio] L'editoriale di Ettore Boles: giorni di paura e speranza in Etiopia, un'altra pagina da raccontare


Da poche ore ho concluso la mia missione di cinque settimane, trascorse prima in Tanzania e poi in Etiopia, ed ora mi appresto a preparare i bagagli. Domani mattina presto mi trasferirò in capitale Addis Ababa per il volo di rientro in Italia.
Anche questa, come tante altre missioni, ha richiesto impegno, ma soprattutto mi ha permesso di conoscere e di lavorare assieme ad altre persone, di trovare con loro un punto d'incontro e soprattutto di sorridere e sdrammatizzare anche quando gli eventi sembrano volgere al peggio.
Le ultime ore, quelle della chiusura di una missione, le vivo intensamente: avverto forte il bisogno di catturare le immagini, di fissarle per sempre con parole scritte e di rivivere il sentire che mi porterò sempre nel cuore.

Giungo ad Addis Ababa a fine novembre, stanco, dopo tre settimane di ininterrotto lavoro svolto in Tanzania, presso il Tosamaganga Hospital; un giorno di riposo in capitale mi permette di riprendere le energie per questa mia prima missione al St. Luke Hospital in Wolisso attesa da tempo.
L’ ultima volta che venni in Ethiopa fu nel 2010 ed ora, passeggiando lungo le strade principali di Addis Ababa, si scorgono non pochi cambiamenti. La Bole Road, che dall’aeroporto internazionale porta verso il centro della città, è fiancheggiata da nuove costruzioni: hotel e banche hanno preso il posto delle baracche, strade asfaltate hanno reso irriconoscibile le vecchie vie polverose piene di buche e pozzanghere.
Mentre sono seduto all’entrata dell’Abysinnia Caffè, alcuni bimbi sulla schiena delle loro madri, altri in gruppo da soli, allungano la mano per chiedermi la carità. Sorseggio il mio caffè, seduto a bordo strada, e osservo le persone, in silenzio: mi si stringe il cuore a essere testimone di tanta povertà, in contrasto a tanta ricchezza. E seppur queste situazioni non siano per me  nuove, quando guardo nel volto una di queste madri, bimbo o anziano che sia, non riesco certo a restare indifferente. Il Paese è in continuo mutamento, sta facendo di tutto per attirare investimenti stranieri, qualche cosa è cambiato e cambierà ancora, nel bene o nel male, ma la mamma con il suo bambino sulle spalle, mentre chiede l’elemosina per un tozzo di pane, non sa nulla di macro economia, dei programmi di sviluppo. Lei, sa solo che deve affrontare l’oggi ed il domani.

Il giorno seguente, dopo tre ore circa di auto, raggiungo il luogo che per altre due settimane diverrà il mio spazio esperienziale umano e professionale. Guardare il mondo con i propri occhi, immergersi nelle situazioni e viverle di persona è cosa diversa dal vederle proiettate o sentirsele raccontare. 
Al St. Luke Hospital ci arrivo il giorno del mio compleanno. I miei colleghi mi accolgono con un caloroso saluto e mi fanno sentire subito a casa. E così, alla sera, in un baretto in pieno stile africano posto sulla strada antistante l’Ospedale, festeggiamo tutti insieme con hamburger, patatine fritte e birra locale. Alzo lo sguardo al cielo e magnifiche costellazioni, delle quali non conosco il nome, mi ricordano che i miei anni non son nulla rispetto al tempo racchiuso nell’Universo e che la Vita va vissuta intensamente per quanto ci sarà dato di vivere. L’Africa insegna ad andare all’essenza delle cose, a saper apprezzare e condividere quel poco che si ha con altri.
La mia è una missione lampo, contrariamente ad altri colleghi che invece si trattengono qui per mesi o anni, ma assieme a loro, seppur con ruolo diverso, sento di condividere la stessa causa: essere al servizio di chi ha veramente bisogno e forse il nostro credere in quello che facciamo è un segno di Speranza. Alcune volte, la sera, ci ritroviamo attorno ad un tavolo, ci raccontiamo la vita, scherziamo, ci scambiamo le avventure e le disavventure vissute in questa o quell’altra parte di Mondo. C’è ancora molta strada da fare, come diceva qualcuno due mila anni fa, "la messe è molta" … e gli operai della vigna sono pochi.
Spesso mi interrogo come mai si senta il bisogno di staccarsi dalle sicurezze e di impegnarsi per qualche cosa. Forse la risposta è semplice: alla fine, donare se stessi fa star bene e la maggior parte delle volte anche altri ne beneficiano; non so come spiegarlo, ma è un dare e ricevere, un continuo ricevere per poi ridare e così via. Mi piace definirla come una terapia del benessere, che oltre a far sentir bene, insegna a vivere, nel vero senso del termine.
Una sera, ho la fortuna di scambiare qualche parola in più con Marta, medico internista. Dalle sue parole, dal suo volto che si illumina di gioia mentre mi racconta, comprendo che con slancio e senza riserve, ha deciso di lasciare, per la durata dei tre anni di progetto, le non poche agiatezze, le sicurezze di una famiglia benestante, per dare il meglio di sé qua al St. Luke Hospital. Lei, di corporatura esile, ha una forza e una determinazione da fare invidia a molti altri: mi racconta della sua vita in Italia, delle sue possibilità economiche ma poi mi mostra i tre secchi per la raccolta dell' acqua posti sotto il lavandino di questo suo temporaneo mono locale. Sorride e mi dice: "... mi basta questo". Le scelte della Vita sappiamo da dove partono ma non sappiamo dove ci porteranno, non ci rimane che rimetterci in cammino per percorrere il nostro sentiero, giorno dopo giorno.

Proprio due giorni prima della mia partenza, improvvisamente, la situazione cambia. Al di fuori dell’ospedale, lungo la via principale che porta in città, una moltitudine di persone si raggruppa e manifesta contro il piano del Governo Centrale di Addis Ababa, che implicherebbe l’estensione del territorio della capitale nella regione federale dell’Oromia. Ma i contadini, da mesi, hanno chiesto di negoziare per difendere i propri diritti, rimanendo non ascoltati. E la tensione si è consolidata giorno dopo giorno, giungendo allo scontro con le forze dell’ordine.
I primi a scendere in piazza sono gli studenti di ogni grado, dalle scuole primarie alle scuole superiori e università: gli scontri causano alcuni morti e feriti. Le informazioni sono molto frammentate e comunicate con il tam tam, il passa parola da persona in persona. Al fine di ostacolare la divulgazione di news sensibili, infatti, sono state isolate le linee telefoniche fisse e mobili, compresa anche la connessione internet; pure noi ci troviamo isolati da tutto, fin dai giorni del nascere della protesta, ad eccezione di qualche breve periodo di ripristino delle comunicazioni.
Il giorno seguente, la situazione riesplode e si sentono colpi di arma da fuoco, sempre più intensi e ravvicinati. Mentre sto partecipando ad una riunione con il Management dell’Ospedale, una sventagliata di fucile automatico, probabilmente non troppo distante da noi, ci fa sobbalzare. Si teme il peggio, nel senso che si ipotizzano subito altri feriti o morti. Decido, prima che interrompano di nuovo le comunicazioni, di contattare i miei colleghi in Italia e di far prorogare il mio volo di rientro. Non posso certo mettermi in viaggio verso la capitale proprio ora. 
Entrano i primi feriti in Ospedale, portati a braccia. Subito gruppetti di persone si costituiscono presso l’entrata principale, mentre altri seguono i feriti. Tutti vogliono capire e vedere. Al Pronto Soccorso devono chiudere la porta per permettere al personale sanitario di curare i feriti senza ulteriori problemi. 
I miei colleghi medici si organizzano e, supportati da altri medici etiopi, affrontano la situazione di emergenza. Io esco dall’ufficio per cercare di capire meglio cosa stia succedendo; rientro e scorgo Lamlem, una giovane impiegata amministrativa, piangere come tanti altri, terrorizzata dalla paura.
Queste cose si sa come iniziano ma non si sa come potrebbero finire, penso. Qualcuno si asserraglia nei bagni. I cancelli vengono chiusi e si aprono solo ai feriti. 
La sera, ci ritroviamo tutti per un briefing sul piano sicurezza e decidiamo di rimanere all’interno del compound dell’Ospedale evitando di uscire fin quando la situazione non ritornerà sotto controllo.
Il tam-tam del passa parola, ci fa sapere che allo stadio si sono radunate circa cinque mila persone per organizzare e continuare la protesta. Questa notizia non ci conforta e così raccomandiamo al nostro personale di rimanere a casa il giorno seguente e di recarsi solo al lavoro e in situazione di estrema sicurezza.
La notte la trascorriamo senza avvisaglie di imminenti pericoli ma comunque in allerta
I feriti sono quasi tutti giovani: uno di loro, ferito ad una mano, deve amputare delle dita ma sorride perché si sente un eroe. Il personale dell’ospedale, trattiene a fatica le persone accorse in ospedale per scattare fotografie da pubblicare poi sui social network, divenuti ormai strumenti rapidi ed efficaci di comunicazione in ogni angolo del Mondo.
Nei giorni successivi, ci viene riportato di continui scontri in varie zone distanti alcune decine di chilometri da Wolisso. Stavolta non scontri con bastoni contro armi automatiche ma armi contro armi. Pare, infatti, che i dimostranti, in alcune aree, si siano armati. Visto il rischio di far esplodere qualche cosa di più grave, il Governo decide di rispondere alle istanze dei protestanti e di ritirare il Master Plan: la notizia viene divulgata sui media TV e radio e cosi la tensione pare progressivamente diminuire.

Approfittando del controllo della situazione sulle strade, sono giunto ad Addis Ababa senza incontrare ostacoli. Appena entrato in ufficio, uno scambio rapido di informazioni mi fa comprendere che ci sono ancora focolai di tensione e che nuove proteste stanno sorgendo in altre aree del Paese. Oggi giorno, per effetto della globalizzazione, le informazioni corrono velocemente da una parta all’altra del globo e quindi è sempre più difficile tenere le masse all’oscuro circa gli eventi e le cose che cambiano.
Rivedo l'immagine di gruppi di contadini che correvano compatti, urlando, lungo la via di fronte l’ospedale. Mi sembrava di vedere Davide contro Golia, una lotta impari. Il combattere per qualche sacrosanto diritto anche a rischio della propria vita. Mi soffermo a pensare che la vita per milioni di persone è dura, veramente dura e che noi, malgrado il nostro tribolare quotidiano, dovremmo ricordarcene e pensare a difendere con maggior onestà e legalità quanto conquistato a caro prezzo dalle generazioni che ci hanno preceduto e che, nel corso degli anni, la nostra classe politica ha sperperato, prospettando alle generazioni di oggi un futuro assai incerto.
Mi porto a casa, una nuova pagine di Vita, di condivisione, con la speranza che ci sia più Pace e Giustizia in ogni angolo della Terra.



Ettore Boles
Nato il 30 novembre del ‘61, settimino, assieme ad altri due gemelli, Gabriele e Luigi. Credo di aver sempre desiderato, fin dai primi passi della mia Vita, esplorare il mondo che mi stava attorno. Successe che un giorno, assieme ai miei fratelli, a carponi m’infilai per la strada antistante il nostro giardino, passando da un buco fatto nella rete del box in cui ci trovavamo a giocare. Da allora ne ho fatti di passi… o meglio di strada, e così un bel giorno sono arrivato fino agli antipodi del mondo, nella lontana Papua Nuova Guinea. Come Forrest Gump, mi sono messo a correre… e non so ancora quando mi fermerò per far ritorno. Ogni tanto, sostando, trovo il tempo di scrivere qualche riga affinché nulla vada perso nell’oblio del tempo.

About Stefania Bergo

Il blog culturale degli scrittori emergenti: letteratura, webmagazine, travel&living, arte, promozioni speciali e servizi editoriali.
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