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[I luoghi dei libri] La Provenza dai mille incanti d’Oriente di Gustave Flaubert, di Ilaria Biondi


È l’autunno del 1840 e Flaubert, che ha da poco terminato gli studi liceali, accompagna alcuni amici del padre in un viaggio attraverso la Francia, da Bordeaux fino alla Corsica, passando per i paesi Baschi e i Pirenei. Durante questo lungo tragitto il gruppo, prima di imbarcarsi per la selvaggia isola che diede i natali a Napoleone, trascorre qualche tempo in Provenza, muovendosi fra Arles, Marsiglia e Tolone. Il giovane Gustave, che ha già scoperto la propria vocazione di uomo di lettere, non può fare a meno di fermare sulla carta le intense emozioni suscitate in lui da questa esperienza. Leggendo le rapide note da lui vergate attorno a questo breve soggiorno, emerge il lato più nascosto dello scrittore, quel côté romantico che Flaubert coltiva negli anni giovanili, per accantonarlo poi a partire dal 1849 a favore del credo realista (regalandoci capolavori come Madame Bovary, L’Éducation sentimentale, Bouvard et Pécuchet), senza tuttavia mai rinunciarvi del tutto (è con opere della maturità come Salammbô, La Tentation de Saint-Antoine, La légende de Saint Julien e Hérodias che Flaubert lascia libero corso alla sua immaginazione, riannodando le fila con la sua adolescenziale “tentazione romantica”). 
Il ventenne Gustave, fervido ammiratore di Hugo e lettore appassionato delle avventure di René, si abbandona come i suoi eroi romantici ai deliri e agli eccessi del sentimento, esprimendo un entusiasmo esaltato per la terra che sta attraversando, la cui bellezza straziante gli fa presagire gli incanti misteriosi di quell’Oriente che visiterà di lì a pochi anni e che fungerà da costante fonte di ispirazione per la stesura di Salammbô (che verrà dato alle stampe con grande successo di pubblico nel 1862). Il suo cuore sensibile vibra di fronte al fascino gotico delle rovine dell’arena di Arles, città nel cui respiro antico e nell’avvolgente atmosfera mediterranea Flaubert pregusta le molli dolcezze delle terre d’Oriente:

« Amo il Mediterraneo, ha qualcosa di grave e tenero che mi fa pensare alla Grecia, qualcosa di voluttuoso che fa pensare all’Oriente. Alla Baie aux Oursins, dove ho assistito alla pesca del tonno, avevo quasi l’impressione di trovarmi su una spiaggia dell’Asia Minore. C’era un così bel sole, la natura in festa ti entrava nella pelle e nel cuore! »

Anche le Arlesiennes, con quella severa gravità che conferisce loro un’aura mitologica, lo ammaliano profondamente:

«Le donne di Arles! Che altro bel ricordo! Sono tutte vestite di nero; per strada camminavano, o almeno così mi sembrava, a due per due, e parlavano a voce bassa tenendosi per il braccio. […] Con le gonne corte e il passo così leggero e così grave, la figura robusta e slanciata, paiono le Muse Antiche! »

Non meno emozionante è la breve sosta a Marsiglia, che al pari di Arles alimenta il romanticissimo rêve d’Orient dello scrittore:

« Marsiglia è una città graziosa, formata da grandi abitazioni che sembrano palazzi. Il sole e l’aria possente del Midi circolano liberamente per le sue lunghe vie; vi si percepisce un non so che di orientale, ci si muove a proprio agio, si respira felici, la pelle si dilata e assorbe il sole, sorta di grande bagno di luce. »

Le suggestioni della città portuale, florido crocevia di merci, di uomini e di lingue, tripudio di colori e profumi che seducono gli occhi e il cuore, proiettano l’immaginario di Flaubert in una terra lontana, in tempi fiabescamente remoti:

«Marsiglia è oggi quello che doveva essere la Persia nell’antichità, o Alessandria nel Medioevo: una cafarnao, una babele di tutte le nazioni.»

A Tolone, basta la fugace vista di una palma al centro dell’orto botanico cittadino per risvegliare in Flaubert il desiderio di esotismo; d’un tratto egli s’immagina non più in Francia bensì in un’India dalle mille meraviglie, circondato da elefanti bardati d’oro, carezzato da una brezza che olezza dell’aroma intenso e suadente dell’incenso, a godersi la danza sensuale di una baiadera all’ombra delle fronde.
Flaubert, con negli occhi i paesaggi e il cielo di Provenza, ai quali è grato per avergli regalato una così intensa sensazione di dépaysement, si concede prima di partire un ultimo sogno ad occhi aperti, esprimendo il tacito desiderio di potere un giorno raggiungere quelle distanti contrade soleggiate vagheggiate fin dall’infanzia, nel tentativo di placare la propria sete d’infinito e di bellezza:

«Ahimé! Io che così sovente guardavo la luna, in inverno a Rouen e in estate sotto il cielo del Midi, ho pensato a Babilonia, a Ninive, a Persepoli, a Palmira, agli accampamenti di Alessandro, alla marcia delle carovane, alle campanelle delle cammelle, ai grandi silenzi del deserto, agli orizzonti rossi e vuoti, non andrò forse mai ad abbeverarmi di poesia, di luce, di cose immense e senza nome a questa fonte dalla quale sgorgano tutti i miei sogni? »



Ilaria Biondi
Laurea in Lingue e Letterature Straniere presso l’Università di Bologna. Durante il Dottorato di Ricerca in Letterature Comparate vive per lunghi periodi in Francia. Si occupa di traduzione letteraria e critica della traduzione, di letteratura francese e belga (in lingua francese) e letteratura tedesca dell’Ottocento. È appassionata di letteratura fantastica , science-fiction, letteratura al femminile, di viaggio, per l’infanzia e poesia.
Raymond Radiguet. Giovinezza perduta, eterna giovinezza, Delta Editrice.

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