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[La ricompensa è il viaggio] L'editoriale di Tiziana Viganò: appunti di viaggio nella Repubblica Dominicana, miscuglio di razze e provenienze diverse


È bellissima la Repubblica Dominicana, un paese che ti avvolge in una fascinazione che non si spiega razionalmente, te ne innamori e basta, ma con gli occhi della ragione vedi immensi contrasti, brutture ma anche stupende bellezze: resort lussuosi e insediamenti miserabili; spiagge bianche, acque turchesi, ma anche spazzatura puzzolente e plastica ovunque; facce bellissime e corpi statuari, ma anche troppi deformati da cibo malsano; la musica irresistibile e i silenzi del mare, ma anche i lamenti strazianti dei funerali e il pianto dei disperati che non senti ma sai che c’è; le immense piantagioni di canna, palma, banana e caffè che nascondono lavoratori che grondano sangue, schiavi ancora oggi dopo quattrocento anni; i colori incantevoli della natura e di tutto ciò che può essere dipinto, ma anche il nero e il rugginoso delle lamiere; la gentilezza e il sorriso di un popolo che ti strappa il cuore, ma anche la criminalità e la delinquenza; il colonialismo sfociato nel peggiore dei neocolonialismi; la ricchezza di pochissimi e l’infinita miseria dei tantissimi.
Non basta la censura che il governo mette ai fatti più crudi a beneficio dei turisti che devono rimanere sempre tranquilli e felici, chiusi come animali rari nei recinti dei resort all inclusive, bevendo cocktail al ron sui bordi delle piscine orlate di palme,(che costano come sfamare una famiglia per una settimana), ballando con bellissime donne - spesso prostitute - al ritmo del merengue e della bachata, ma anche donne accompagnate da gigolò; i turisti riescono a vedere solo quello che vogliono e si immaginano di vedere, scortati come bambini da guide che si occupano di ogni loro necessità, evitando accuratamente il contatto con la realtà del paese e completamente ignari di una società durissima e difficile.
Questa grande isola non è solo un paese di bellissime spiagge, palme e resort: un mondo alieno, di fantasia, emargina il popolo, ma è una facciata comune a molti paradisi turistici del mondo.

Durante un viaggio in un paese come la Repubblica Dominicana, ci si fa molte domande sulle migrazioni e i migranti: sui flussi di andata e ritorno, inversi a quelli degli abitanti dell’isola. Questa società di migranti è destinata ad essere un miscuglio di razze e provenienze diverse, tanta gente straniera viene per una vacanza, torna spesso poi si ferma qui, si sposa e mette su famiglia e attività.
Le facce bianche che vedo sono familiari e, appena aprono la bocca, mi sento a casa: se li incontro durante il periodo di bassa stagione sono i residenti, ormai stanziali, che hanno visto la possibilità di stabilirsi in un paese tropicale così lontano dalle nostre radici. Altri vengono solo d’inverno, per sfuggire al nostro clima freddo: tutti in cerca di un posto dove vivere meglio, anche se “il meglio” non è necessariamente proporzionale alla qualità della vita che, riconosciamolo chiaramente, in Italia è ai massimi del mondo.
Ci sono migranti che si innamorano subito del mondo diverso e non vogliono più tornare nel paese d’origine, o se ritornano lasciano il cuore altrove: desiderio di novità, oppure voglia di evadere da una realtà che sta stretta, ma anche e soprattutto fuggire da se stessi. Ci sono gli irriducibili che si lamentano dell’Italia come se fosse il paese peggiore del mondo, dove non si può avere un futuro, dove si vive malissimo, dove niente va bene.. Non sopporto più questi discorsi, fatti da gente che non vede oltre il proprio limitato orizzonte, che non conosce nulla della realtà di un mondo dove solo in pochissimi paesi europei, compresa l’Italia, che si contano sulle dita di una sola mano, si sta bene, si è ricchi, e ci sono davvero libertà e democrazia.

Ho visto molta gente italiana qui nella Dominicana, ho parlato con loro ed è chiaro che la fuga dal paese d’origine è sempre determinata da un’insoddisfazione personale. Alcuni giovani con spirito nomade o altri che hanno perso il lavoro in Italia negli ultimi anni di crisi sono emigrati perché hanno visto la possibilità di crearsi una nuova attività imprenditoriale con pochi soldi e molta fantasia (ma non tutti riescono) gli altri non sono spinti dalla necessità economica, molti sono i pensionati, molti i fuggitivi, naufraghi alla ricerca di un tesoro che forse non riusciranno mai a raggiungere.
Curioso questo angolo di mondo dove trovi uno spicchio di Italia in un mondo così diverso. Mi guardo intorno e trovo cose familiari e altre così lontane: c’è anche una zona di confine in cui i due mondi si incrociano e si fondono, in una dimensione comune dove sembra che gli italiani, quelli che hanno deciso di restare e mettere radici, abbiano acquisito il modo dominicano di prendere la vita, con calma e tranquillità assoluta, un elogio alla lentezza di chi riesce a uniformarsi alle tradizioni locali, che vive e lavora con ritmi ben lontani da quelli che ha conosciuto in passato e da cui si è allontanato, stanco di una vita che dà tutto, ma che pure toglie tantissimo.
I dominicani ci guardano senza perdere un sorriso che a volte percepisci un po’ condiscendente, come se fossimo esemplari di razza aliena da guardare con simpatia e curiosità, con stampato sulla faccia il ragionevole dubbio che le nostre certezze siano davvero le migliori del mondo, come noi proclamiamo sempre e comunque. Però si adeguano presto, il nostro modello, tutto sommato, ci ha fatto ricchi e li attrae, lo imitano con l’aria di chi segue qualcosa nell’attesa di vedere se funziona davvero, per valutarne con prudenza l’efficacia, senza scalmanarsi troppo e senza staccarsi troppo dalle proprie abitudini.
Poi ci sono i migranti di Haiti, con le loro facce africane che vengono da un altro mondo disastrato che pur vive nella stessa isola, diviso solo da un limite politico, labile come i campi che lo fiancheggiano: tra loro e i dominicani c’è una differenza culturale immensa, che persiste da secoli, nonostante la comune origine. In fuga da uno dei paesi più poveri del mondo, da oltre cent’anni vengono alla ricerca di un lavoro che li riduce come i loro antenati schiavi, oppure scappano dallo sfacelo causato dal terremoto del 2010 che ha annientato una terra e un popolo in un modo tale da rendere quasi incredibile la rinascita.


di Tiziana Viganò
Le idee migliori per scrivere, gli incipit e i finali si insinuano nella mia mente in quell’ora del mattino che precede di poco il risveglio, come nella nebbia, mentre sono ben sveglia quando in cucina mi diverto a inventare ai fornelli e sperimentare intrugli con erbe e spezie. Viaggiare è la mia passione e il mondo delle donne sta al centro dei miei interessi di scrittrice.
Come le donne, Editrice Monti.
Milano in 100 parole, Giulio Perrone Editore.

About Stefania Bergo

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