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[Riflessione] Le recensioni di Elena Genero Santoro: "Mi hanno fatto sedere qui" di Francesca Cuzzocrea

Natale è da poco passato. Tempo di visite a parenti e amici… e chi non ha almeno un anziano in una struttura (una volta si chiamavano ospizi, poi il nome è stato sfumato, è diventato meno specifico) da andare a trovare?

Il libro di Francesca Cuzzocrea è breve e si legge in poche ore, ma è denso di contenuti.
È la storia di una donna che è sempre stata attiva e dinamica e che all’età di settant’anni inizia a perdere colpi e pezzi di memoria. Si scopre poi che la donna è affetta da demenza senile, una malattia degenerativa che progressivamente la priverà dei ricordi, si mangerà pezzi interi della sua vita e la spingerà a fare cose insensate, senza logica, talvolta pericolose.
L’autrice si immedesima nella testa della protagonista, ma anche in quella delle due figlie che si troveranno a gestire il problema di una mamma che fino al giorno prima era la loro roccia ed ora è diventata fragile, indifesa e incosciente come una bambina.
Quando entra nella testa dell’anziana ne ripercorre la giovinezza, proponendo i frammenti di vita passata a cui la donna si aggrappa per non perdersi del tutto. E poi descrive invece lo spaesamento di una persona che infila la canottiera sopra i vestiti, che scambia una figlia per l’altra, che non sa più quanti anni ha né dove si trova. Che ogni giorno cerca di scoprire chi è e cosa ha lasciato indietro, e spera di trovare un bandolo nella matassa della sua esistenza che la riconduca almeno per un attimo a quello che era un tempo.
Mi hanno fatto sedere qua” è un titolo già sufficientemente emblematico. Sembra dire: hanno deciso per me, mi hanno messa in quest’angolo, ma io non ne capisco il motivo.
Poi ci sono le figlie, ognuna con la propria vita. E le figlie pagano un prezzo altrettanto alto. La prima rompe il rapporto con il fidanzato. La seconda, accogliendo in casa la madre malata, che non si fida più a lasciare sola, comprime il resto della famiglia, il marito, i figli e li costringe a gravitare tutti intorno alle follie di una donna che di notte non lascia dormire nessuno, che necessita di attenzione costante e di aiuto per le faccende più banali, come lavarsi.
È proprio quando la famiglia arriva allo stremo, quando il marito ormai è scontento di tutto, quando la pazienza è finita, che si giunge alla soluzione dell’ospizio, della struttura dedicata. Questo tra mille sensi di colpa. Così, un giorno, l’anziana nonna viene spostata con tutte le sue cose in un luogo da cui non farà mai più ritorno. Ne è cosciente, ma solo in parte. È un po’ triste, ma non disperata. Nelle condizioni in cui è le hanno indorato la pillola: farlo è stato semplice, in fondo.

Se rinchiudere un anziano in una struttura può sembrare ad alcuni un atto disumano, vorrei dirvi che assistere determinati tipi di malati è una faccenda veramente complicata e il libro della Cuzzocrea vuole mostrare anche questo. Su Altroconsumo Salute di ottobre 2015 è comparso proprio un articolo che parlava delle famiglie dei malati di Alzheimer e patologie simili: tali nuclei vanno incontro alla depressione e necessitano di essere sostenuti, forse più del malato stesso, da un certo punto di vista, perché sul paziente, ad un certo punto, scende fortunatamente l’oblio. Sui famigliari no.
E poi in una struttura come si deve (non in un lager, ovviamente) un anziano può essere assistito al meglio e talvolta salvato come non potrebbe capitare in una casa. Chiedetelo a mia nonna, che di anni ne ha 91 e che è già sopravvissuta a due infarti e varie bronchiti (per un totale di sette ricoveri) tutti riconosciuti e curati tempestivamente proprio grazie al fatto che stava in un posto dove le potevano fare un elettrocardiogramma e altre verifiche in tempo reale. Aggiungo che se alla fine per mia nonna è stata fatta una scelta definitiva di residenza per anziani, dopo vari tentativi di assistenza casalinga, con badanti, senza badanti, con figlie che si alternavano, il ricovero in una prima struttura non adeguata, il ritorno a casa, e via dicendo, è stato perché davvero tra tutte le soluzioni tentate alla fine ci siamo assestati sul compromesso migliore.
La struttura paraospedaliera per anziani, non è una brutta invenzione, ma ci sono due aspetti che vanno tenuti in conto: la vicinanza, perché l’anziano non deve essere abbandonato, deve mantenere un contatto con la famiglia, e il costo. Le rette mensili di una struttura dignitosa a Torino superano i duemila euro al mese e bisogna integrare la pensione con i risparmi di una vita per potervi fare fronte. Anche di ciò viene fatta menzione nel romanzo.
Se le cose in Italia non cambiano nei prossimi decenni, io ho già da adesso la certezza di non poter accedere a un simile servizio, quando sarà la mia ora. Non so come faranno i miei parenti, non mi stupirei se decidessero di condurmi verso una dolce morte, e magari l’eutanasia (libera o imposta) sarà diventata una prassi comune in capo a trenta o quarant’anni.
Nel libro di Francesca Cuzzocrea questo tasto non viene toccato, non si mette mai in discussione che la vita dell’anziana protagonista non meriti di essere vissuta o che non sia dignitosa. Invece viene descritta con molto realismo la giornata tipo di un ospizio. Gli anziani vengono invitati a radunarsi, a mangiare tutti insieme, a “socializzare”. Ci sono momenti di attività ed altri di riposo.
Chi ha un parente ricoverato da qualche parte sa di cosa sto parlando. Tutte le volte che vado a trovare mia nonna nel pomeriggio ci sono decine di vecchietti parcheggiati in corridoio tutti insieme. Stride vedere i miei figli con le loro coscette tornite e le loro guance rosee correre su e giù e fare fracasso intorno a vecchi uomini e donne che sono l’ombra di quel che erano, pallidi, rugosi e con lo sguardo assente. Fa male pensare che un giorno anche i miei bimbi paffuti, forse, saranno così. Che non a tutti la vecchiaia regala autosufficienza fino all’ultimo giorno di vita. Mi sono sempre chiesta quanto questi anziani parcheggiati in corridoio possano realmente “socializzare” tra di loro. Certo, ci sono quelli lucidi e quelli svaniti, ma stanno tutti ammucchiati lì, uno di fianco all’altro, in attesa che il giorno passi. E senza parenti che li accudiscano. (Io ne vedo sempre pochi).

Un’altra domanda che mi pongo spesso è se per gli operatori sociosanitari che accudiscono gli anziani sia in fondo più semplice il vecchietto che ormai non ragiona e che può essere gestito senza chiedergli il permesso, o se sia più facile quello ancora lucido. O se la differenza in realtà sia tra chi parla a ragion veduta e chi dice cose senza senso, ma piuttosto tra chi interagisce in modo attivo e chi non ha più la forza di farlo e se ne sta in un letto come un peso morto. So solo che mia nonna, che a 91 anni è ancora lucidissima, ha patito parecchio l’imposizione degli orari e qualche bella litigata con il personale se l’è fatta senza problemi. Era abituata a lavarsi quando lo decideva lei, a mangiare quando voleva, a starsene per i fatti suoi e all’improvviso ha dovuto adeguarsi ad abitudini che non erano le sue. Perché è lucida, ma non più autosufficiente. E a parlare con quelli con l’Alzheimer non prova alcuna soddisfazione.
E poi ci sono gli operatori, che devono conciliare molte cose: una gestione che funzioni da sposare con le bizze e i capricci degli anziani che protestano e delle famiglie che si lamentano. Vivono perennemente in bilico tra il compito di alleviare le pene agli infermi e quello di non uscire pazzi a furia di vedere morire gente. Sono moralmente tenuti a trattare con dignità e rispetto i ricoverati, ma allo stesso tempo non devono farsi fagocitare dai loro problemi.
Se ci riescono sono angeli. Altrimenti diventano carnefici.

Comunque, consiglio il libro di Francesca Cuzzocrea a tutti. È toccante, realistico, scritto in modo scorrevole. Pone domande interessanti. Chi ha un congiunto ricoverato da qualche parte, lucido o meno, ci si riconoscerà, come io ho rivisto mia madre e mia zia nelle due sorelle che si alternano quotidianamente dalla madre anziana pur di non lasciarla mai sola. Stessa dolcezza, stessa premura.




“Mi presento: sono Adele. 
O almeno, quello che rimane di lei. 
Sono un piccolo sussurro della sua coscienza, nascosta in un angolo sempre più buio della sua memoria… 
La mia voce è sempre più sottile, ma finché esisterò racconterò di me. 
Penso, dunque esisto. 
Ancora.”

È in questo modo che la protagonista del romanzo, Adele, ci introduce nella sua realtà alterata dalla demenza senile, di cui soffre. 

Con lei e le sue due figlie percorreremo il tortuoso cammino della malattia, che segnerà in modo indelebile le loro vite e i loro rapporti famigliari.





di Francesca Cuzzocrea | Lettere Animate Editore | Mainstream  
ISBN 9788868825744 | ebook 1,99€ Amazon 


di Elena Genero Santoro
Ama viaggiare e conoscere persone che vivono in altri Paesi. Lettrice feroce e onnivora, scrive da quando aveva quattordici anni.
Perché ne sono innamorata, Montag
L’occasione di una vita, ebook Lettere Animate
Un errore di gioventù, 0111 Edizioni
Gli Angeli del Bar di Fronte, 0111 Edizioni.

About Elena Genero Santoro

Il blog culturale degli scrittori emergenti: letteratura, webmagazine, travel&living, arte, promozioni speciali e servizi editoriali.
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