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In primo piano

[Inediti d'autore] Racconto: "Un’irrepetibile avventura" di Ettore Boles


“Mancò la fortuna e non il coraggio” è tratto dalla storica frase scritta in ricordo delle migliaia di giovani italiani morti nell’epica battaglia di El Alamein (Egitto) contro le forze preponderanti dell’esercito inglese, fra il 1942 e il 1943. Una frase che ho appreso leggendo la storia di quelle tristi vicende e che ho fatto mia, come titolo per ricordare una “conquista” da me mancata e per di più in tempo di pace, in tutt’altro contesto. Ma le frasi storiche, incisive, ben mi aiutano a raccontare alcune vicende: come tutte le esperienze anche questa mi ha insegnato qualcosa.
E così, nel 1987, fortuna e coraggio, come il destino degli eventi, hanno dato colore alla mia prima e unica salita alla vetta del Monte Bianco.
Con il mio compagno di avventura, Andrea, carichiamo l’auto di tutta la nostra attrezzatura e ci dirigiamo in direzione Valle d’Aosta, in cerca del Monte Bianco. Il giorno prima avevamo detto scherzando: “Dai che ci facciamo il Monte Bianco, proviamo ad arrivare in cima”, come per dire, “dai che ci facciamo una birra al bar dell’angolo”... avevamo l’età delle avventure, l’età di misurare se stessi, e anche l’età dell’incoscienza, a volte.
Con il nostro obiettivo in testa, raggiungiamo la Val Veny dal versante italiano, base di alcune arrampicate a questo maestoso massiccio.
Il paesaggio che si apre davanti a noi è indescrivibile: una vallata di conifere, ruscelli, verde intenso, morene e lingue di ghiaccio che dal corpo di questa montagna giungono fino a valle.
Il nostro zaino deve contenere il necessario per stare in quota almeno due-tre giorni, fra salita e discesa. Questo è il tempo che stimiamo per conquistare la vetta che misura orgogliosamente i suoi quattromila ottocento dieci metri: il tetto dell’Europa.
Guardare una montagna, dal basso verso l’alto, e immaginare la via di salita, ti fa sentire piccolo, impotente. Ci vuole rispetto, umiltà, anche paura, se vuoi.
Un po’ come fanno le tribù indigene che vedono nel vulcano o nella montagna alta, sopra di loro, il regno degli Dei, degli Spiriti. Il rito, per me, in questa come nelle precedenti salite, è quello di stare in silenzio dinanzi ad essa, come in uno stato di meditazione e di preghiera.
Sono consapevole che la Natura, nonostante tutto, sia ancora più forte di noi e che quindi, in ogni occasione, possa avere la meglio.
Mettiamo lo zaino in spalla e iniziamo a salire lentamente, per non affaticarci troppo, su per i sentieri che ci porteranno ai piedi del Ghiacciaio del Miage. Lo attraversiamo tutto, sembra non finire mai... e lentamente continuiamo, salvo alcune brevi soste per riprendere il fiato, fino a quota tremila ottocento metri. Ogni tanto mi fermo a guardare in basso. Non mi sembra vero che stiamo guadagnando quota così rapidamente. La giornata ci sta regalando le ultime ore di chiaro.
Verso sera, arriviamo al Bivacco Gonnella, base di partenza per la parte più impegnativa della salita. Da questo punto parte la via italiana cosiddetta “normale” di salita alla vetta. Di fatto, non è proprio una via normale, giacché richiede preparazione, esperienza e presenta difficoltà di vario genere.
Al Bivacco Gonnella, abbiamo modo di riposarci: ricontrolliamo l’attrezzatura, sorseggiamo del tè per scaldarci e cerchiamo di mangiare qualche cosa che potrà, da lì a poche ore, darci energia, indispensabile per continuare.
Le condizioni atmosferiche non lasciano sperare, all’improvviso inizia a nevicare; mi rintano nel sacco a pelo, al caldo, nel torpore dei miei indumenti. Di fuori, si sente la voce del vento, e dalla finestrella del bivacco s’intravede la neve che vien giù di traverso. Ogni tanto, in lontananza, si scorgono dei boati: sono i seracchi che si lasciano andare, che crollando, per l’effetto dell’eco, ci intimoriscono per la loro potenza.
La notte, vuoi per la stanchezza fisica, vuoi per il bisogno di riposare e di ricaricare le “batterie” del corpo, trascorre velocemente. Abbiamo già alle spalle un giorno d’inattività, ma tutto sommato non è male, considerato il bisogno di acclimatarsi a quest’altezza.
Il giorno seguente le ore scorrono velocemente, seduto al sole, nel silenzio, a scrutare il cielo e la montagna possente davanti a me. L’assalto alla vetta è previsto per la mezzanotte: ci servono almeno altre sedici ore, fra salita e discesa, per ritornare ancora su questa tappa intermedia. Nell’attesa penso a molte cose, penso agli ostacoli che si presenteranno, penso alla paura di affrontarli e al rischio che ci possa accadere qualche cosa. Ma il desiderio di sfida, seppur accompagnato dal rispetto per la montagna, è troppo forte. Non c’è nulla che mi faccia desistere dal tentare quest’esperienza.
È mezzanotte già inoltrata, quella dell’ormai secondo giorno, quando decidiamo di attaccare la vetta. Partiamo in fila indiana, legati in cordata, con la pila frontale per farci luce nel buio intenso di questa meravigliosa nottata. Sopra di noi il cielo scuro, con le stelle e le varie costellazioni. Attorno a noi il bianco del ghiaccio e le ombre delle pareti rocciose. Saliamo per la seraccata, procedendo a zig zag, fra i crepacci. Essendo notte possiamo tranquillamente superarli attraversando i ponti di neve che scorgiamo un po’ qua e un po’ là. Il vento e ancora il tonfo dei seracchi che cadono, ci fanno compagnia. Con la nostra piccozza stretta in mano e con i moschettoni che penzolano dall’imbragatura, sembriamo dei guerrieri che avanzano in un paesaggio fatato. Innanzi a noi ancora mille metri di dislivello. Procediamo in cordata “in conserva”, per salire più velocemente. Un passo falso potrebbe essere fatale: nei passaggi delicati facciamo sicurezza con i chiodi da ghiaccio; i nostri ramponi pare non riescano neppure a scalfire il ghiaccio.
Sono già le tre di notte, circa un’ora di ritardo sulla tabella di marcia, quando, superato il crepaccio terminale, ci portiamo sulla cresta del Dome de Goute. In questo tratto, la salita diviene più insidiosa: non possiamo permetterci il minimo errore. La cresta, su cui affondiamo le punte dei nostri ramponi, non è più larga di un metro. I due lati, destro e sinistro, ci mostrano un verticale salto nel vuoto di centinaia e centinaia di metri: forse settecento, o ottocento. Un passo falso vorrebbe dire trascinare nel vuoto anche il compagno di cordata. La tecnica di arrampicata in montagna ci ha insegnato che, in caso di volo in cresta così aerea, uno dei due dovrebbe essere pronto a lanciarsi dal lato opposto, in modo da bloccare subito la caduta... bisognerebbe provare per credere!
Procediamo sempre con il nostro passo, non sostenuto ma continuo, quando l’alba si mostra a noi in tutto il suo splendore. Io sono di seconda, e sul mio zaino pesano quasi venticinque chili in più di corda; gli altri metri mi dividono dal compagno di arrampicata.
La fatica inizia a farsi sentire. Man mano che si sale, vuoi per la rarefazione dell’ossigeno, vuoi perché il fisico brucia tutte le calorie disponibili, mi sento più affaticato.
Prima di partire dal Bivacco, abbiamo commesso un errore: non abbiamo pensato di preparare un tè caldo e di metterlo nella borraccia, per risparmiare un litro e quindi un chilogrammo di peso. L’aver sottovalutato quest’aspetto determinerà poi il destino dell’impresa, almeno per me. I suggerimenti del mio compagno di cordata, purtroppo, si riveleranno fatali.
Cammin facendo, per sostenerci dalla stanchezza, abbiamo avuto la brillante idea di fagocitare qualche pastiglia di “Enervit” un integratore alimentare. Tuttavia ecco che improvvisamente, il mio fisico inizia a dare segnali negativi: forte mal di stomaco e crampi alle gambe. Cerco di resistere e di continuare. In questo modo proseguo ancora per un’altra ora, in direzione del punto estremo della montagna. Non è facile descrivere le emozioni che si provano a quelle altezze, immersi nel silenzio e nella bellezza del creato: mi commuovo e prego Dio. 
Chiedo ad Andrea, il mio compagno di cordata, di rallentare un attimo il passo: inizio a perdere colpi... ma Andrea, desidera a tutti i costi accelerare il passo. Il suo obiettivo, costi quel che costi, è la vetta. A un certo punto, alla mia ennesima richiesta di aiuto, mi risponde implorando e bestemmiando.
In quell’istante, è crollato dentro di me il significato della montagna, il significato di fare cordata, di essere uno per l’altro, e il sacrosanto principio di vincere o perdere assieme. Da quando avevo iniziato a praticare alpinismo quei valori erano diventati il mio credo. Un principio fondamentale era quello di porre la propria vita nell’altro e viceversa. Bisogna provare a essere legati su per una parete verticale, per comprendere certe cose.
La vetta sembra sempre più vicina. Si tratta di fare l’ultimo balzo, ma non ce la faccio più. Decido allora di slegare la corda che mi unisce al mio compagno e di permettergli di salire più in fretta da solo, in vetta. Mi accovaccio sul ghiacciaio, per coprirmi dal freddo del vento, e aspetto per quasi due, interminabili, ore. La sosta mi è servita per riprendere il fiato e le energie sufficienti per affrontare la via del ritorno. Ci vorranno ancora altre otto ore di discesa fra buio e nebbia per raggiungere nuovamente il Bivacco di partenza.
Nel ritorno i crepacci, dopo una giornata di sole, sono completamente aperti e mostrano a noi tutta la loro profondità: alcuni mi pare addirittura di centocinquanta metri. D’altra parte il Monte Bianco è la montagna per antonomasia, la montagna “in assoluto”, nel suo aspetto completamente alpino.
In discesa saltiamo i crepacci con la piccozza in mano: ci lanciamo nel vuoto per superarli e ancorarci sul lato opposto. Questo è stato forse l’aspetto più divertente, seppur rischioso della scalata. Di salto in salto, di crepaccio in crepaccio, ritorniamo alla nostra base che è già sera inoltrata. Ci vorrà ancora un giorno per scendere nella piazzola di fondo valle dove avevamo, tre giorni prima, parcheggiato la mia Renault 4.
E così, quel giorno di mezza estate, seppur con la vetta inviolata, rimarrà sempre nel mio cuore: mancò la fortuna... non il coraggio! Molte volte ho ripensato a quest’avventura e, rileggendola, ho tratto questo insegnamento: a volte si è quasi arrivati al traguardo, ma le condizioni avverse del contesto non ci permettono di raggiungere il nostro fine. Bisogna allora saper accettare anche il traguardo intermedio, il gradino sottostante. Le abbiamo tentate tutte, ci abbiamo messo del nostro, ci abbiamo messo il coraggio di una scelta, eppure le cose possono andare diversamente. Forse è proprio questione di fortuna, forse di destino. Di sicuro tutto questo fa parte della vita.



Ettore Boles
Nato il 30 novembre del ‘61, settimino, assieme ad altri due gemelli, Gabriele e Luigi. Credo di aver sempre desiderato, fin dai primi passi della mia Vita, esplorare il mondo che mi stava attorno. Successe che un giorno, assieme ai miei fratelli, a carponi m’infilai per la strada antistante il nostro giardino, passando da un buco fatto nella rete del box in cui ci trovavamo a giocare. Da allora ne ho fatti di passi… o meglio di strada, e così un bel giorno sono arrivato fino agli antipodi del mondo, nella lontana Papua Nuova Guinea. Come Forrest Gump, mi sono messo a correre… e non so ancora quando mi fermerò per far ritorno. Ogni tanto, sostando, trovo il tempo di scrivere qualche riga affinché nulla vada perso nell’oblio del tempo.

About Stefania Bergo

Il blog culturale degli scrittori emergenti: letteratura, webmagazine, travel&living, arte, promozioni speciali e servizi editoriali.
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