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[La ricompensa è il viaggio] L'editoriale di Elena Genero Santoro: Bruxelles, città multietnica e multiconflittuale


La mia riflessione ha radici antiche, risale a quando anni fa mio padre disse: “Avrei sempre voluto vivere in una città multietnica e multiculturale come Sarajevo, poi a Sarajevo è successo quello che è successo…”
A Sarajevo non sono mai stata, e nemmeno mio padre, ma frequento Bruxelles, che in questo senso è la stessa cosa, e anche mio padre è stato a Bruxelles, in tempi non recenti.

Correvano gli anni Settanta e lui e mia madre, novelli sposi, erano in viaggio di piacere.
Mio padre si ferma in un bar per chiedere un’informazione e ovviamente lo fa in francese che è l’unica lingua che parla fluentemente oltre all’italiano. Solo che nella sua santa ingenuità è entrato nel bar sbagliato, in un bar della parte fiamminga, e i presenti, sentendo che si esprime in francese, lo guardano molto male, lo scambiano per provocatore. In sei o sette lo puntano e stanno per alzarsi, poi intravedono la Fiat Cinquecento blu con la targa italiana fuori dalla porta, capiscono che quel giovanotto dai capelli rossi è un turista sprovveduto, allora si placano immediatamente e, come sottolinea sempre mio padre a questo punto del racconto, gli rispondono in perfetto francese fornendogli tutte le indicazioni di cui ha bisogno.

Le città multietniche sono terribilmente complicate. La diversità, la multiculturalità, sono fonte di grande arricchimento, ma nel momento dei conflitti la convivenza con persone che appartengono a un’altra etnia o che seguono un’altra religione rende tutto più difficile. Il nemico lo trovi ovunque, attraversando la strada, andando al lavoro. Il nemico della porta accanto. Sarajevo è diventata una polveriera e ci si ammazzava tra fratelli.
E Bruxelles, oggi? Bruxelles è una città divisa in 19 comuni, ognuno col suo sindaco. Ogni comune può legiferare su un sacco di cose in modo indipendente, regolare persino l’IVA, e così sembra persino che acquistare certi beni, tipo le auto, sia più conveniente in certi quartieri anziché in altri. I valloni e i fiamminghi sono stati in tal modo separati di fatto, ma adesso c’è ben altro.
Premetto che a Bruxelles sarei dovuta andarci già a novembre, ma il mio meeting cadeva nella settimana di Livello di allerta 4 per il terrorismo, così mi è stato proibito di partire. Invece ci sono stata ora, ma, quello che in tv non dicono, è che il livello di allerta è comunque alto: 3. Ci sono poliziotti e guardie armate dappertutto, per strada, in aeroporto, ovunque. È la prima volta da sette anni a questa parte. Fino ad oggi avevo sempre percepito Bruxelles come una città pacifica.
E pensare che, come mio padre, anche io avrei sempre voluto abitare in un posto del genere, una città dove si parlano mille lingue, dove gli abitanti provengono da più zone del globo. Bruxelles è una grossa capitale europea, con sedi amministrative e istituzionali importanti, dove lavorano impiegati, funzionari ed esponenti di tutte le altre nazioni. Ci sono anche un sacco di italiani. Anche io avrei voluto viverci. Mi sarebbe sembrato di avere tutto il mondo a portata di mano in un paio di isolati.
Invece, in momenti come questo mi sembra che l’integrazione sia solo un’utopia sciocca che si frantuma non appena mutano certi delicati equilibri.
Il Belgio, dopo l’Olanda, è la nazione con la densità più alta d’Europa: 351 abitanti/km quadrato (in India ce ne sono 385, in Giappone 343, per dare un’idea), contro i 201 dell’Italia e i 20 della Svezia. Stanno tutti lì a pestarsi i piedi e capisco che in certi istanti non sia facile. Le antiche rivalità, che in altri frangenti restano silenti, ma mai superate, ricominciano a stridere. I valloni e i fiamminghi, che non si erano mai amati troppo, non fanno nulla per nasconderlo. Le tensioni tra di loro, anche se il turista non sempre se ne accorge, non sono mai completamente terminate (con periodi di alti e bassi, "guerra fredda" e provocazioni varie), ma il problema, lo sappiamo, non riguarda solo loro. In uno stato in cui persino l'identità nazionale è controversa, spaccata per lo meno in due grosse fazioni, l'integrazione degli immigrati, di quelli che provengono da tutte le altre nazioni, è sicuramente  più problematica.
Così inizi a parlare con il gestore della pizzeria di Etterbeek in cui hai cenato e lui ti dice: “Bruxelles non è più una città sicura. Ha smesso di esserlo da dieci anni almeno, con tutta questa immigrazione. C’è troppa immigrazione! Ci sono venti chiese e duemila moschee! Su 19 comuni, almeno sei o sette sono in mano ai musulmani. E c’era un sindaco belga che ha sposato una musulmana, si è convertito e ai musulmani lascia fare tutto quello che vogliono. Non li controlla. Molenbeek è il quartiere peggiore, non è sicuro, c’è la criminalità islamica dilagante e nessuno dice niente. Sti musulmani comprano le case, poi non le curano, le lasciano andare in degrado. E poi anche girare di notte non è sicuro. Ci sono i polacchi e i rumeni che bevono, si mettono al volante e fanno un sacco di incidenti. Bruxelles è cambiata, non è più quella di una volta”.
Curioso, detto da lui che, pur residente là da trent’anni, è e resta un immigrato italiano.


Elena Genero Santoro
Ama viaggiare e conoscere persone che vivono in altri Paesi. Lettrice feroce e onnivora, scrive da quando aveva quattordici anni.
Perché ne sono innamorata, Montag
L’occasione di una vita, ebook Lettere Animate
Un errore di gioventù, 0111 Edizioni
Gli Angeli del Bar di Fronte, 0111 Edizioni.

About Elena Genero Santoro

Il blog culturale degli scrittori emergenti: letteratura, webmagazine, travel&living, arte, promozioni speciali e servizi editoriali.
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