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Le recensioni di Davide Dotto: "Per mia colpa " di Antonella Mattei

Agnese è una bambina che veste scoordinato e indossa vestiti firmati. È un’adolescente che condivide, con sua madre, la stessa solitudine. È anche una ventitreenne che fatica a fronteggiare i repentini sbalzi d’umore di Dorotea, donna dedita all’alcool e al mestiere più antico del mondo, giudice inflessibile che contesta alla figlia il semplice fatto di averla partorita.
Intorno vi sono i clienti che Agnese incrocia al mattino lungo il corridoio, quando abbandonano l’alcova di Dorotea.
In giardino, sul retro compaiono, giorno dopo giorno, chilometri di lenzuola stesse ad asciugare dopo le chiassose centrifughe in lavatrice.
Si muovono, qua e là, altri personaggi, testimoni taciturni ma non inconsapevoli, più o meno importuni.
Oltre al parroco, grazie al quale Agnese rimedia qualche lavoretto per sbarcare il lunario, ci sono anziani protettivi e meno propensi alle chiacchiere.
Su tutti spiccano il novantaduenne Ignazio, con la sua smidollata progenie, e la settantenne Lea, con una storia tutta sua da raccontare. Entrambi, a loro modo, hanno poco a che fare con le figure femminili e maschili conosciute e affrontate da Agnese nel suo quotidiano.
Lea, figura androgina e donna chiacchierata di inarrivabile bellezza, è colei che dispensa le attenzioni materne che le mancano. Al suo attivo ha esperienze e soprattutto gli anni da cui trarre gli insegnamenti che servono, necessari per costruire la corazza da consegnare ad Agnese, affinché se ne vesta anche lei.
Si tratta di esperienze e di anni che confluiscono in racconti che rappresentano la dolorosa e salvifica iniziazione alla vita adulta. Perché provenienti da una memoria silenziosa e appartata che si apre solo in quel momento, e che altri non conoscono.
Sono, i suoi, racconti che trascinano lontano da un mondo ottuso, e che non attribuiscono all’esistenza un solo colore.
Vi è, infatti, il mondo incantevole dell’infanzia che Agnese non ha mai conosciuto. Vi sono l’arte, il famoso quadro di Jan Vermeer da ricreare allo specchio, sul viso della ragazza. E basta appena una sciarpa a mo’ di turbante e un orecchino per fare la magia.
Le esistenze di Agnese e di Lea hanno molto in comune. Due le infanzie distrutte, alle quali si aggiunge un’età adulta (quella di Lea) messa a dura prova.
Cambia il mondo che il destino ha loro cucito addosso, su entrambe imperversano almeno due tipi di inferno. L’umano e il disumano, di quelli che divorano tutto, anche loro stessi. E che, a lungo andare, fanno sì che Agnese e Lea si chiudano in un limbo assai simile, quello che costringe a essere forti perché non vi sono vie di scampo.
Si tratta di un limbo che alita contro il demone della colpa: quella di essere nata (Agnese), o quella di essere sopravvissuta al campo di concentramento (Lea). Non danno loro la possibilità di domandarsi perché esse pesino più di quelle da cui sono scaturiti gli indicibili inferni dentro i quali sono state o sono tutt’ora rinchiuse.
A ben guardare, più che colpe sono ombre, le stesse che alimentano le proprie esperienze interiori e che diventano o possono diventare strumenti da opporre in legittima difesa a ciò che offende. Sono anche quelle che preannunziano trasformazioni profonde, principi ordinatori del proprio caos personale, intese a impedire di precipitare nella caduta disastrosa: quella individuale (Dorotea, la madre di Agnese, o di Augusto, marito di Lea) o collettiva (che interessa gli imperi, le nazioni, la Storia con la S maiuscola).
Per mia colpa diventa, quindi, il grido di chi afferra la propria vita tra le mani, alimentando una forza che appartiene all’istinto (o all’inconscio, qualcuno l’ha chiamato così), e poco ha a che vedere con i rimedi della ragione e della riflessione.


La storia di Agnese e Lea si snoda in un arco di tempo dagli anni ’80 al 2004, con numerosi flashback sulla seconda guerra mondiale e i campi di sterminio. Narrativa pura, con pochi dialoghi e un ritmo serrato. Tre generazioni diverse di donne con un presente e un futuro legati indissolubilmente. La carismatica Lea, ebrea romana scampata al massacro di Auschwitz, si trova a fronteggiare la disastrosa vita di Agnese, ragazza vittima di una madre alcolista e violenta, all’ombra di una provincia che parla e giudica dall’alto di uno scranno improprio. Malvista per i suoi atteggiamenti altezzosi e provocatori, Lea nasconde un passato oscuro e mai svelato; il tempo non ha mai cancellato il tatuaggio sulla pelle, ricordo del campo di concentramento, né le strategie che ha dovuto attuare per uscirne viva. Rivede nella vita dura di Agnese, segnata dalle percosse della madre, il suo passato di moglie con un marito alcolista e le sue ferite riprendono a bruciare. Decide che deve intervenire. Lea si rivela una vendicatrice fredda e spietata: tutto quello che ha imparato nella gelida Polonia torna utile per salvare Agnese. Un racconto che si snoda tra introspezione e piaghe della società attuale. Un viaggio nella memoria visto sotto un’ottica diversa. I ruoli non sono quelli che ci si aspetterebbe. Una deportata di quindici anni decide di proporsi per il ruolo di blokova (kapò) per sfuggire a un destino forse peggiore, s’impone di sopravvivere mentre la cenere di suo padre passa per il camino e si deposita sulla sua pelle, le entra nei polmoni. Un personaggio fuori dall’ordinario: per l’età, i modi sprezzanti, l’amore per il lusso e l’arte, la capacità di uccidere, ma anche la straordinaria forza di rimanere in piedi mentre il suo mondo crolla. Chi può permettersi di giudicare? Chi è il giudice? Ed è’ davvero scevro da colpe?

di Antonella Mattei | Selfpublished | Drammatico, storico
ASIN B01922WDT2 | ebook 2,99   Amazon


di Davide Dotto
Sono nato a Terralba (OR) vivo nella provincia di Treviso e lavoro come impiegato presso un ente locale. Ho collaborato con Scrittevolmente, sono tra i redattori di Art-Litteram.com e curo il blog Ilnodoallapenna.com. Ho pubblicato una decina di racconti usciti in diverse antologie.
Il ponte delle Vivene, Ciesse Edizioni.


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