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L'incipit | #51 "Il tesoro dentro" di Elena Genero Santoro

27 dicembre ed era sopravvissuta. Natale era passato, era ormai dietro le spalle, se ne sarebbe riparlato non prima di un anno. Anna si rigirò nel letto, si coprì la testa col piumone e rimase a crogiolarsi ancora un po’ felice di doversi alzare, di doversi mettere in piedi e di tornare alla normalità. Indugiò solo per un attimo, il tempo di uscire da un torpore tutto sommato lieto e gradevole. Poi buttò giù le gambe, infilò le pantofole di pelo e mise a scaldare una brocca di caffè caldo, in stile americano. Aveva iniziato a bere quella brodaglia molti anni prima, perché piaceva a Francesco che all’epoca aveva studiato un anno a Boston. Dopo aveva continuato, forse per abitudine, forse per trattenere qualcosa di suo marito con sé, per immaginare che lui non se ne fosse mai andato, per sognare che lui fosse ancora lì tra quelle stanze, che potesse sbucare in pigiama dalla camera da letto, darle un bacio e bere un sorso di caffè pure lui. Anna sapeva che ciò non sarebbe potuto accadere eppure non avrebbe rinunciato a quel caffè perché se l’avesse fatto anche le ultime tracce di Francesco sarebbero state cancellate. Invece voleva illudersi ancora, credere che bastasse ripetere all’infinito i gesti compiuti insieme per impedire a Francesco di sparire dalle quattro mura in cui avevano abitato e dalla sua memoria. Al contrario, voleva che tutto restasse impregnato di lui, dei segni che lui aveva lasciato, delle vibrazioni con cui aveva accarezzato tutti i loro spazi. Anna aveva persino evitato accuratamente di far riparare il tavolo della cucina in legno di pino che lui aveva inavvertitamente graffiato con un coltello affettando il pane. In quei piccoli solchi tra le venature c’era Francesco, c’era il suo movimento, c’era la sua sbadataggine, c’era la sua vita.
Comunque, era il 27 dicembre e lei era ancora viva. Le feste comandate, manna del commercio e del consumismo più bieco, avevano un effetto elettrizzante sulle famiglie con bambini e sulle coppie felici, ma erano uno dei momenti più duri per chi, come lei, si trovava per qualche motivo a essere solo.
Eppure non sarebbe dovuta andare così, non era proprio nel programma. Nei piani c’era tutt’altro, c’era una felicità condivisa, c’era l’idea di una famiglia, di un paio di pargoli. C’erano amici con figli piccoli da frequentare, c’erano serate trascorse a guardare film tutti insieme. Insomma, il progetto era ben diverso, non prevedeva alcuna forma di solitudine. Non era proprio contemplata. Invece le cose erano andate a modo loro e la colpa era solo del destino. E adesso Anna si trovava dall’altra parte, nel mucchio di quelli che non appartengono a nessuno, che non hanno qualcuno con cui condividere i momenti tristi e neppure quelli lieti. Così, inaspettatamente, da due anni a quella parte aveva iniziato a temere il Natale, festa che un tempo le piaceva persino. Quanti Natali avevano trascorso insieme lei e Francesco? Non se lo ricordava nemmeno. A pranzo a casa della suocera, dove contribuivano portando una pietanza e poi, per la maggior parte del tempo, se ne stavano seduti a fare gli sposini, rimpinzandosi il giusto. Oppure a casa della zia Rita, la sua seconda madre, a giocare a tombola. Tante volte Anna si era annoiata a Natale, prima. La tombola non la divertiva per niente e nemmeno la pinnacola. Aveva sempre pensato che il Natale fosse una festa deludente, che mille film alla televisione contribuissero a renderlo un evento sopravvalutato e che l’enorme aspettativa di cui era caricato fosse assurda. Alla fine, se tutto andava bene, era un giorno come un altro. Al limite, un momento di quiete in cui ci si concedeva di mangiare un po’ di più.
Invece il Natale aveva anche un risvolto crudele, che fino a due anni prima ad Anna sfuggiva, ma che ora invece le era ben chiaro. Essendo la festa dell’esaltazione, il Natale accendeva l’euforia dei bambini, accresceva anche le liti tra i membri dei clan famigliari, ma amplificava oltremisura la solitudine di chi, come lei, non aveva più una famiglia. Perché nel giorno di Natale per chi era solo non c’era veramente nessuno, senza scampo. In tale frangente, chi non aveva degli affetti doveva inventarsi qualcos’altro, cosa assai difficile dato che persino i centri commerciali erano tutti chiusi. E nemmeno andare al cinema o a un museo da soli era una prospettiva allettante.
Natale, nella sua testa, era una specie di spartiacque tra chi aveva un nucleo familiare e i single. Gli uni da una parte e gli altri dall’altra, senza possibilità di scambio. Non era scontato che gli altri fossero necessariamente felici, ma di certo Anna non lo era. Non poteva esserlo, perché lo era stata, prima, e ora conosceva la differenza, ora sapeva ciò a cui era costretta a rinunciare.

★★★★★

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Il buon giorno di vede dal mattino, dicono, e un buon incipit e una copertina accattivante possono essere il perfetto bigliettino da visita di un libro.
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About Stefania Bergo

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