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In primo piano

[I luoghi dei libri] Nel piccolo paradis sur terre di Nohant insieme a George Sand, di Ilaria Biondi


La dimora di Nohant, terra selvatica e aspra di paludi, radure e vaste praterie, è inestricabilmente legata al nome di George Sand e grazie a lei è diventata, negli anni, un vero e proprio “luogo di culto”: si è così realizzato il grande sogno della scrittrice, che desiderava ardentemente che la casa da lei così appassionatamente amata le sopravvivesse nel tempo: «la casa dei miei ricordi, che spero possa accogliere i futuri ricordi dei miei figli».
Varcare la soglia di Nohant significa immergersi, magicamente, in un passato denso di suoni, volti, storie e sentimenti forti ed esasperati. Gioia, risate, musica, litigi, amicizia, amori folli e profumo di fiori si mescolano fra loro, annodati sul nastro colorato e sapiente della parola, che in sé li conserva e offre loro un sicuro a caldo rifugio.
Il primo impatto di George Sand con Nohant è però tutt’altro che felice. Siamo nel 1808 e la piccola Aurore Dupin, che ancora non si chiama George Sand ma che della futura scrittrice ha già il piglio e la focosa determinazione, giunge nell’arrogante e bellissima tenuta nel Berry, per vivere con la nonna paterna: il padre è venuto a mancare da poco e la madre le preferisce i lussi e i capricci della vita mondana di Parigi. La bambina sulle prime prova un istintivo senso di ostilità per quel luogo che, nel suo immaginario infantile, ha rifiutato e allontanato la figura materna. Nohant tuttavia riesce a catturare ben presto il suo cuore e la sua fertile immaginazione. La sontuosa camera da letto della nonna Marie-Aurore de Saxe la sorprende e la affascina fin dalle prime notti: «Le pareti erano ricoperte di tela di Persia a grandi fiorami; tutti i mobili erano dell’epoca di Luigi XV. Il letto, a forma di carro funebre con grandi pennacchi ai quattro angoli, aveva tende doppie e numerosi lambrecchini intagliati, cuscini e ornamenti che mi colpirono per il lusso e la finezza.». Ma è soprattutto la vita libera e selvaggia del pacifico Berry, uno dei più antichi territori agricoli della Francia, a estasiare il suo animo curioso e avventuriero: Aurore trascorre le sue giornate scorrazzando tra i cespugli del giardino, costruendo grotte con i ciottoli, innalzando un altare a una divinità da lei denominata Corambé, alla quale offre con devozione uccellini, farfalle e insetti, raccogliendo le uova nel pollaio, perdendosi in mille spensierati vagabondaggi nelle valli con i figli dei contadini.
Temendo la sua irrequietezza e intemperanza la nonna decide di mandarla per qualche anno in convento, per poi richiamarla a casa quando, ormai anziana e malata, necessita della sua assistenza. Alla morte di Marie-Aurore de Saxe, nel 1821, la fanciulla eredita la casa paterna, assumendo con coraggio la gestione della proprietà, nonostante abbia solo diciassette anni e un anno dopo sposa Casimir Dudevant. La coppia va a vivere a Nohant e il marito subentra ad Aurore nell’amministrazione della tenuta. Per la giovane donna inizia allora un periodo di estrema sofferenza: lei e Casimir non solo hanno gusti e interessi molto diversi (lui ama la caccia, non si interessa affatto di libri né di musica, è un uomo gretto e volgare, che non esita a rincorrere giovani gonnelle) ma non condividono nemmeno una comune idea quanto alla conduzione del castello di Nohant. Casimir, che esercita appieno il diritto di padrone assoluto conferitogli dall’istituzione matrimoniale, cambia il volto della tenuta, calpestando ricordi e desideri della moglie: vende gli animali che non sono più in grado di lavorare, abbatte alberi e apporta cambiamenti a quel giardino che Aurore ama teneramente fin da bambina e che ha sempre rappresentato per lei un rifugio sicuro e accogliente. Durante i quattordici anni di matrimonio Aurore prova la sgradevole sensazione di non sentirsi più a casa e, una volta intentata la causa di divorzio da Dudevant, che li vede contrapposti ferocemente per alcuni mesi, teme con orrore che il marito la possa privare della casa paterna.
Nel 1837 Aurore, affermatasi ormai da alcuni anni come scrittrice con il nome George Sand, torna da vincitrice nel suo caro rifugio, dopo aver tanto lottato e sperato. È giunto finalmente il tempo di costruire la sua nuova vita a Nohant, che grazie a lei diventa una dimora aperta, accogliente e movimentata, un nido dove coltivare «l’amicizia, l’oblio del male e la pace del cuore.» La prima gioia sono i figli, con i quali la donna si ricongiunge: Maurice va a vivere a Nohant insieme alla madre, Solange rimane in pensionato a Parigi ma li raggiunge durante le vacanze. La tenuta è un crocevia di amici vecchi e nuovi: le care persone del Berry, che l’hanno sostenuta durante i mesi d’inferno del processo, e le nuove conoscenze parigine, che trascorrono lunghi soggiorni in quella casa libera, confortevole e ospitale. George Sand noleggia un pianoforte in vista della visita di Liszt, che riempie l’aria di note mentre le foglie dei tigli «portano a compimento la melodia, piano piano, con un bisbiglio misterioso.» Anche Balzac risponde all’invito dell’amica e collega Sand, godendo appieno degli agi, dei lussi e della pace di Nohant, i cui ospiti vengono coccolati dai domestici e dalla padrona di casa. La Sand si divide tra la scrittura, gli invitati (ai quali si concede appieno dopo le cinque del pomeriggio) e la natura selvaggia del Berry, nella quale si immerge per ricaricarsi di vitalità e gioia di vivere, riscoprendo le proprie radici e prendendo di nuovo possesso di questa terra così visceralmente amata: «L’altro giorno ero così affranta che entrai nel fiume completamente vestita. Non avevo previsto questo bagno perciò non avevo un ricambio ad hoc. Ne uscii fradicia da capo a piedi. Poiché i miei vestiti si erano già asciugati e io invece ero di nuovo bagnata di sudore, mi rituffai ancora nell’Indre, un poco più in là. Ebbi come unica precauzione di attaccare il mio vestito a un cespuglio e di fare il bagno in sottoveste. […] Era irragionevole. Era la felicità.»



George Sand si dedica con gioia anche ai giovani di casa, accudendoli amorevolmente e godendo della loro compagnia: «I figli, poiché ne ho cinque (mio figlio e il suo amico), mia nipote, una graziosa e ammirevole ragazza che […] ho adottato per sempre, mia figlia e un bel ragazzo che ha tutta l’aria di diventare mio genero, eccoli, i miei cinque figli, che lavorano, ricamano e disegnano attorno a un grande tavolo e io leggo per loro, fino a mezzanotte. Dopodiché dovrebbero andare a letto ma nonostante i miei rimbrotti ridono, giocano col cane, fanno la ronda con le armi […]. Ceniamo in piedi mentre parliamo e andiamo a coricarci alle due di mattina.»
Un altro protagonista di Nohant è Chopin, con il quale George Sand ha una lunga e tormentata relazione e che, su invito della scrittrice, va a vivere nella proprietà di famiglia a partire dal 1839. La Sand cerca di creare un ambiente e un’atmosfera favorevoli allo spirito creativo del musicista, sollecitandolo a condurre una vita sana e regolare, curando la sua tubercolosi e organizzando una vita sociale molto attiva, con Chopin che suona il pianoforte, Pauline Viardot che canta e Delacroix che conversa amabilmente con la Sand e gli altri astanti.
Al piano terra di Nohant viene installata anche una sala per gli spettacoli domestica, che può contenere fino a cinquanta persone e nella quale vengono rappresentate le pièces scritte dalla Sand e successivamente sottoposte ai direttori di teatro di Parigi. La famiglia e gli amici si divertono anche ad assistere agli spettacoli di marionette curati e allestiti dal figlio Maurice.
Quest’ultimo ama circondarsi, come la madre, di amici e conoscenti. Alcuni arrivano e rimangono lo spazio di un lampo, la maggior parte invece si trattengono anche per degli anni, incoraggiati dalla padrona di casa, che li affascina con la sua carica vitale, la sua tolleranza e apertura mentale, il suo ottimismo generoso e tenace, che mai arretra malgrado le numerose prove alle quali viene sottoposta da una vita a tratti ingrata e ingiusta (tra i tanti dolori il più insopportabile è forse, insieme alla rottura con la figlia Solange, quando diventa adulta, la perdita per malattia della nipotina Nini).
La scrittrice rimane attiva fino ai suoi ultimi giorni e guarda alla propria vecchiaia come a una benedizione, con animo sereno. A settant’anni fa ancora il bagno nelle acque fredde d’autunno dell’Indre per curarsi i reumatismi e ogni lettera al caro Flaubert trasuda gioia di vivere: «Mio Dio, quant’è bella la vita quando tutto ciò che si ama è vivo e brulicante!»
Muore l’8 giugno del 1876, pronunciando il suo accorato addio alla natura che sempre l’ha protetta, accompagnata e cullata. Fino a pochi giorni prima, sta lavorando con ardore febbrile a un nuovo romanzo …
Il suo corpo viene inumato nel piccolo e raccolto cimitero di Nohant. Così ricorda quel giorno la nipote Aurore: «L’8 giugno si mise a piovere, anche il giardino piangeva […]. Deposi sul suo letto una rosa bianca, una di quelle che sbocciavano sotto la sua finestra. In quel momento pensai che per tutta la vita non avrei avuto più nulla di lei, della sua presenza.»

L'Histoire de ma vie
Le Livre de Poche
ISBN 9782253161165
cartaceo 10,20€  Acquista

Le citazioni sono tratte da George Sand, Histoire de ma vie (le traduzioni sono mie)

Nel 1961 la dimora della Sand, morta la sua ultima erede, diviene proprietà dello Stato, che ne affida la gestione alla Caisse nationale des monuments nationaux. Pur essendo divenuto un Museo, il castello di Nohant sembra conservare tra le sue pareti e nei pori del suo mobilio il respiro di vita della famiglia che così a lungo e con passione ha animato questo luogo. Chiudendo gli occhi pare di sentire la voce di Balzac e quella calda e materna della Sand, insieme alle sublimi note di Liszt e Chopin. La cucina, seppur linda e in perfetto ordine, sembra risuonare ancora dei rumori di pentole e stoviglie e nel giardino par di vedere la Sand affaccendata con i suoi amati fiori. Nella sua camera dalla tappezzeria blu, il letto a baldacchino e i mobili in stile Luigi XVI si respira un’aria di armonia e si percepiscono quel calore e quell’intimità che la scrittrice aveva saputo ricreare personalmente, allestendo con le proprie mani questa stanza raccolta, protetta da tende pesanti e sotto lo sguardo benevolo dei personaggi mitologici che affollano i medaglioni bianchi alle pareti. Ogni angolo, ogni stanza – dal salone col tavolo ovale, alla luminosa sala da pranzo, al boudoir, all’atelier di Maurice, al teatro, alle camere – conservano un pezzo d’anima di chi ha vissuto lì. Così come la piccola fattoria sembra essere ancora popolata dagli animali e dai contadini al servizio della famiglia Sand. Se posso tuttavia sbilanciarmi ed esprimere una preferenza personale, il parco è un gioiello in cui perdersi e immergersi, sospendendo il pensiero, chiudendo gli occhi e lasciandosi sfiorare dalla carezza del verde, mentre la figura della piccola Aurore sembra sbirciarci da dietro un cespuglio e farci l’occhiolino …

«Era allora che comincia a pensare a Corambé. […] Il boschetto del giardino era talmente fitto in certi punti da essere impenetrabile. Gli alberi ancora giovani non avevano soffocato la vegetazione del biancospino e del ligustro che crescevano ai loro piedi […]. Ergevo una sorta di altare ai piedi dell’albero principale e al di sopra di esso deponevo una corona di fiori.»





Ilaria Biondi
Laurea in Lingue e Letterature Straniere presso l’Università di Bologna. Durante il Dottorato di Ricerca in Letterature Comparate vive per lunghi periodi in Francia. Si occupa di traduzione letteraria e critica della traduzione, di letteratura francese e belga (in lingua francese) e letteratura tedesca dell’Ottocento. È appassionata di letteratura fantastica , science-fiction, letteratura al femminile, di viaggio, per l’infanzia e poesia.
Raymond Radiguet. Giovinezza perduta, eterna giovinezza, Delta Editrice.

About Stefania Bergo

Il blog culturale degli scrittori emergenti: letteratura, webmagazine, travel&living, arte, promozioni speciali e servizi editoriali.
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