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In primo piano

L'editoriale di Silvia Pattarini: "I promessi sposi" con brio, Alessandro Manzoni come non l'avete mai letto


È il 1827 quando Alessandro Manzoni, già affermato scrittore di fama internazionale, pubblica l’ultima versione  de “I promessi sposi”, romanzo che lo ha reso celebre e che ha ottenuto un successo tale da essere immediatamente tradotto in tre lingue: francese, inglese e tedesco.
Ma lui non è convinto, vuole revisionarlo e ripulirlo da errori e imperfezioni formali, utilizzando come riferimento il fiorentino parlato dalle classi colte. Percorso che durerà circa quindici anni e che porterà alla versione che conosciamo e leggiamo ai giorni nostri.
La vicenda  narrata da Manzoni nel suo romanzo più famoso, I promessi sposi, si svolge tra il 1628 e il 1630 ed è ambientata inizialmente sulla riva occidentale del lago di Como, che all’epoca apparteneva al Ducato di Milano, successivamente l’azione si sposta  nella città di Milano e nel territorio di Bergamo, governato dalla Repubblica di Venezia. Rappresenta il primo esempio di romanzo storico in cui i protagonisti Renzo e Lucia sono due popolani, due persone umili, operai della seta che a stento sanno leggere. Ci troviamo di fronte ad una grande innovazione letteraria, prima di Manzoni, nessuno avrebbe mai osato tanto; a chi proveniva da classi sociali umili o era attribuito il ruolo di protagonista in situazioni comiche o grottesche, oppure risultava una  semplice comparsa.

Lungi da me l’idea di raccontarvi tutta la trama e la biografia dell’autore, così come la raccontano i libri di letteratura. Nossignore, vi presenterò una versione più… accattivante?
L’autore fornisce un quadro fedele della Lombardia del Seicento dominata dagli spagnoli e caratterizzata da ingiustizie, prepotenze e malgoverno, una sottile denuncia che lancia indirettamente al governo austriaco, per cautelarsi. Aveva intuito che se tranquillo vuoi campare i fatti tuoi ti devi fare, e, da buon padre di famiglia, e di figli ne aveva in abbondanza, era bene tutelarsi. Chissà, forse per questo morì di vecchiaia all’età di 88 anni.
A Milano si avvicinò al movimento romantico, ma senza partecipare alle polemiche contro i classicisti. In politica, pur approvando i moti del 1820/1821 rimase distaccato e non vi partecipò, così non subì repressioni da parte degli austriaci. Nel periodo turbolento delle Cinque giornate di Milano si trovava in condizioni di salute precarie, quindi fu costretto a starne fuori. Coincidenze? Scrisse della campagna napoleonica, limitandosi a narrare  nel suo stile poetico le complesse e oggettive vicende dell’Imperatore francese passato ormai a miglior vita. Si pose solo la fatidica domanda che passò alla storia e girò agli eredi: fu vera gloria? Ai posteri l’ardua sentenza. Insomma era uno che sapeva il fatto suo, un diplomatico, uno che si teneva alla larga dai guai, tanto capitano già da soli senza andarseli a cercare! Come fece recitare a Lucia: "Io non sono andata a cercare guai: son loro che sono venuti a cercare me.".
Grazie alla sua diplomazia qualche anno più avanti venne nominato senatore del Regno.

Pare che il Manzoni a Firenze fosse alla ricerca di una lingua realistica, viva e agile. Per fortuna! Se al contrario avesse cercato una lingua inventata, morta e pesante che avrebbe scritto?
Eccone un breve stralcio che vi serva da esempio, tratto da “I promessi sposi”, la descrizione dei bravi. Per chi avesse la memoria corta la parola bravo deriva dal latino pravus , che significa “malvagio”; con questo termine nel XVII secolo si definivano criminali che si mettevano al servizio di uomini potenti costituendo una specie di esercito privato.

Avevano entrambi intorno al capo la reticella verde, che cadeva sull’omero sinistro, terminata in una gran nappa, e dalla quale usciva sulla fronte un enorme ciuffo: due lunghi mustacchi arricciati in punta:una cintura lucida di cuoio, e a quella attaccate due pistole: un piccol corno ripieno di polvere, cascante sul petto, come una collana: un manico di coltellaccio che spuntava fuori d’un taschino degli ampi e gonfi calzoni: uno spadone, con una gran guardia traforata a lamine d’ottone, congegnate come in cifra forbite e lucenti: a prima vista si davano a conoscere per individui della specie de’ bravi.

Concordo sul fatto che la descrizione risulti realistica, sul viva e agile, mi permetto di aprire una discussione. Qualcuno di voi, magari qualche insegnante di lettere avrebbe voglia di cimentarsi in un’accurata analisi del periodo? La lettura risulta decisamente ridondante, il periodo è lunghissimo, poco scorrevole. Insomma una faticaccia, non mi sembra affatto agile. E viva? Che io sappia sono tutti morti da tempo! Scherzi a parte, coordinate e subordinate si avvicendano e si susseguono l’una all’altra, separate da una punteggiatura alquanto arcaica. Da notare la presenza dei due punti, laddove io avrei semplicemente interrotto la frase con un punto o un punto e virgola. Se oggi un autore emergente presentasse un testo a un qualsivoglia editore, azzardando una punteggiatura così, sicuramente otterrebbe un imbarazzante rifiuto, oppure farebbe impazzire qualsiasi editor, giusto per avvalersi dell’iperbole. Ma si sa, i tempi cambiano, si evolvono e seguono le mode del tempo, e si è evoluta anche la scrittura.
Indubbiamente, in ogni caso è stato il più grande romanziere romantico dell’800. Ma immaginiamo per un momento un Manzoni ultra quarantenne che capiti in un ipotetico salotto letterario della Firenze bene. È qui per conoscere gli intellettuali del posto e imparare al meglio la nobile parlata fiorentina.
Incontra il padrone di casa, un nobile fiorentino, l’ipotetico Duca De’ Grulli (ogni riferimento al cognome è puramente voluto).

- Buonasera! Chi tu sei?
- Buonasera a voi. Sun al Manzoni, vegn’ de Milan!
- Icchè tu voi?
- Sun vegn’ insci a sciacquare i panni in Arno!
A questo punto il signorotto fiorentino lo scruta perplesso.
- Ma… un vu sce l’avete l’acqua a Milano?
- Ma… ‘nt’è minga capi’…
Il padrone di casa non gli lascia il tempo di spiegarsi e prosegue:
- E te bellino, tu ti se’ fatto tutta ‘sta strada... per lavaa’ du panni sporchi! E suvvia! Un tu ti potevi ferma’ a Piascenza e sciacqualli nel Pò?
A quel punto il Manzoni si sente incompreso, e piuttosto irritato ribatte secco.
- Ma va’ a da’ via i ciapp!!

Sì, lo ammetto, sono irriverente e l’ho fatto per sdrammatizzare tutta questa austerità quando si parla di classici della letteratura! Se trovassimo il modo di renderli più accattivanti, anche agli studenti, gioverebbe e sarebbero stimolati a studiare più volentieri, credo.
Continuando con questa piega, mi sono resa conto di alcune analogie che accomunano il mio umile libro Biglietto di terza classe, al grande romanzo I promessi sposi. Ne è uscito un bel decalogo:


  • Gli autori sono nati entrambi a Milano;
  • suo nonno era il famoso illuminista Cesare Beccaria che, oltre ad essere l'autore Dei delitti e delle pene, gli avrà lasciato in eredità pure la strada spianata e tante porte aperte. Mio nonno era l’illuminato Guido la vespa, cugino dell’altrettanto nominato Remo la barca; si occupava dei profitti e delle perdite, ma si accorse che le perdite erano decisamente superiori ai profitti e... l’unica spinta che mi avrà dato, occasionalmente, sarà stata sull’altalena;
  • entrambi abbiamo scritto un romanzo storico con protagonisti persone del popolo: nel suo caso si è trattato di innovazione storica, nel mio caso la novità in sé sta proprio nel fatto che io abbia scritto un libro. Punto;
  • nel suo “I promessi sposi” l’autore fa spesso riferimento alla Provvidenza; nel mio “Biglietto di terza classe” faccio riferimento alla fede in Dio;
  • Manzoni cita un personaggio realmente esistito: il cardinale Borromeo; anch’io cito un alto prelato realmente esistito, anzi due: Mons. Scalabrini e l’arcivescovo di New York Farley, non contenta  ho scomodato persino un Papa: Pio X ;
  • l’arrivo dei Lanzichenecchi e la conseguente epidemia peste a Milano, costituiscono una vicenda storica realmente accaduta. Anche gli argomenti che tratto nel mio libro, Ellis  Island, l’incendio alla fabbrica Triangle e l’epidemia di influenza spagnola diffusasi durante la Grande Guerra, sono fatti storici ancora documentabili;
  • Manzoni dice di avere ritrovato una fonte storica, un antico documento risalente al 1600, anche se in realtà, si tratta di una finzione letteraria finalizzata a catturare l’attenzione del lettore. Se mi permettete se l'è cavata con una bugia. Anch’io faccio riferimento al ritrovamento di una  fonte storica, ma il biglietto di terza classe non è una finzione storica, l’ho ritrovato veramente e posso dimostrarlo: lo vedete in bella mostra sulla copertina;
  • il titolo definitivo è stato preceduto da altri due titoli: Fermo e Lucia, Gli sposi promessi. Anche i titoli antecedenti a  Biglietto di terza classe erano due: Verso La Merica, La Merica;
  • lui assiduo frequentatore di salotti e caffè letterari; io assidua frequentatrice virtuale di un salotto letterario virtuale di cui gestisco la rubrica Caffè Letterario;
  • per revisionarlo in maniera definitiva Manzoni impiegò circa 15 anni, io per la revisione ho impiegato circa 15 mesi.
Ammetto che ci vuole una bella faccia tosta per paragonarsi ai grandi, e qui stiamo parlando di un'icona della letteratura italiana, insomma è un po' come tentare di vendere un frigorifero agli eschimesi, ma vi ho fornito le mie motivazioni in maniera dettagliata e non per spavalderia, ma sulla base di dati oggettivi. Vi ho convinto? No? Ebbene me ne farò una ragione, in realtà non ambisco all'immortalità, mi accontento di interpretare la parte del giullare di corte e di riuscire a strapparvi qualche risata. 
Cosa accomuna dunque, l’autore emergente contemporaneo a Manzoni? Io gioco d’azzardo e dico: i quindici anni e lo sfruttamento. Sì, lui ci mise quindici anni a revisionare l’intero romanzo, oggi l’autore emergente è vincolato da taluni famosi editori per almeno quindici anni e con contratti da sfruttamento, così come gli spagnoli e gli austriaci, a suo tempo sfruttavano il popolo.
E come scrisse Lui nelle ultime parole del romanzo che lo consacrò agli onori delle cronache, si conclude così il sugo di tutta la storia.



Silvia Pattarini
Diplomata in ragioneria, ama scrivere racconti e componimenti poetici, alcuni dei quali compaiono in diverse antologie. Partecipa a concorsi letterari di poesia, prosa e premi letterari per narrativa edita.
Biglietto di terza classe,  0111Edizioni.
La mitica 500 blu,  Lettere Animate.

About Silvia Pattarini

Il blog culturale degli scrittori emergenti: letteratura, webmagazine, travel&living, arte, promozioni speciali e servizi editoriali.
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