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Pag. 69 | #28 "Tartarughe marine" di Gianna Gambini

TARTARUGHE MARINE >> more info
di Gianna Gambini
Zerounoundici | 122 pagine

In una vetrina notai una minigonna color prugna, con una giacca dello stesso tessuto e una maglietta nera con qualche brillantino: che strano, aveva attirato anche l’attenzione di mia mamma e, guardando lo stile dell’abito, il comune interesse verso uno stesso capo d’abbigliamento era sintomo più della mia incombente pazzia, che di un’improvvisa attualizzazione dei gusti di mia mamma. Era carino, però. Sexy, come non si addiceva a me, ma carino.
«Entra e prova» esclamò mia mamma in tono perentorio.
«Ma mamma…» tentai una falsa ribellione.
«Muoviti!». Mia mamma mi spinse dentro al negozio prima che cambiassi idea.
Entrai nella gonna senza tirare il fiato, senza strizzare nessun rotolino di troppo e anche la giacca mi calzava a pennello, sebbene mettesse un po’ in mostra il mio seno ancora abbondante, nonostante i chili persi. Mia mamma rimase estasiata ed estrasse il portafoglio dalla borsa senza neanche fiatare, anzi aggiunse con mia sorpresa: «Ora dobbiamo trovare le scarpe adatte: questa volta con il tacco!».
Le scarpe col tacco?! L’ultima volta che le avevo indossate era quando da bambina mi divertivo a rubarle di nascosto a mia madre, fingendo di essere una signora. Che poi, quelle, neanche si potevano chiamare vere e proprie scarpe con il tacco, poiché erano dotate di quegli orribili tacchi quadrati alti si e no cinque centimetri comodi, ma totalmente antiestetici. Mi piaceva, però, l’idea di essere più donna, dopotutto avevo diciassette anni, mi incamminavo lentamente verso i diciotto e non ero più una bambina. L’acquisto successivo, dunque, fu uno splendido paio di decolté nere, con un brillantino e un fiocchetto sulla punta: mi sentivo felice come quando da bambina uscivo dal negozio di scarpe e avevo comprato l’ennesimo paio di ballerine di pelle lucida. Le adoravo le ballerine, quelle lucide, poi, erano un sogno, e se per caso avevano anche qualche dettaglio luccicante mi sentivo al settimo cielo. Non ero poi cambiata tanto da allora, se uscii dal negozio con un sorriso stampato che non riuscivo a cancellare dal mio volto.
Tornammo a casa piene di borse e sorridenti. Tenevo a braccetto mia madre, quando scherzando le chiesi:
«Ti vuoi liberare di me. Mi fai vestire carina per vedere se trovo marito…».
«No bambina mia, aspetta ancora qualche anno! Ti faccio vestire carina, per farti capire che bella che sei! Un po’ troppo magrolina, secondo me, ma bella! Hai diciassette anni, se non ti vesti ora come ti piace, non potrai certo farlo alla mia età!».
Alla sua età… Quarantaquattro anni secondo la carta di identità, qualcuno in più se ci si soffermava a osservare il suo viso senza mai un filo di trucco a nascondere le prime rughe, il suo abbigliamento ultra-castigato. Mia mamma apparteneva a quella categoria di donne che non riescono a essere semplicemente se stesse, hanno bisogno di ricoprire un ruolo nel loro microcosmo patriarcale: prima sono figlie, poi per poco mogli e subito dopo mamme, perdendo di vista il loro io. Nel momento in cui nasce loro un figlio, vengono così assorbite dal loro nuovo ruolo di genitore che tutto il resto perde importanza, soprattutto l’amor proprio: esistono solo i figli e le loro esigenze da soddisfare e succhiano così tante energie che ne restano ben poche da dedicare al resto del mondo. Certo, io come parassita di energia ho sempre svolto un gran lavoro, ma nessuno, tanto meno mia madre, ha mai fatto niente di concreto per limitare i danni portati dalle mie continue pretese. Forse sono piccola, forse diciassette anni sono pochi per emettere giudizi, ma nella vita, prima di dedicarmi totalmente a qualcun altro, voglio avere un’identità, una prospettiva, indipendente dai figli che avrò o dal volere di chi mi ha generato.

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Il blog culturale degli scrittori emergenti: letteratura, webmagazine, travel&living, arte, promozioni speciali e servizi editoriali.
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