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In primo piano

[People] Emanuele Balzani, artista poliedrico, cartomante e cittadino del mondo, nell'intervista di Paola Casadei


Ciao Emanuele. Grazie per aver accettato di rispondere alle mie domande. Per cominciare raccontaci un po’ di te e presentati.
Risponderò un po' a mo’ di curriculum: sono nato a Forlì nel 1966. Dopo studi linguistici ho tentato e subito abbandonato l'università di Bologna dopo due lezioni che ho trovato noiosissime. Mi sono trasferito a Firenze nel 1985 per fare studi di teatro (composizione vocale con microfono) con l'attrice Gabriella Bartolomei, e assistente a regia, scene e costumi di Sylvano Bussotti. Ho recitato con varie compagnie tra cui il Teatro Mascarà, Antonio Furi, Sara Poli. E’ in questi anni che sono nate le passioni per il collage e i tarocchi.
Nel 1992 mi sono spostato a Parigi dove ho collaborato con vari registi e coreografi tra cui Lidia Martinez, Jean René Lemoine, Regina Martino in qualità di assistente alla regia, creatore di paesaggi sonori, musiche e qualche sporadica apparizione sulle scene. Lì ho cominciato a fare le prime mostre dei miei quadri.
Nel 2003 mi sono lasciato adottare dalla Grecia dove ho continuato tutte queste attività per circa 8 anni; in teatro con l’allora debuttante Dimitris Karantzas e nel ruolo di regista con l’attore Marios Ioannou a Cipro e al Cairo.
Dal 2006 pratico i tarocchi professionalmente. Sono tornato a Parigi nel 2011, ma un istinto nomade mi ha portato in vari paesi dell’Asia ma anche in Canada. Dopo un breve ritorno in Europa mi sono trasferito a New Delhi, in India, dove vivo attualmente e dove pratico le mie due attività principali: collages e tarocchi.

Chi è Emanele nella vita di tutti i giorni? 
Un po’ difficile rispondere... In realtà non ho una vita di tutti i giorni. La vita di tutti i giorni cambia a seconda del luogo dove vivo e di cosa ci sto facendo. Viaggio molto, soprattutto in questi ultimi anni. Per cui il quotidiano è naturalmente diverso se sto in Asia per visitare templi, che ne so, o a Parigi a fare un seminario di tarocchi. Credo di essere una persona normale, con ansie e nevrosi su cui lavorare. Come tutti, più o meno. Quando mi dedico al mio lavoro posso passare anche 12-14 ore con i miei ritagli di immagini da comporre. Non guardo la televisione, adesso non esco quasi mai la sera, resto concentrato sulle cose che amo, anche perché insomma, ho 50 anni!

Cosa ti piace fare nel tempo libero? 
Non so bene cosa sia il tempo libero, in realtà... Il mio tempo è tutto libero ed è tutto prezioso, con l’attenzione sempre rivolta a quello che sto facendo. In questo momento ritratti, collages. Per esempio adesso qui a Delhi, quando vado in giro e vedo facce così evocative, mi verrebbe voglia di strapparle! Sto pensando di cominciare a fare ritratti fotografici a chi incontro (per caso, o anche a persone che conosco) e usare poi quel materiale per i miei collages; cosa che finora non ho mai fatto. Insomma c’è sempre una parte della mente che è attiva nel senso del lavoro e non avendo un’occupazione fissa, con orari precisi, la dimensione del tempo libero diciamo che non esiste.



le monde est une fenêtre  (labirinto)


Come e quando hai pensato che fosse questa la tua strada?
In realtà le strade sono tante, faccio cose molto diverse; collages e letture di tarocchi più assiduamente, in questo periodo, ma ho fatto anche teatro per anni e mi piacerebbe tornarci. Ho recitato, fatto regie, ma soprattutto musiche (che nel mio caso non sono altro che collages sonori). Questa del collage, insomma, è una delle tante strade. Ho cominciato da ragazzino, ufficialmente nel 1985, aiutando Sylvano Bussotti, un compositore di musica contemporanea che ho avuto il piacere di conoscere a 18 anni. Faceva regie, scene e costumi di spettacoli lirici e i bozzetti li faceva con una sua tecnica mista a collage. Mi ha fatto lavorare un po’ con lui e quindi naturalmente mi ha influenzato; a lui devo in particolare questa cosa di strappare le immagini con le mani, di non usare le forbici, se non rarissimamente. Più tardi poi, ho deciso di andare a vivere a Parigi e ho cominciato a fare dei tableaux veri e propri, i miei quadri, nel 1995. E nel 2006 ho iniziato a fare sedute tarocchi in maniera professionale. Adesso vorrei cercare di combinare insieme collages e tarocchi.

Come hai trovato la determinazione e la dedizione necessarie per portare avanti i tuoi progetti? 
Credo che determinazione e dedizione vengano davvero dal desiderio, dalla voglia e dal bisogno di fare. Provo a spiegarti. Una cosa che mi ha colpito è questa: ho viaggiato un anno e mezzo in Asia, Cambogia, India e non solo, tra il 2013 e il 2014, poi a settembre sono partito in Canada, quasi senza sapere perché. In Asia avevo viaggiato e raccolto un po’ di materiale, ma non avevo nemmeno lo spazio per lavorare. In Canada ho conosciuto (in maniera un po’ magica) un’artista, che gestisce la galleria Arcturus, a Toronto, una delle tre sole al mondo specializzate in collage. Deborah, la responsabile, mi ha dato la possibilità di fare una residenza e una mostra nella sua galleria... e mi ha colpito il fatto che proprio là, in Canada, alcune delle immagini che avevo preso e portato dalla Cambogia o dall’India, mi siano tornate utili. È buffo pensare che dopo tanti anni quel pezzettino di un viso, che ne so, o di un sorriso, o quella rivista comprata a 17 anni, magari trent’anni dopo lo puoi usare dall’altra parte del mondo. Quindi, confermo: la dedizione, la determinazione vengono dalla voglia e dal piacere che si ha a lavorare. Parli di progetti: io di progetti veri e propri non ne ho; però ho tanti sogni, non ultimo quello di affrontare almeno una volta il cinema. Ma ne riparleremo...

Quali sono i tuoi temi e i soggetti che crei?
Dal ‘99 lavoro in maniera diseguale ... o forse trasversale: sto facendo soprattutto ritratti, immaginari o meno. Lavoro sui volti, sulle espressioni. Quello che mi interessa è mettere a rischio l’identità, che per me è un concetto estremamente pericoloso. Quindi indago, diciamo, sulla molteplicità dell’emozione. Credo che un volto sia incisivo, proprio perché non definibile. Cerco insomma di creare immagini complesse – non necessariamente complicate – che abbiano tante sfaccettature, tante possibilità di lettura. Come l’uomo, l’essere umano: è complesso. Mi affascina quando uno sguardo, o la posizione di una mano viene a creare una vertigine... quella appunto del non-definibile.



thoroughly lost to logic (a self portrait)
New Delhi, 2016

Esiste l’opera di cui sei più orgoglioso e quella che proprio non sei mai riuscito a terminare?
A volte sono orgoglioso o contento di un’opera. Ma questo sentimento va e viene, cambia. Mi affeziono a volte a certe pagine che mi stupiscono, mi sorprendono, poi cambiano: ci si stanca di una cosa e un’altra emerge. In realtà però un’opera che mi rende contento e che è rimasta incompleta c’è: io lo chiamo Il Labirinto. Il titolo è Il mondo è una finestra. (Il titolo è un verso di un troubadour armeno, Sayat Nova, citato in un film stupendo: Il colore del melograno, di Sergej Paradjanov). È uno dei lavori più grandi che ho fatto, ed è rimasto, almeno per il momento, incompiuto. Volevo creare una geografia plausibile, ma in realtà impossibile: un’architettura che non puo esistere, quindi un’architettura onirica, o forse un’architettura, o una geografia, dell’emozione e quindi un labirinto. Ma è necessario vedere l’opera per poter capire.

C’è qualche messaggio particolare che speri di comunicare attraverso il tuo lavoro?
No, non ho nessun messaggio da comunicare. Forse mi piacerebbe solo che la complessità e la molteplicità che c’è in tutti noi fosse visibile più spesso... Trovo che ci sia un appiattimento nell’iconografia attuale, che circola nei giornali, nelle copertine di libri, nelle pubblicità, nelle locandine di cinema o teatro. C’è piattume: se uno è contento si mette un sorriso, se uno è triste si mette una lacrima. Si tratta la gente come se fosse un po’ imbecille... Il che è ben triste... Non è un vero messaggio, quindi, ma forse più un atteggiamento che sarebbe bello ispirasse altre persone, non solo artisti.

L’ispirazione ha mille modi di bussare alla porta. Tu dove cerchi le tue fonti di ispirazione? Come nascono i tuoi lavori?
Non cerco e non aspetto l’ispirazione, l’ispirazione viene quando comincio a lavorare, sfogliando libri, riviste, volantini, affiches; a volte strappo un poster per strada perché c’è un angolino interessante che mi attira. Prendo un’immagine che mi piace, ne strappo un pezzo e provo a combinarlo con altri frammenti, poi aggiusto, ma raramente programmo prima, lascio succedere le cose. Fonti di ispirazione le prendo anche da altri artisti, o ascoltando, che ne so, una canzone. Raramente lavoro su commissione, anche se in realtà lo trovo estremamente stimolante. Mi è successo poche volte, per la copertina di un disco, di un libro, di una locandina di teatro...



ma bohème
(imaginary portrait of arthur rimbaud)
detail, Toronto

Emanuele e il mondo attraverso i viaggi. Ci sono Paesi che ti ispirano più di altri?
Le luci mi influenzano molto. Quindi i luoghi penso lascino tracce. ...Di ateliers con tanta luce ne ho avuto uno solo, ad Atene, pe un paio d’anni.. Mi piace adattarmi alle condizioni e a volte anche alle limitazioni dei luoghi. Io lavoro per terra inizialmente, poi quando possibile metto gli schizzi, gli abbozzi, al muro per vederli a distanza, poi continuo a lavorarli, in silenzio spesso, solo a volte con musica, ma senza un genere prediletto: musica classica, spesso, ma anche altro. Tra l’altro mi capita spesso di dare titoli ai miei lavori che provengono da brani musicali che ascolto. Non lavoro mai su pc, mi capita solo di guardare foto e abbozzi per visualizzare magari una proporzione, un dettaglio che mi sfugge a occhio nudo. Anche perché la mia vista comincia a calare... Non ho una stanza in particolare dove lavoro: ne ho cambiate talmente tante nella vita!

Vuoi lasciare un messaggio per i più giovani? 
Solo questo: di non lasciarsi tentare da soluzioni facili e dal desiderio di diventare celebri. Sembra un cliché, ma è vero. Non ci si deve lasciar deviare dal desiderio di “trovare” una personalità: quella si manifesta da sola: meno cerchi di definirla o di costruirla più lei traspare. Non lasciarsi sedurre dalla facilità, insomma... Mentre faccio ritratti ci sono a volte immagini che escono, e che sembrano seducenti perché ci sono, come dire, degli “effetti speciali”. Quelle di solito le accantono: non le considero risultati veri, solo transitori... Un’immagine simile è inutile, non serve a nessuno, è come un sigillo, fa parte di uno status quo che poi non ci soddisfa. Quello che ci nutre nel fare e nel contemplare arte deve essere proprio la vertigine, che ci porta da qualche parte che non conosciamo ancora. Lo dicono molti artisti, ricordo soprattutto Rilke: “La musica non ci riporta mai là dove ci ha trovato, ma da qualche parte nell’incompiuto”. Dunque il messaggio è di non restringersi ma continuare a indagare e sorprendersi, per un artista la capacità di sorprendersi, questa vertigine, è fondamentale, se no è solo esercizio di stile, ma non è molto interessante.


L'imperatrice




Paola Casadei
In origine farmacista e direttore tecnico di laboratorio omeopatico, ha lasciato Forlì per trasferirsi prima a Roma, poi a Montpellier, quindi per dodici meravigliosi anni in Africa (otto in Sudafrica e quattro in Mozambico), dove ha insegnato musica e italiano. Ora risiede a Montpellier con la famiglia.
L'elefante è già in valigia, Lettere Animate Editore.

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