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In primo piano

[Un racconto per capello] "La fonte dei miracoli" di Silvia Pattarini, illustrazione di Simona Bulla


Il magnifico uccello dal piumaggio variopinto emise di nuovo il suo richiamo acuto. I tre ragazzi si arrestarono di colpo, lanciando rapide occhiate tra il fitto della boscaglia, alla ricerca del superbo esemplare. Un secondo fischio e la ragazzina in un colpo d’occhio riuscì ad individuare il pennuto. Mosse furtivamente un passo in avanti, intimando ai due amici di proseguire in silenzio, additando loro la direzione da seguire. 
Il volatile si era appollaiato sul ramo più basso di un secolare castagno e, in tutta la sua fierezza, si pavoneggiava quasi di proposito, come se sapesse che i tre ragazzini lo stavano seguendo, ammaliati dai colori luminosi del suo piumaggio: rosso, giallo e verde cangiante. Un alone biancastro attorno agli occhi gli conferiva uno sguardo semi umano: apriva e chiudeva velocemente le piccole palpebre, come in attesa di qualcuno. Reclinò la minuscola testa rossa leggermente di lato e si lasciò fotografare dai tre improvvisati e curiosi ornitologi, che a dire il vero, erano alla ricerca di una leggendaria sorgente. 
Armati di cellulare i tre ragazzini si sbizzarrirono in una lunga serie di scatti e video, finché il pappagallo decise che era tempo di partire e si librò di nuovo in un volo sinuoso oltre il pendio. 
Zainetti in spalla, i tre si proiettarono all’inseguimento dell’uccello che rapidamente si dileguò oltre la collinetta. Si ritrovarono sulla stradina irta di ciottoli che usciva dal paese e percorrendo pochi passi giunsero sul viale, costeggiato da alberi ad alto fusto dalle fronde ombrose che iniziavano ad ingiallirsi, affacciato proprio di fronte all’antica chiesetta ormai in avanzato stato di degrado e di abbandono. Edere selvatiche e rovi rampicanti l’avvolgevano in un sodalizio, come a proteggerla dal resto del mondo e dall’incuria degli uomini. Il pesante portone di legno bugnato era inspiegabilmente aperto e dal suo interno proveniva un bagliore.
Dopo lunghi attimi di esitazione, cui seguirono i ricordi delle raccomandazioni della nonna che intimava loro di non avventurarsi nei pressi di quell’edificio perché maledetto, i tre si diedero coraggio a vicenda e decisero di entrare. Era la prima volta che mettevano piede in quell’antica chiesa ormai sconsacrata. A dirla tutta, chissà quanti anni erano passati dall’ultima volta che un essere umano aveva avuto l’ardire di calpestare quell’antico pavimento. Antiche leggende si tramandavano da innumerevoli generazioni. Si raccontava fosse infestata dal fantasma di Alessandro, ucciso attorno al 1500 perché accusato di stregoneria, che celasse passaggi segreti, che si celebrassero messe nere e riti satanici. Tanti buoni motivi per starne alla larga. 
Ma come si dice, la curiosità è donna e trasgredire una raccomandazione è da ragazzi. Timidamente affrontarono il pavimento, muovendo passi lenti lungo la minuscola navata: ancora alcune vecchie panche disposte ai lati, ricoperte da un buon dito di povere. Antichi affreschi con angeli e santi, più o meno consumati dall’umidità decoravano le pareti ad ambo i lati della navata, ma uno in particolare attirò la loro attenzione. Un bizzarro simbolo affrescato sulla volta sopra l’altare, emetteva una luce abbagliante. Un occhio egiziano, incastonato in un triangolo rovesciato brillava con un’intensità accecante. Ne usciva un fascio di luce giallastra che si convogliava in direzione di un antico organo e andava a dare risalto a due orobori, incassati tra le due file di registri, ai lati di una doppia tastiera, sormontata da uno spartito incartapecorito. I due serpenti che si mangiano la coda minuziosamente scolpiti con maestria nel legno, parevano tornare alla vita. Iniziarono a vibrare e roteare su se stessi, in un moto circolare che non aveva nulla di normale, ma assomigliava a un rituale di magia, di quelli visti nei film di Harry Potter. I tre ragazzini spaventati, si diedero velocemente alla fuga e uscirono sul sagrato.
In quell’istante il cellulare di Leo vibrò: un messaggio dal suo amico Andrea.
Pronto x eclissi”.
Leo alzò gli occhi al cielo scrutando l’orizzonte poi si premurò di avvisare anche Davide e la sorella Alessia.
«L’eclissi sta per cominciare».
I tre ragazzini ancora un po’ scossi ma ormai distratti da questo nuovo interesse, si lasciarono alle spalle l’accaduto, subito pronti a gustarsi il nuovo fenomeno. Sapevano bene che osservare il sole durante un’eclissi avrebbe potuto causare danni irreparabili alla vista, per questo avevano già predisposto sui loro cellulari l’app più scaricata del momento: app eclissi. Lenti oscurate per osservare l’inconsueto fenomeno comodamente da smartphome, con possibilità di registrare il video e postarlo direttamente sul canale youtube e social network.
Pochi istanti dopo, sopra le loro teste avveniva l’eclissi parziale di sole. Schermandosi gli occhi coi loro telefoni, osservarono l’ombra della luna che lentamente attraversava il sole. Leo pensò anche di registrare un bel video da condividere in seguito coi suoi amici. Un evento così non capita tutti i giorni, peraltro coincidente con l’equinozio d’autunno.
Ne seguì un boato improvviso che li fece sussultare e la terra sotto i loro piedi tremò.
«Il terremoto! Il terremoto!».
Tre secondi di puro terrore, poi di botto tutto cessò. I tre ragazzi in preda al panico si sedettero sul selciato. Le loro gambe erano vittime di una tremarella tale da non reggerli in piedi e non era di certo per il freddo. Leo tanto vispo e scaltro fino a due secondi prima, ora si sentiva piuttosto a disagio. Una chiazza tiepida inumidiva i suoi pantaloni e s’allargava da una tasca all’altra all’altezza della cerniera. Lo spavento gli aveva giocato un brutto scherzo. Non osava proferire parola, e nel suo inconscio, sperava che sua sorella e suo cugino non si accorgessero dello spiacevole incidente o lo avrebbero deriso a vita. Accostò il suo zainetto tra le gambe, in modo da celare il suo “segreto” agli sguardi indiscreti. Ma il suo disagio aumentava ad ogni secondo. Avrebbe voluto correre a casa a cambiarsi, ma temeva di essere scoperto. No, molto meglio fare finta di niente e sperare nella distrazione degli altri due.
Si ricordò di un paio di pantaloni di ricambio che teneva sempre di scorta nello zaino. Una vera fortuna! Fu relativamente facile inventarsi una scusa, allontanarsi di qualche passo e sostituirsi al volo i calzoni. Fece ritorno dagli altri proprio nell’istante in cui dall’interno della vecchia chiesa proveniva l’armonia di un organo. Qualcuno stava suonando. Attratti da questa inconsueta melodia, i tre ragazzi decisero di rientrare. Un passo dopo l’altro giunsero in prossimità del vecchio organo dalle cui alte canne ottonate fuoriusciva un motivo inquietante. I tasti d’ebano si pigiavano magicamente come mossi da una mano invisibile su entrambe le tastiere e una musica sinistra e spettrale, che di umano aveva davvero poco, attirava i tre ragazzi come una potente calamita. Impossibile porre resistenza, in un batter d’occhio i tre si ritrovarono di fronte alla vecchia doppia tastiera, i cui tasti suonavano da soli. Allo stesso modo i pedali lentamente s’affondavano seguendo un ritmo ben preciso, dipanando note spettrali.

[CONTINUA]

Potete continuare a leggere questo racconto, insieme a tanti altri, nella nuova antologia di racconti illustrati edita dal collettivo Gli scrittori della porta accanto.


UN RACCONTO PER CAPELLO
Autori: Valentina Gerini, Stefania Bergo, Ornella Nalon, Elena Genero Santoro, Silvia Pattarini, Renata Morbidelli, Elia Spinelli, Tiziana Viganò, Gianna Gambini, Giulia Mastrantoni, Angelo Gavagnin, Liliana Sghettini, Fiorella Paris, Franco Mieli
Illustratori: Giorgia Catelan, Bruno di Marco, Simona Bulla

About Stefania Bergo

Il blog culturale degli scrittori emergenti: letteratura, webmagazine, travel&living, arte, promozioni speciali e servizi editoriali.
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