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[Cinema] Le recensioni di Stefania Bergo: "Le premier cri", il miracolo della nascita





LE PREMIER CRI
Gilles de Maistre REGISTA
Marie-Claire Javoy SCENEGGIATORE
2007 ANNO
Lucky Red DISTRIZUZIONE (per l'Italia)
Gilles de Maistre FOTOGRAFIA
Marie Quinton MONTAGGIO
Armand Amar MUSICHE

CAST
Isabella Ferrari (voce narrante versione italiana), le mamme del mondo






È un film magico. Come lo è la nascita, del resto. Un miracolo.
Ho visto questo film quando Emma era ancora nel pancione, dono prezioso delle mie amiche ostetriche, Marianna e Oriella. E ho sognato di farla venire al mondo tra i delfini, nel caldo oceano tropicale, e di tenerla subito con me. Io e lei da sole, per imparare subito a conoscerci e non interrompere la simbiosi dei nove mesi precedenti. Ma, ahimè, i mesi nel mio caso furono solo sette ed Emma venne al mondo in modo tutt'altro che naturale. E soprattutto, mi è stata portata via e condotta in un ospedale lontano, per salvarle la vita. Lontano da me, da quel momento che avrei voluto solo nostro. E l'ho potuta vedere solo dopo tre giorni, abbracciare dopo dieci.

"Le premier cri" è un film francese, per la precisione è un documentario sulla nascita in vari angoli del mondo. Un evento vissuto in modo più o meno naturale, per scelta o per necessità. E alla magia della vita che si rinnova prepotentemente attraverso il primo, prezioso vagito, si aggiunge quella della natura, che poi sono la stessa cosa: il 29 marzo 2006 si verifica un'eclissi di sole visibile dal nostro pianeta e mentre il sole lentamente si oscura, le donne protagoniste del film danno la vita ai loro bambini.
La sceneggiatura è stata scritta partendo da un'inchiesta giornalistica che costituisce la base del film che racconta la storia del primo respiro vitale, focalizzandosi sul parto. Come vivono quel momento le donne? Alcune hanno la possibilità di scegliere, altre subiscono passivamente le tradizioni popolari antiche. Un film che è quindi un viaggio intorno al mondo, parto dopo parto.
La natura domina le ambientazioni, i personaggi sono reali e le situazioni estremamente dettagliate. Non c'è alcuna artificialità, anzi, l'intento è quello di narrare storie di Madri, come se avessimo la fortuna di essere testimoni di un evento mistico, intimo, suggestivo quanto un'eclissi, potente come il significato della vita stessa.
L’acqua, il deserto, il ghiaccio, la giungla. Dalle sabbie calde del deserto dei Tuareg alla tundra siberiana perennemente innevata; dalle terre selvagge dei Masai ai locali notturni di Parigi; dall’America alla foresta amazzonica; dalla bellezza sacra del Gange al Giappone tradizionale; dai popolosi ospedali vietnamiti al pacifico delfinario messicano. La Terra, tutta, così come la vita, è protagonista.
Tre anni di lavoro, quindici mesi di riprese per dieci storie in dieci luoghi diversi:  "Il più delle volte, soprattutto in luoghi molto disagiati come i deserti africani, sono andato soltanto con l'ingegnere del suono e con una giornalista, Marie-Claire Javoy. Il parto è un momento intimo. Volevo che fosse diverso da quelli, più o meno naturali, che tante volte avevo visto nell'ospedale parigino.", racconta il regista.


"Le premier cri" inizia sott'acqua, con il parto tra i delfini di Pilar, ragazza messicana. Tra rituali e scelte forse giudicabili azzardate, il film racconta di Majtonrè, indiana Kayap del Brasile, che partorisce in piedi nella foresta amazzonica; Manè, una tuareg del deserto di Kogo, che, nonostante il sacrificio di una animale offerto agli Dei da parte del marito, si ritrova a vivere un’esperienza traumatica poiché il figlio, podalico, nascerà morto; Vanessa, americana di 32 anni, che vive in una comune nel bosco e sceglie di partorire in acqua, lontana dagli ospedali, mentre intorno i suoi amici cantano accompagnati dalla chitarra e seguono le vocalizzazioni delle sue doglie; Kokoya, una Masai della Tanzania, che partorisce con le anziane del villaggio nella sua capanna; Yukiko, giapponese, che sceglie di partorire seguendo una preparazione tipica della tradizione antica; Sandy, ballerina di cabaret francese, che continua a ballare fino agli ultimi giorni di gravidanza; Elisabeth, 21 anni, che mette al mondo suo figlio in un caldo ospedale per poi portarlo a casa infagottato, nella glaciale Siberia, dove si vive a meno 50 gradi; Gaby, messicana, che sceglie il parto tra i delfini ma qualcosa va storto e il bambino nasce su un letto, solo poi madre e figlio verranno congiunti con l'acqua, il brodo primordiale dell'oceano; Sunita, indiana, ci mostra la nascita nella povertà estrema; una mamma senza nome, una delle tante, un parto impersonale, meccanico, senza poesia (almeno per chi sta intorno) in un affollatissimo ospedale vietnamita.




Un film dedicato a tutte le mamme, per ringraziarle del coraggio e della determinazione che dimostrano ogni giorno, sopportando i dolori lancinanti del parto e decidendo che ne valga comunque la pena, per quel contatto di pelle magico e antico, per quel prezioso vagito, grazie al quale tutta la specie sopravvive.

Just as two breaths become one breath,
As two whispers become a cry,
Miracle before us lies,
The glory of a new-born child.
These half-closed eyes already see,
Looking without looking within.
A testament of truth before, before our eyes.
The glory of a new-born child.
This place, where life's long path begins,
If they be princes, queens, or kings,
Laid helpless here at mother's side,
The glory of a new-born child.

Sinéad O’Connor, A New Born Child






Stefania Bergo
Non ho mai avuto i piedi per terra e non sono mai stata cauta. Sono istintiva, impulsiva, passionale, testarda, sensibile. Scrivo libri, insegno, progetto ospedali e creo siti web. Mia figlia è tutto il mio mondo. Adoro viaggiare, ne ho bisogno. Potrei definirmi una zingara felice. Il mio secondo amore è l'Africa, quella che ho avuto la fortuna di conoscere e di cui racconto nel mio libro.
Con la mia valigia gialla, 0111Edizioni.

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