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In primo piano

L'editoriale di Silvia Pattarini: 24 maggio 1915, l'Italia entra nella Prima Grande Guerra


Sono già passati 101 anni da quel fatidico giorno, ma vediamo di rinfrescare la memoria di chi non ha esattamente "il pallino della storia".

Il Piave mormorava
 calmo e placido 
al passaggio 
dei primi fanti il 24 maggio...

Nel 1914 l’uccisione dell’erede al trono d’Austria ad opera di uno studente serbo, si rivelò il pretesto per lo scoppio della guerra. L’Austria ritenne responsabile dell’omicidio la Serbia e le dichiarò guerra. In realtà le cause vere e proprie erano molteplici e profonde: le tensioni politiche tra Francia e Germania per motivi territoriali; il tentativo della Russia di espandersi nei Balcani; il sistema di alleanze tra stati (Triplice alleanza e Intesa) che prevedeva interventi di aiuto reciproco; la corsa al colonialismo e agli armamenti; il nazionalismo aggressivo che si manifestava in odio nei confronti dello straniero. A fianco della Serbia si schierarono Russia e Francia, poi Gran Bretagna, Giappone, Portogallo, Romania, Italia, Grecia (dal 1917 anche gli Stati Uniti); a fianco dell’Austria la Germania, poi la Turchia e la Bulgaria. La parità di forze in campo trasformò il conflitto, che si prevedeva rapido, in una lunga guerra di posizione.
Inizialmente l’Italia si dichiarò neutrale, ma nell'aprile del 1915 il ministro degli esteri Sonnino, aveva firmato segretamente il patto di Londra, in cambio di offerte territoriali vantaggiose, col quale si impegnava ad entrare in guerra a fianco dell'Intesa nel giro di un mese; in seguito vennero organizzate in tutta la penisola tumultuose manifestazioni di piazza che gli interventisti chiamarono “gloriose giornate di maggio”. Alla fine il parlamento (all'oscuro del patto segreto di Sonnino) si lasciò intimidire dalla piazza e il 24 maggio 1915 il capo del governo Salandra, ottenne i pieni poteri e l’Italia dichiarò guerra all’Austria - Ungheria. Gli interventisti, pure essendo una minoranza nel paese, godevano dell'appoggio delle alte gerarchie militari e del settore più fiorente dell'industria. Gli industriali erano a favore dell'intervento militare a fianco dell'Intesa, perché questo avrebbe permesso all'industria italiana di liberarsi del predominio dei capitali tedeschi, e, in secondo luogo, la guerra rappresentava per loro un vero affare.
Infatti alcune delle maggiori industrie come l'Ansaldo, specializzata  in siderurgia e cantieristica, finanziarono i movimenti interventisti.

Quella che doveva essere una guerra-lampo, finalizzata alla conquista dei territori del Trentino e della Venezia Giulia, al contrario si rivelò lunga e cruenta. Con l’ingresso dell’Italia in guerra, si creò un nuovo fronte, lungo ben 700 chilometri, lungo i confini  con l’Austria. Le truppe italiane riuscirono ad avanzare verso Trieste e Gorizia superando il fiume Isonzo, ma le offensive non ottennero alcun risultato decisivo, nonostante il generale Cadorna, a capo dell’esercito, ordinasse attacchi senza badare al costo di vite umane.
Anche sul fronte italiano  si passò dalla guerra di movimento alla guerra di trincea. Il bilancio al termine della guerra fu disastroso: si contarono più di  600 mila caduti italiani, giovani ragazzi periti al fronte a causa di ordini assurdi.
Ben presto le condizioni di vita dei soldati al fronte diventarono insostenibili. Nelle trincee i soldati vivevano in condizioni disumane: malnutriti, esposti a disagi e malattie di ogni tipo (si diffuse l’epidemia di febbre spagnola che mieteva vittime tra i giovani). Inoltre anche la diffusione di nuove armi, carri armati, mitragliatrici e cannoni, mutilava i malcapitati,  nonché armi chimiche come i gas asfissianti, contribuirono ad accrescere il massacro. Su tutti i fronti si verificarono insubordinazioni e diserzioni, anche di massa. Alcuni soldati si procuravano volontariamente ferite anche gravi o fuggivano verso le trincee nemiche per arrendersi: diventare prigioniero o essere ferito, accudito dalla croce rossa, erano due possibilità di sopravvivere.
I comandanti cercarono di arginare questi fenomeni adottando misure severissime: processi, fucilazioni, decimazioni. La decimazione consisteva nel mettere a morte un soldato a caso, ogni dieci di un gruppo, sistema terribile ed estremo utilizzato per imporre la disciplina tra i militari che si macchiavano di insubordinazione.
Col senno di poi si può affermare che il generale Cadorna, che adottava spesso e volentieri questa aberrante e discutibile prassi, fosse un cinico, per non dire peggio.

Mi preme riportare qui di seguito la testimonianza di Emilio Lussu (1890/1975) che provò le atrocità della Grande Guerra sulla propria pelle e riportò tutto in un libro Un anno sull’altipiano” che pubblicò nel 1938. Questo brano riporta il ferimento di un giovane caporale, obbligato a esporsi al fuoco nemico soltanto per dimostrare coraggio al suo nuovo comandante.

«Se non hai paura» disse il generale Leone rivolto al caporale, «fa’ quello che ha fatto il tuo generale». 
«Signor sì» rispose il caporale. E, appoggiato il fucile alla trincea, montò sul mucchio di sassi. Istintivamente, io presi il caporale per il braccio e l’obbligai a ridiscendere. 
«Gli Austriaci, ora, sono avvertiti,» dissi io, «e non sbaglieranno certo il tiro». 
Il generale con uno sguardo terribile mi ricordò la distanza gerarchica che mi separava da lui. Io abbandonai il braccio del caporale e non dissi più una parola. 
«Ma non è niente» disse il caporale e risalì sul mucchio. Si era appena affacciato e fu accolto da una salva di fucileria. Gli austriaci, richiamati dalla precedente apparizione, attendevano coi fucili puntati. Il caporale rimase incolume. Impassibile, le braccia poggiate sul parapetto, il petto scoperto, continuava a guardare di fronte. «Bravo!» gridò il generale. «Ora puoi scendere». 
Dalla trincea nemica partì un colpo isolato. Il caporale si rovesciò indietro e cadde su di noi. Io mi curvai su di lui. La palla lo aveva colpito alla sommità del petto, sotto la clavicola, traversandolo da parte a parte. Il sangue gli usciva dalla bocca. Gli occhi chiusi, il respiro affannoso, mormorava: «Non è niente, signor tenente». Anche il generale si curvò. I soldati lo guardavano con odio. «E’ un eroe,» commentò il generale. «Un vero eroe». Quando egli si drizzò, i suoi occhi si incontrarono con i miei. Fu un attimo. In quell’istante, mi ricordai d’aver visto quegli stessi occhi, freddi e roteanti, al manicomio della mia città, durante una visita che ci aveva fatto fare il nostro professore di medicina legale.

La Croce rossa ebbe un ruolo di primaria importanza nella Grande Guerra. Creata nel 1863 con lo scopo di soccorrere feriti, malati, prigionieri di guerra, forniva assistenza medica e sanitaria ai soldati. Secondo un accordo internazionale il simbolo della Croce rossa doveva essere rispettato da tutti i combattenti. Da qui deriva il detto “è come sparare sulla croce rossa” che significa attaccare vigliaccamente un indifeso che sta lavorando per il bene di tutti.
Molte donne si arruolarono come infermiere a fianco dei medici e vennero chiamate "crocerossine". Il loro lavoro fu importantissimo e determinante per curare, dare conforto e alleviare le sofferenze dei soldati.



Silvia Pattarini
Diplomata in ragioneria, ama scrivere racconti e componimenti poetici, alcuni dei quali compaiono in diverse antologie. Partecipa a concorsi letterari di poesia, prosa e premi letterari per narrativa edita.
Biglietto di terza classe,  0111Edizioni.
La mitica 500 blu,  Lettere Animate.

About Silvia Pattarini

Il blog culturale degli scrittori emergenti: letteratura, webmagazine, travel&living, arte, promozioni speciali e servizi editoriali.
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