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"Il segno dei tre. Holmes, Dupin, Peirce" di Umberto Eco,Thomas A. Sebeok, recensione di Davide Dotto

"Il segno dei tre. Holmes, Dupin, Peirce" di Umberto Eco,Thomas A. Sebeok, BUR, 2004.

Il volume fa parte di una collana di per sé impegnativa dedicata alla semiotica, disciplina rigorosa nelle sue enunciazioni ma non semplicissima. Chi ha avuto tra le mani, anche per sbaglio, il "Trattato di semiotica generale" di Umberto Eco sa di cosa parlo. In genere ciò che rende di difficoltosa lettura i testi filosofici, più che l’astrusità e la complicatezza dei concetti, è l’estrema ricchezza di termini che, per essere divulgati, necessitano di una definizione sulla quale i diversi autori dovrebbero concordare. Solo così vincerebbero la tentazione di inventarne di propri. Uno stesso concetto, a seconda dell’autore o della scuola, può avere dieci, venti termini differenti, e ciascuno un significato diverso a seconda di chi lo utilizza. Ciò provoca una moltiplicazione di enti paradossale, come se a ciascuno di essi corrispondesse una cosa a sé: troppi nomi per dirne uno solo, per esser chiari.
Nonostante le apparenze e il carattere ostico del primo saggio dal titolo "One, Two, Three... Uberty" (a mo' di introduzione) di Sebeok, nel complesso il libro è leggibile, non privo di interesse e soprattutto di spunti chiarificatori.
Gli elementi da cui si parte sono fondamentalmente tre. Vi è un oggetto (o un segno), il suo significato, il suo interprete. Tutte le enunciazioni dotte che vengono enumerate nei saggi qui raccolti ruotano intorno a questi tre concetti, con particolare riguardo al terzo che viene impersonato nientepopodimeno che da Sherlock Holmes.
La posizione dell'interprete che si pone di fronte a un oggetto (o segno, indizio che dir si voglia) è delicata e insidiosa perché è un soggetto che enuncia dei giudizi, fa considerazioni soggettive. Basta questo per ritenere che qualunque interprete si muova in un campo minato. Chi ci garantisce che le sue deduzioni siano non solo probabili o possibili, ma vere? Chi ci garantisce che un secondo interprete consultato per la medesima questione giungerà alle stesse conclusioni? Posto che un ipotetico oggetto sia un'indagine criminale come possiamo pretendere che Sherlock Holmes, Dupin, Maigret, giungeranno alle stesse conclusioni? E se sì, attraverso quali metodi? E qual è il metodo di Sherlock Holmes? Credo di avere riassunto, così, il libro qui esaminato.
Non sono questioni da poco perché trascendono il personaggio letterario coinvolgendo materie quali la logica, la filosofia della scienza e persino la medicina.
Medico è non solo Watson ma anche Pierce e soprattutto Arthur Conan Doyle.

Conan Doyle modellò il personaggio di Sherlock Holmes sulla figura del suo professore, dottor Joseph Bell, della Royal Jnfirmary of Edinbugh. L’uso di un medico come modello era un tentativo cosciente di introdurre nell'indagine un metodo più rigorosamente scientifico di quello che era stato usato fino ad allora. (Sebeok p.50) 

Il riconoscimento di una malattia si basa in gran parte sulla valutazione rapida e curata dei piccoli particolari per cui la malattia differisce dalla buona salute. Lo studioso infatti deve imparare a osservare [...] Holmes fu un abile medico della società, malattia della quale è il crimine. (Sebeok p. 60,61)

Entriamo così in media res. Per comprendere quale sia il metodo di indagine di Sherlock Holmes è opportuno chiarire tre concetti: quello di deduzione, di induzione e di abduzione. Per far ciò è utilissimo ricorrere al così detto sacchetto di fagioli di Pierce.
La deduzione stabilisce il significato dei segni che osserviamo: Tutti i fagioli di questo sacchetto sono bianchi (regola). Questi fagioli vengono da questo sacchetto (caso). Questi fagioli sono bianchi (risultato).
L'induzione permette di risalire da un fatto a una legge: Questi fagioli vengono da questo sacchetto (caso). Questi fagioli sono bianchi (risultati). Tutti i fagioli di questo sacchetto sono bianchi (regola
A noi però interessa la terza, l'abduzione, che ci permette di risalire alle condizioni sotto le quali un certo evento o fenomeno si è prodotto: Tutti i fagioli di questo sacchetto sono bianchi (regola). Questi fagioli sono bianchi (risultato). Questi fagioli vengono da questo sacchetto (caso).
L’abduzione di fatto è una retroduzione, un ragionare all'indietro, di tipo analitico, contrapposto a quello comune e cioè al ragionare in avanti, di tipo sintetico.
Riflettiamo un attimo. In una indagine poliziesca cosa deve scoprire Holmes? Non certo il colore dei fagioli che si trovano davanti ai suoi occhi. Lo sa già. Né gli importa conoscere il colore dei fagioli contenuti nel sacchetto che ha in mano. Ciò che gli interessa sapere è da quale sacchetto provengono i fagioli. Va da sé che il metodo di indagine di Holmes si avvale di abduzioni, ovverosia di ipotesi: che quei dati fagioli provengano o meno da quel sacchetto è, infatti, un'ipotesi che deve trovare conferma. L'ipotesi è il primo prodotto dell'osservazione, non l'ultimo. È la prima fase dell'investigazione, non la conclusione. In questo l'abduzione assomiglia molto alla logica della scoperta scientifica di Karl Popper: data una teoria, essa è valida se resiste a ogni tentativo di falsificazione; in caso contrario va riformulata.
Le implicazioni della logica della scoperta scientifica di Popper non possono non interferire con le indagini di Sherlock Holmes. Se la conoscenza è un feltro pressato fatto di pure ipotesi confermate e rifinite per mezzo dell’induzione, la conoscenza scientifica è impossibile perché eternamente votata alla falsificazione. La legge di Newton sulla forza gravitazionale ha retto finché non è stata falsificata e perfezionata dalla teoria di Einstein. Chi avrebbe il coraggio di dire a Immanuel Kant che sulla verità della scoperta di Newton ha concepito un monumento che non sta in piedi, e cioè la Critica della Ragion Pura (Kritik der reinen Vernunft, 1781) e la connessa dottrina degli a priori?
Costruire un'ipotesi, una teoria, di fatto, significa tirare a indovinare. Questa è la logica della ricerca scientifica e dell'indagine poliziesca. Delusi? In questo modo il ruolo dell'interprete, dell'investigatore, o se vogliamo del filosofo, del medico, viene ridimensionato. Non gli appartiene l'ultima parola, essa appartiene ai fatti. E dai fatti non si può inferire qualsiasi cosa.

Se un uomo e il suo antipodo starnutiscono nello stesso momento, questa è ciò che chiamiamo pura coincidenza. (Prefazione p.11)

Nel senso che questi due fatti non necessariamente sono prodotti dalla stessa causa o obbediscono alla stessa legge.

Avute queste delucidazioni, dobbiamo capire ora cosa renda Sherlock Holmes "Sherlock Holmes", cosa ci affascini nelle sue teorie più di quelle di un filosofo, di un logico, di uno scienziato.
La faccenda si fa più interessante di quel che si creda. Non vi è un solo tipo di abduzione. Come si è accennato molto dipende dal soggetto che pone sul piatto la sua ipotesi. Il professor Charles Sanders Pierce (1839-1914) considerava l'abduzione alla stregua di un istinto, quello di indovinare bene, di formulare una teoria non a casaccio, ma in grado di reggere ai tentativi di falsificazione. Come quella volta che gli rubarono l'orologio, il soprabito e una catenella e riuscì, senza spiegare perché, a indicare il colpevole e a stanarlo recuperando il maltolto.
Insomma, Peirce assomiglia al detective che a un certo punto dell'indagine dice: «So chi è l’assassino, l’ho capito subito, ora devo provarlo».
Anche nel caso di Holmes può parlarsi di istinto o, più precisamente, di fiuto. La formulazione dell'ipotesi in Holmes effettivamente sembra nascere da questo piuttosto che da un articolato ragionamento cosciente. Assomiglia molto a quei geni del calcolo che risolvono all'istante complicatissime operazioni, per spiegare le quali passaggio per passaggio, con gessetto e lavagnetta, spendono moltissimo tempo. In una parola non è da tutti.
Non mancano riferimenti testuali precisi.

«Per lunga abitudine il lavoro dei miei pensieri è così rapido, che sono arrivato a quella conclusione senza esser conscio dei passaggi intermedi» (Uno Studio in rosso).

Holmes, al pari di Pierce, tira a indovinare. Immagina, non tralascia l'importanza dell'immaginazione creativa, cosa che potrebbe risultare paradossale, ma che non lo è più di tanto: «Un misto di immaginazione e realtà… è la base della mia arte.» L’abilità di Holmes rispetto a Pierce è quella di riuscire a dimostrare subito le sue abduzioni (ipotesi). Il ragionamento posteriore non previene mai l’abduzione essendone la dimostrazione. Estrae i fatti come in un processo maieutico, rende conscio ciò che il suo inconscio ha prodotto nell'immediatezza. La spiegazione è lenta, lunga, porta via molto più tempo, è incompatibile con la velocità delle sue inferenze.
Insomma: se Holmes giungesse alle sue conclusioni attraverso processi logici coscienti non sarebbe incisivo, veloce, diretto. In una parola, perfetto. I processi logici vengono dopo, rappresentano la spiegazione a nostro uso e consumo, superflua. A volte Holmes appare seccato, pentito di esporre il suo genio nei particolari.
Ulteriore chiarimento al quadro fin qui delineato lo dà il penultimo saggio, Corna, zoccoli, scarpe. Alcune ipotesi su tre tipi di abduzione di Umberto Eco, che ha il pregio di riassumere quanto fino a ora illustrato. Egli distingue almeno tre diversi tipi di abduzione (di formulazione di ipotesi).

  • L'abduzione ipercodificata è quella più immediata. Quando mi dicono qualcosa so immediatamente di cosa si tratta. Chi dice ad esempio UOMO, intende certamente un maschio umano adulto. 
  • Nel caso di un'abduzione ipocodifcata o abduzione strictu sensu, devo decidere tra diverse ipotesi che si affacciano alla mente. Se dico "mia sorella", chi è a conoscenza del fatto che ne ho tre, ha in mente tre persone diverse. Deve raccogliere ulteriori elementi per capire di chi io stia parlando. 
  • Quella che ci interessa maggiormente, perché assai ricca di implicazioni, è l'abduzione creativa. Attraverso di essa viene trovata una regola nuova, per esempio una teoria scientifica rivoluzionaria. 
  • Non è molto diversa dalla meta-abduzione, nella quale si delinea o si crea un mondo, uno stato di cose (una storia, un racconto) che può trovare conferma o meno nel mondo reale. Quando Holmes individua l'assassino e ricostruisce, con un ragionamento retrodeduttivo (analitico) le sue mosse, dovrà porsi il problema se il quadro immaginato corrisponda a quanto realmente avvenuto. Qui è un po' come tirare a indovinare, immaginarsi cose. 

La meta-abduzione è fondamentale non solo nelle scoperte scientifiche rivoluzionarie, ma anche (e normalmente) nell'indagine criminale.

Il fatto che il corso dei pensieri che egli [Holmes] ha ricostruito coincida perfettamente con quello effettivo di Watson, è la prova che Holmes ha inventato bene… Nonostante ciò, egli ha inventato!

Si torna così a una delle domande iniziali: Holmes non ha la certezza scientifica che la sua ipotesi sia vera. La verità non ce l'ha il medico, il filosofo, né lo scienziato. Nemmeno lo storico. Meno di costoro può averla Holmes che più degli altri assume il ruolo di un acceso scommettitore e quindi votato a una maggior probabilità di insuccesso. Se non sbaglia mai, è per un espediente narrativo che gli consente di puntare sempre sulla carta vincente. Questa la posizione di Eco.
Se questo è vero, mi sono domandato, cosa accadrebbe se un teorico come Umberto Eco sfidasse a singolar tenzone un redivivo Sherlock Holmes? Riuscirebbe il primo, con il suo bagaglio culturale, le sue arguzie, a mettere nel sacco il secondo? A dire il vero ci ha già provato con il romanzo Il Nome della Rosa, dimostrando una cosa semplicissima. Guglielmo da Baskerville (lo Sherlock Holmes medievale) giunge a scoprire l'assassino seguendo una pista sbagliata, una teoria che non ha retto alla verità dei fatti, ovvero la res cogitans (il prodotto della mente), come la chiamava Cartesio, non si addiceva alla res extensa (il mondo sensibile).

Sherlock Holmes, nei racconti di Conan Doyle, parla sovente del suo metodo, e ne parla sempre in termini di "deduzione". Da tempo anche i logici e i filosofi della scienza, quando discutono del metodo scientifico (ovvero della logica della scoperta), dedicano sempre alcune righe, e spesso alcune pagine, a Sherlock Holmes, perché si sono resi conto che, seppure in forma narrativa, il celebre detective stava esponendo dei criteri di osservazione e scoperta che sono affini a quelli del medico che diagnostica una malattia, dello scienziato che interroga un fenomeno naturale, del filologo che deve prendere una decisione su un testo lacunoso, dello storico che deve ricostruire una situazione del passato sulla base di imprecise testimonianze. E spesso si è fatta strada l'idea che quella che Holmes chiama "deduzione" non rappresenti un esempio di metodo deduttivo, e neppure di procedura induttiva, ma qualcosa di molto simile al metodo "ipotetico-deduttivo". In effetti quello di cui parla Holmes (che non poteva essere a giorno di un dibattito che si è sviluppato nel secolo Ventesimo) era già stato splendidamente definito dal grande semiologo e logico americano Charles Sanders Peirce come "ipotesi" o "abduzione". Negli ultimi anni studiosi di discipline diverse, e in varie parti del mondo, hanno studiato le relazioni tra Holmes, Peirce, la logica della scoperta scientifica, il metodo di Dupin di Poe, e altri problemi epistemologici. Di qui l'idea di questo libro, di affascinante lettura, che unisce il piacere della rivisitazione di un mito dei nostri tempi all'interesse per i problemi della conoscenza congetturale o (come l'ha felicemente definita uno degli autori, Carlo Ginzburg) del "paradigma indiziario".


di Umberto Eco, Thomas A. Sebeok | Bompiani | Saggio
ISBN 978-8845201448 | cartaceo 13,00€ Acquista

Davide Dotto
Sono nato a Terralba (OR) vivo nella provincia di Treviso e lavoro come impiegato presso un ente locale. Ho collaborato con Scrittevolmente, sono tra i redattori di Art-Litteram.com e curo il blog Ilnodoallapenna.com. Ho pubblicato una decina di racconti usciti in diverse antologie.
Il ponte delle Vivene, Ciesse Edizioni.


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