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[Inediti d'autore] Racconto: "Mi porto via" di Franco Mieli


Menzione d'onore, Sezione racconti, Premio Internazionale di Poesia e Prosa "Città del Galateo".

Il pugno arriva inaspettato, violento, con tutta la forza che poteva essere data appena mette piede in casa. Marta barcolla all’indietro senza cadere, mentre il labbro si spacca e il sangue cola in terra. Guarda colui che l’ha così ferocemente colpita, colui che era stato un tempo oggetto del suo amore.
Aspetta di vederne sul volto i segni dello stupore, dello spavento per quell’atto così terribile.
“Vai a pulirti, non ti vergogni.” Sono invece le parole che escono dalla bocca che una volta, tanti anni prima pronunciava parole d’amore.
Va in bagno a lavarsi con acqua fredda e tamponarsi con l’asciugamano che diventa color cremisi.
Cosa ho fatto adesso per meritare di essere punita? Mi sono certamente comportata male, ho trasgredito gli ordini, me le sono meritate.
Poi lo sguardo cade sull’orologio che ha al polso. Le cinque e trentacinque.
E sì. E’ stata colpa mia. Mi sono soffermata a parlare con i colleghi di lavoro prima di uscire.
Lui le aveva cronometrato il tempo che occorreva per arrivare dal lavoro a casa. Al massimo venti minuti. E non doveva mai sgarrare le aveva detto. Altrimenti passi i guai. Con i colleghi si era fermata solo cinque minuti, ma aveva perso l’autobus e dovuto prendere il successivo. Ritorna in salotto al cospetto del suo giudice. Non prova neanche a spiegare i motivi del suo ritardo. Lui non vuole che parli con altri dopo l’orario di lavoro, tanto meno con uomini. Se lo confessasse forse prenderebbe altre botte. Preferisce tacere. D’altra parte il labbro sta iniziando a gonfiarsi e non riesce più a parlare.
“Vai in cucina che ho fame e prepara qualcosa di decente se ti riesce.”
Mentre pulisce la verdura cercando di pensare a cosa può preparare di buono per non incorrere in altre punizioni torna con la mente alla sua infanzia e adolescenza felici e spensierate. All’incontro, giovanissima, con quello che pensava sarebbe stato l’uomo della sua vita, tanto più grande e maturo di lei, con quella sensazione di sicurezza che emanava e che la soggiogava. Arrivarono presto il matrimonio e un figlio, con l’imposizione di abbandonare il suo ben remunerato lavoro di impiegata in una ditta di costruzioni.
Il dovere di una donna è stare a casa e occuparsi dei figli, non di andare in giro a perdere tempo. Così mi disse, il maledetto. Da lì avrei dovuto capire chi era e cosa sarebbe diventato. Che stupida e cieca sono stata.
Ancora prima l’aveva messa in guardia Anita, la sua amica del cuore, nei primi mesi del loro brevissimo fidanzamento. Lei le aveva telefonato per dirle che non avrebbero potuto più vedersi perché lui non voleva.
Non vedi come si vestono e vanno in giro, lei e tutte le altre? Se continui a uscirci insieme diventerai una zoccola come loro.
Anita le aveva consigliato di lasciarlo perdere, ma lei, cocciuta, era innamorata e aveva accettato, seppure a malincuore, le sue imposizioni. Così, lentamente, in modo subdolo l’aveva isolata dal resto delle amicizie. Al loro matrimonio c’erano solo parenti. Nessun amico o amica.
Quando la ditta di cui era titolare fallì, fu l’inizio della fine. E delle botte. Aveva dovuto tornare al lavoro. Turni massacranti e un altro lavoro il sabato e la domenica come badante.
Tu no, maledetto. Tu non potevi lavorare come operaio, tu che eri stato padrone. Ne andava della tua dignità, dicevi. Tutto il giorno a ciondolare in casa, dal divano alla televisione, dalla televisione al letto. Dal letto alla finestra a spiare quando tornavo dal lavoro, a cronometrare quanto tempo ci mettessi. E se tardavo giù botte. Se in strada mi guardava un altro uomo e io incrociavo per caso il suo sguardo mi urlavi puttana in mezzo alla strada. E quando rientravamo a casa era l’inferno. Davanti a nostro figlio.
Marta porta in tavola il pasto che ha preparato mettendoci tutto il suo amore per farlo essere di gradimento. Amore per se stessa, per non subire altre umiliazioni quella sera. Poi va in camera da letto mentre lui si sdraia sul divano a vedere la televisione. Apre l’armadio, scosta un mucchio di vestiti e tira fuori un trolley nero. Lo apre, è già pieno a metà. Mette dentro un libro, una spazzola e un giaccone pesante. Lo chiude e lo rimette sotto i vestiti. Poi va nella camera del figlio, ormai grande, che dorme. Le lacrime le solcano le guance.
Sono stata la madre che ho potuto essere, che lui mi ha permesso di essere, quella che deve sempre stare zitta. Mi ha impedito di essere una madre e ora non ti ho accanto. La mamma va via, si porta via. Ma un giorno torneremo insieme, lo giuro. Perché l’istinto di madre, quello non ha potuto togliermelo.

Mi sveglio come tutte le mattine alle cinque per andare a lavorare. Lui russa e si rigira nel letto. Mi preparo in silenzio. Il trolley è già in bagno, gonfio delle ultime cose che vi ho stipato. Mentre lo prendo guardo la doccia. Si lo faccio. So che è un rischio, ma lo faccio. Chiudo la porta, mi spoglio e apro l’acqua. Un getto leggero, caldo, m’investe. Lavo via tutto lo sporco che mi porto addosso da anni, il suo sporco.
Marta chiude piano la porta. Giù in strada c’è una macchina che l’aspetta. Alla guida un carabiniere e un’assistente sociale. Si volta a guardare ancora una volta quella finestra dalla quale non poteva affacciarsi. Lì dietro c’è suo figlio. Un viaggio nella notte, molte ore al buio, in silenzio. Poi una grande casa, isolata in mezzo alle montagne. Una donna l’accoglie con un sorriso.
Sono passate ventiquattrore. Sono in una cameretta insieme a una moldava che si agita e parla nel sonno. Nell’altra stanza, separata da una parete sottile dorme una ragazza madre con il suo bambino di pochi mesi che si è svegliato e ha pianto già tre o quattro volte. Svegliando anche me. Hanno tutte una storia simile alla mia. Ma sto bene. Finalmente libera, finalmente viva. Mi alzo e vado alla finestra. La apro. Neanche quello potevo fare prima. Mi avrebbero guardata. Una ventata di aria fresca m’investe. La respiro a pieni polmoni. Domattina farò una passeggiata.



Franco Mieli
Da ragazzo scrivevo nel giornalino della scuola. Poi per decenni le varie fasi della vita mi hanno fatto abbandonare questa mia passione. Da circa 4 anni, con i figli ormai grandi, ho deciso di riprendere la scrittura. Coltivo la passione per l’archeologia e il trekking di cui ho trasferito le esperienze nei miei racconti.
Ombre pagane, Montecovello.

About Stefania Bergo

Il blog culturale degli scrittori emergenti: letteratura, webmagazine, travel&living, arte, promozioni speciali e servizi editoriali.
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1 commenti:

  1. Un racconto emblematico sulla violenza domestica,piaga assai frequente e dilagante. L'autore riesce abilmente a descriverci i fatti,consegnandoci uno spaccato di società reale, dove la donna prima vittima inerme dei soprusi maschili, riece ad affrancarsi dalla sua condizione di predominio e schiavitù famigliare. I personaggi sono molto ben delineati e tutto il racconto risulta scorrevole pur nella sua drammaticità. Complimenti a Franco Mieli.

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