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In primo piano

[Libri] "È una bugia ma ti amo" di Erika Favaro, incipit #74

Alcune persone che stanno bene, stanno bene solo per finta.



È una bugia
ma ti amo

di  Erika Favaro
Piemme

ebook 9,99€
cartaceo 14,880€

Questo è un concetto che ho compreso e interiorizzato una mattina di primavera di tanti anni fa. Mi ero appena alzata dal letto quando venni a sapere che Kurt Cobain, uno dei miei cantanti preferiti, si era sparato in testa.
A quattordici anni esatti dalla morte di Kurt Cobain, David Foster Wallace, uno dei miei scrittori preferiti, è stato trovato dalla moglie con una corda al collo. Io, a parte il fatto che non potevo crederci, come prima cosa ho smesso di dare la definizione di “preferito” a cantanti, attori, scrittori, band, squadre di calcio...
Tra i due eventi ho imparato molto altro. Per esempio, ho scoperto che la data di scadenza, sul latte a lunga conservazione, non è da considerarsi valida una volta che il latte viene aperto. So che le uova, quando vengono portate a casa, devono essere tenute in frigorifero anche se al supermercato si trovano subito sotto allo zucchero. Ho capito che non è vero che “can che abbaia non morde”. So per certo che le ostriche e il caviale sono sopravvalutati. Ho scoperto che non è detto che, se ti asciughi i capelli col phon e sei a piedi nudi sul pavimento, resti fulminata: ho effettuato un centinaio di test e non sono morta (anche se mi rendo conto che forse non è abbastanza per dichiararlo come fatto scientifico). Inoltre, una volta, ho fatto il bagno in mare appena dopo mangiato e sono riuscita a sopravvivere e a raccontarlo (ma, di nuovo, non ho abbastanza materiale).
Comunque, tra le rivelazioni più importanti degli ultimi tempi, al primo posto ci metto l’ananas che non cresce sugli alberi. Ho passato trent’anni a immaginare distese di alberi di ananas e poi, per sbaglio, sono incappata nelle foto di Anna, la mia più cara amica, in vacanza a Bali che abbraccia un ananas mentre è distesa per terra. Giuro che se non lo avessi visto con i miei occhi non ci avrei creduto. Crescono a terra, sono piante di ananas, non sono alberi, vengono su come le fragole.
Piccole scoperte che mi hanno dato modo di riflettere, oltre che stupirmi. Ho capito che alcune persone vogliono sentirsi dire quello che vogliono: non è vero che “meglio una verità che uccide di una bugia che illude”. Ma attenzione. Altra recente scoperta degna di nota: a Venezia i ponti, un tempo, non avevano i parapetti. Sono rimasti solo due ponti a cui le sponde mancano (che è il motivo per cui ho scoperto che sino a qualche secolo fa non c’erano i parapetti). Ero nella zona della Strada Nuova, attraversavo Ponte Chiodo, ci sarò passata migliaia di volte e, anche se ci avevo fatto caso, non mi ero mai posta la domanda (l’altro ponte privo di sponde è a Torcello: il Ponte del Diavolo). Un tempo tutti i ponti erano privi di sponde, immagino non esistessero perché la viabilità era differente e nessuno ci aveva mai pensato. So per certo che a Venezia, sino a qualche secolo fa, una delle cause primarie di morte era per annegamento. Secondo me era per la mancanza delle sponde, sommata a qualche bicchiere di vino di troppo, unita alla scarsa visibilità del periodo, che anche di lampioni non è che ce ne fossero poi così tanti... Mettiamoci pure che gli abiti pesavano molto più che oggi, non dico l’equivalente di avere dei sassi in tasca ma il peso specifico che si raggiungeva da vestiti era di molto superiore a quello raggiungibile nei nostri tempi, ed ecco che, di fatto, morire per annegamento era un attimo.

Già di mio sono molto contenta della costruzione delle sponde, ma lo sono soprattutto in questa notte di novembre mentre cammino al fianco di Mattia che ha bevuto quanto basta per essere considerato un pochino ubriaco. 

Ho fatto il filo a Mattia, in modo più o meno esplicito, per tutta la serata, ma sono riuscita a farmi accompagnare a casa solo ora. A parte il fatto che mi pare tardi per intraprendere qualsiasi avventura, se cadesse in acqua e morisse annegato non sarebbe un buon inizio. Lui è il classico veneziano che lavora in gondola, abbronzato tutto l’anno, muscoloso, alto abbastanza per permettermi di stargli vicino e farlo sentire a suo agio anche se indosso i tacchi, e ha solo due volumi di voce: alto o altissimo. Simpatico... Mi afferra la mano e io mi sento ottimista, credo di piacergli, altrimenti perché allungare il suo tragitto per accompagnarmi a casa in una nebbiosa notte di novembre?
Sento rumore di tacchi fuori sincrono rispetto ai miei, non posso vederli ma a orecchio direi che distano una ventina di metri. Mattia intanto è sceso dal ponte incolume, devo solo farlo camminare nel lato interno della fondamenta per essere certa che non cada nel canale. Sta chiacchierando del suo lavoro, mi parla della gondola, degli interni nuovi, del fatto che sarebbe bello avere un cantante di canzoni popolari, per allietare i clienti; io annuisco perché non ho niente di pertinente da dire sull’argomento e sono troppo educata per informarlo che tra due minuti esatti mi farà venire il latte alle ginocchia. Accelero il passo per togliermelo dalle scatole il prima possibile, lui mi imita, si affretta, stringe la mia mano più forte, poi si arresta e mi tira a sé.
«Sei sicura di volere andare a casa?»


Il suo tono è chiaro, i suoi occhi azzurri, con i capillari rossi esposti, ancora di più. 

È tutto sbronzo. Io sarò anche a pezzi ma lui comunque è sbronzo. Forse non ricorda neppure il mio nome. Consapevole che domattina avrò il mio primo colloquio con la dottoressa Cristina Rocca, psicoterapeuta, temo di avere già molto materiale per lei, non ho bisogno di mettere altra carne al fuoco con Mattia, non ci devo andare a letto stanotte. Poi perché è così sbronzo? Mi serve davvero andare a letto con uno che in questo momento ha tutta l’aria di potermi offrire solo squallore e che domani non ricorderà il mio
nome? Okay, che con tutta probabilità non lo ricorda già da ora?
Mattia si avvicina, l’alito odora di alcol e un effluvio di fritto gli è rimasto appiccicato al cappotto. Lui comunque resta certamente carino, doveva solo smettere di bere un po’ prima.
«Mattia, voglio andare a casa.» La mia voce è poco più di un sibilo.
«Guenda, non lo sai che ogni lasciata è persa?»
Okay, lo ha biascicato ma il mio nome lo ricorda: al momento posso accontentarmi? Potrei? Sono così disperata? Mi sa di sì, visto che avvicino le mie labbra alle sue. Lui si appoggia, si appoggia in tutti i sensi, non solo con le labbra, mi è completamente addosso, è pesante.
Il suo bacio è di quelli esplorativi, sembra stia cercando qualcosa nella mia bocca, non la trova, non si dà pace. Sto per staccarmi prima che mi soffochi, ma lui mi anticipa, si allontana, fa una piccola corsa che lo porta poco distante, poi si piega in due e vomita la cena un po’ dentro al canale e un po’ sulla fondamenta. Mi metto alla ricerca di fazzoletti di carta e di gomme da masticare nella mia borsa, trovando tutto quasi subito. Mi avvicino a Mattia, è sudato anche sulle narici, gli allungo i due oggetti
stando bene attenta a non entrare in contatto con le sue mani.
«Buonanotte» dico, e giro i tacchi diretta verso casa.
Mi sento svuotata come se fossi stata io ad aver vomitato. Percorro un pezzo di calle ma a ogni passo il senso di colpa si fa strada nella mia mente. Fa male. Non ce la faccio. Torno indietro. Lo trovo ancora lì, sempre piegato su se stesso. Mi maledico mentalmente mentre gli sorrido. Impiego tre quarti della nottata, ma come da copione di brava e bene educata ragazza lo porto a casa sano e salvo.

Quarta di copertina
"È una bugia ma ti amo" di Erika Favaro, Piemme, 2016.

Wendy ha trent'anni, un lavoro che le piace moltissimo (a parte il suo capo), una famiglia allargata e un po' scombinata che adora, un ex fidanzato inutile da dimenticare e un piccolo problema con la realtà. Non è che non veda ciò che ha davanti agli occhi, o che non abbia delle opinioni ben precise sulle cose: è solo che trova tanto più facile dire una bugia, più o meno innocente, soprattutto se serve a far sentire meglio chi le sta intorno. Oppure a proteggere se stessa dalle verità troppo dolorose da affrontare.
Ma quando Wendy conosce Libero, l'affascinante proprietario del ristorante sotto casa sua, tutto cambia. Perché lui non è come gli altri: si accorge subito del modo in cui lei trasforma e "aggiusta" la realtà e ne rimane profondamente deluso. Libero non cerca una donna che lo assecondi, che finga, che rinunci a essere se stessa pur di accontentarlo. Cerca qualcuno di autentico e sincero, da amare veramente. E così Wendy, per amore, inizia a comportarsi in modo diverso, a mettersi in gioco, a esporsi, correndo il rischio di dire la cosa sbagliata e di non piacere. O forse, per una volta, di piacere davvero.

★★★★★

Il buon giorno di vede dal mattino, dicono, e un buon incipit e una copertina accattivante possono essere il perfetto bigliettino da visita di un libro.
Secondo voi, quante stelline si merita il biglietto da visita di questo libro?

Tutti i nostri incipit:

About Stefania Bergo

Il blog culturale degli scrittori emergenti: letteratura, webmagazine, travel&living, arte, promozioni speciali e servizi editoriali.
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