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In primo piano

[Incipit #79] "L'addio" di Antonio Moresco

Mi chiamo D’Arco e sono uno sbirro morto.

L-addio-incipit

L'addio

di  Antonio Moresco 
Giunti

cartaceo 12,75€
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Sono in forza da tre anni presso la Centrale di polizia della città dei morti.
Tre anni... ho detto così solo per cercare di farvi capire, perché qui non ci sono gli anni.
Sono stato ammazzato una notte durante un’indagine nella città dei vivi, di cui magari vi parlerò. Perché io sono un detective. O meglio lo ero, quando facevo tutte quelle cose che fanno i detective: raccogliere prove, cercare la verità, perseguire gli assassini e consegnarli alla giustizia. Adesso non me la sento più di fare le stesse cose, non ho più tempo da perdere. Ma vi parlerò anche di questo...
Quello che sto per raccontarvi è cominciato una sera di una decina di giorni fa, se volete qualche coordinata di tempo, anche se qui non c’è il tempo.
Ero ancora nel mio ufficio, sesto piano, quinta porta a sinistra, lontano dagli altri uffici operativi della polizia dei morti, che sono ai piani di sotto, perché io sono un detective un po’ particolare, ve l’ho detto, sono un battitore libero, mi sono conquistato uno statuto a parte. Quella sera stavo per lasciare il mio ufficio, che è poi un buco pieno di cavetti sparpagliati, sandwich addentati e piantati lì, tovagliolini unti, lattine di birra schiacciate, bicchierini di plastica con il fondo annerito dal caffè, tastiere buttate di traverso su pile di scartoffie inutili e caricatori di armi, con una sbarra al soffitto a cui mi appendo come una scimmia quando mi prende la disperazione per tutto il male
che c’è nel mondo.
Gli abitanti della città dei morti credono che il nostro compito sia facile. Anche quelli della polizia dei vivi, quando si mettono in contatto con noi e ci chiedono collaborazione per risolvere qualche caso di cui non riescono a venire a capo. «Facile per voi!» ci dicono attraverso i cellulari tarati per la comunicazione tra vivi e morti, oppure nelle e-mail criptate che ci scambiamo in casi estremi attraverso computer in dotazione alle polizie dei morti e dei vivi. «Rintracciate il morto ammazzato e gli chiedete chi è stato ad ammazzarlo, e il gioco è fatto. Il migliore investigatore è l’investigatore morto!» Credono che la città dei morti sia il luogo dove si può finalmente trovare la verità che non riescono a trovare in quella dei vivi. Ci tengono così tanto a quella loro cazzo di verità che sono disposti a farla coincidere con la morte.
Avevo già messo via alcuni tabulati e alcune chiavette con file di riprese e intercettazioni telefoniche di morti, spingendoli a forza in un cassetto pieno come un uovo. Sentivo intorno a me un grande silenzio. Tutto l’edificio della polizia dei morti era piombato in un improvviso, enorme silenzio, segno che se n’erano andati via quasi tutti e che i lunghi corridoi erano deserti e bui, le sale delle riunioni, gli uffici, l’armeria, che erano rimasti solo gli uomini di guardia e quelli di turno imbambolati di fronte ai loro video e alle loro consolle, al grande quadro luminoso che monitora la sterminata città dei morti, con quel reticolo di piccole luci che palpitano qua e là e poi scompaiono.

Quando mi sono girato verso la porta per uscire, ho capito che qualcuno era entrato senza fare rumore nella stanza.

Non lo vedevo bene in volto, perché era andato a mettersi controluce, ma anche perché la strana luce che c’è nella città dei morti sfalsa certe volte i lineamenti e i contorni dei volti. Mi stava guardando senza parlare.
«Lei chi è?» gli ho chiesto, perché non aspettavo nessuno.
«Sono una specie di sbirro anch’io» mi ha risposto.
«Come si chiama?»
«Può chiamarmi Lazlo.»
Doveva essere vestito con eleganza, perché scorgevo il bagliore di una camicia bianca, mentre io stavo fermo di fronte a lui con i miei jeans e la mia logora maglia indossata direttamente sul corpo pieno di cicatrici, con il mio volto attraversato da ferite e da solchi.
«Che cosa vuole?» gli ho chiesto ancora.
È rimasto in silenzio per un po’ prima di rispondermi.
Capivo che mi stava guardando intensamente e taceva.
«I bambini cantano...» ha detto all’improvviso, a bassa voce, in un soffio.
L’ho guardato in silenzio, senza capire.
«I bambini della città dei morti si sono messi improvvisamente a cantare...» mi ha sussurrato ancora.
Ero sempre fermo di fronte a lui.
«Non ci ha fatto caso anche lei?» ha domandato.
Non sapevo cosa rispondere, vedevo solo, di fronte a me, il bagliore della sua camicia che creava riverbero.
«No, non lo so, non mi pare...»
«Allora vada in giro di notte e si metta in ascolto.»
Sono rimasto di sasso.
«Qual è il problema?» gli ho detto, dopo avere riacquistato il mio sangue freddo. «Se cantano, lasciamoli cantare!»
«Sì, ma perché si sono messi a cantare?»
«E io cosa ne so!»
Ho sentito un rumore indefinibile venire dalla sua parte, come se avesse emesso un profondo respiro.
«Lei ha mai avuto le loro vocine nelle orecchie?» mi ha chiesto.
«No, non lo so... Adesso che mi ci fa pensare mi pare di avere sentito ogni tanto qualche voce venire qua e là dai grattacieli, di notte... Ma non so se erano proprio canti, magari era gente che si metteva a parlare a voce alta, litigava, gridava, non ci ho fatto caso...»
«E allora ci faccia caso. Trovi questi bambini e scopra perché si sono messi improvvisamente a cantare, anche se non sarà facile farselo dire...»
È rimasto in silenzio, per un po’.
Ho provato a guardare il suo volto, ma non lo vedevo bene, capivo solo che stava continuando a guardarmi intensamente, come se anche lui facesse fatica a parlare.
«Sì, lo so» allora ho cominciato a dire tutto d’un fiato, anche se non vedevo chi avevo di fronte e non sapevo bene chi era. «Quelli della città dei vivi credono che basti chiedere ai morti che cosa è successo per conoscere la verità. Ma non è così. I morti non sono più sinceri dei vivi, i morti non dicono la verità, come i vivi. Forse più ancora dei vivi. Io non so perché. Non trovo una risposta. Quando sono arrivato nella città dei morti credevo che avrei conosciuto finalmente la verità. Invece anche le vittime non dicono la verità. Non solo i carnefici. Le vittime meno ancora dei carnefici. Chissà perché? Io non so darmi una spiegazione...»
«Perché non si espia solo il male che si è inflitto, si espia anche il male che si è subito. E l’espiazione del male subito è la più terribile, la più lunga, la più dolorosa...»
Si è interrotto.
Sentivo ancora il suo sguardo su di me, come se mi stesse passando da parte a parte.
Ho abbassato gli occhi, io che non li abbasso mai di fronte a nessuno.
C’è stato un lungo silenzio.
«E quando avrà capito perché i bambini cantano saprà da solo quello che deve fare» ha ripreso a dire. «Andrà fino in fondo. Se sarà necessario, si spingerà fino alla città dei vivi...»
«Ma io sono morto! Come faccio a tornare nella città dei vivi?»
Mi guardava e taceva.
«Io credevo che si potesse andare solo dalla vita alla morte e non dalla morte alla vita!» ho esclamato.
Continuava a tacere.
«Come si fa ad andare dalla città dei morti a quella dei vivi?»
«Dovrà scoprirlo da sé» mi ha finalmente risposto.

Quarta di copertina: "L'addio" di Antonio Moresco, Giunti, 2016.

Dopo Gli esordi, i Canti del caos e Gli increati, L'addio, il nuovo romanzo di Antonio Moresco. Un'avventura totale, poetica e conoscitiva nata in un momento cruciale della vita dell'autore.
«Mi chiamo D’Arco e sono uno sbirro morto.» Comincia così questo travolgente romanzo, metafisico e d’azione. Il protagonista è un uomo pieno di dolore, delicatezza e furore, chiamato a compiere una missione impossibile.
La città dei vivi e quella dei morti sono vicine, comunicanti, e si assomigliano molto. La polizia dei vivi e la polizia dei morti sono in contatto e collaborano, quando devono risolvere i casi più difficili. Dispongono di cellulari tarati per la comunicazione tra vivi e morti, e di e-mail criptate. Ma c’è un’altra cosa, che però nessuno sa dire: quale dei due mondi venga prima. Ora D’Arco deve tornare nel mondo dei vivi, nel quale fu ucciso, per fermare un massacro di vittime innocenti. Ma, se la morte venisse davvero prima della vita e il male prima del bene, come si potrà invertire la spirale?
D’Arco ci proverà perché è uno che non si arrende, perché ha una formidabile guida e un alleato: un bambino dal cranio rasato, gli occhi spalancati e i denti serrati, una creatura senza più voce e con il collo percorso da una cicatrice prodotta da una collana di filo spinato, ma con la volontà attraversata dalla stessa indomabile sete di giustizia.
Una coppia di eroi fragili e indistruttibili, individui solitari e disillusi ma disposti a mettere in gioco tutto per difendere chi sia stato umiliato e offeso: un uomo che si è gettato alle spalle le speranze e un bambino muto ma capace di guardare e vedere nel futuro e nell’abisso, come quei fanciulli straordinari cari all’apologetica di alcune fedi religiose.
Un romanzo di combattimento attraversato da una cocente storia d’amore e da interrogativi vertiginosi, che è anche una meditazione estrema sulla presenza del male e del dolore nel mondo e sulla possibilità di salvezza.
Con questa nuova opera Antonio Moresco irrompe in un genere letterario popolare e nobile al tempo stesso, il romanzo poliziesco, per terremotarlo, aprirlo a nuovi orizzonti e condurlo in territori inesplorati. Come è caratteristica di questo scrittore, sempre fedele a se stesso e alle sue tematiche eppure capace di spingere ogni volta più in là la sua energia visionaria e la sua incrollabile fiducia nella forza dell’intransigenza e nelle possibilità della letteratura.

★★★★★

Il buon giorno di vede dal mattino, dicono, e un buon incipit e una copertina accattivante possono essere il perfetto bigliettino da visita di un libro.
Secondo voi, quante stelline si merita il biglietto da visita di questo libro?

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