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In primo piano

[Mamme in viaggioi] In vacanza con i figli ai tempi del terrorismo, di Elena Genero Santoro

In vacanza con i figli ai tempi del terrorismo

Partire per le vacanze alla luce degli attentati più o meno riusciti in giro per l’Europa? I dubbi e le paure di una madre. Da Oneglia a Nizza.

Confesso che quest’anno, alla luce di tutti gli attentati più o meno riusciti in giro per l’Europa e messi in atto proprio nel mese di luglio, partire per le vacanze non mi allettava per niente.
Il rischio era che gli invasati che hanno dichiarato guerra alla nostra civiltà decidessero di sparare all’impazzata anche sulla gente. Minaccia che hanno rivolto con gusto particolare alle zone turistiche. 
E allora uno si fa i conti. Sarò su una spiaggia che può attirare i terroristi? Imperia Oneglia non è una località particolarmente di grido e nemmeno troppo affollata. Fosse Alassio, o Diano Marina… Ma Oneglia, dai, chi ci viene a Oneglia? Forse siamo salvi, con buona pace dei poveretti che hanno scelto invece una spiaggia che va per la maggiore.
Ma è un ragionamento? I folli che per un’ideale fanatico hanno deciso di farci fuori, non sempre colpiscono punti strategici. Si sono accaniti anche contro comuni centri commerciali e vagoni del treno. Però in Italia abbiamo la mafia che a sta gente vende le armi, quindi non se la prenderanno con noi, vero? W la mafia e poveri francesi (ovviamente è una battuta amara, lo avete capito). E avanti di questo passo a tentare di capire se c’è un luogo veramente sicuro in cui stare o se è impossibile fare delle valutazioni sensate, e allora tanto vale. O ci si barrica in casa oppure si corre il rischio e lo si fa correre anche ai bambini. Si deve pur vivere.

Oneglia e i poliziotti in spiaggia.

Oneglia e i poliziotti in spiaggia.
Con non poche remore siamo partiti, perché a parte tutto avevamo proprio bisogno di un po’ di aria di mare. Il tutto toccando ferro perché non si sa mai.
Così quando al primo giorno di ferie vediamo arrivare, direttamente dal mare, due uomini vestiti di scuro a cavallo di due moto d’acqua che si infilano nella nostra insenatura, puntando verso la nostra spiaggia, ci è venuto un colpo. I miei figli erano in acqua e io sono corsa verso di loro per fare cenno di uscire. Il primo pensiero angoscioso, influenzato dal panico dagli ultimi eventi, è stato: sono due terroristi che adesso ci sparano addosso.
A una seconda occhiata si è capito che non erano affatto terroristi, bensì poliziotti. Hanno dato una rapida scorsa dal mare alla spiaggia e poi se ne sono andati. Sono ripartiti “sgommando”, se è corretto dire che una moto d’acqua sgommi sulle onde. Anche questo comunque non è normale. In sei anni che vado lì, non ho mai visto un poliziotto, né dentro né fuori dal mare. La proprietaria del bagno ha minimizzato la cosa: ha detto che erano lì per i venditori ambulanti. Può essere, ma, in sei anni di frequentazione della stessa spiaggia, posso dire che i venditori ambulanti, i cosiddetti “vu cumprà” africani e indiani, sono sempre gli stessi, non più di una decina, e si alternano pacificamente senza mai danneggiare nessuno. Il peggio che fanno è che ogni tanto sono un po’ insistenti e bisogna ripetere “No grazie” più di una volta, ma tolto questo sicuramente la loro presenza non costituisce un problema per nessuno, né tanto meno per la sicurezza. 
Quello dei poliziotti è stato un episodio isolato. Ma poi, non senza esserci fatti mille domande, siamo andati a Nizza.

Nizza, dopo l'attentato del 14 luglio.

A Nizza ci vado ogni anno, è una tappa ormai ordinaria del mio giro annuale. Quindi, non ero certo lì per fare del turismo morboso dopo la strage del 14 luglio. Ma sulla Promenade des Anglais ci sono passata. L’ho percorsa tutta dall’aeroporto, che è praticamente nella città, in riva al mare nel lato occidentale, fino a Place Masséna, il cuore, il centro storico.
Fiori e biglietti sulla Promenade des Anglais, se anche c’erano, non mi è capitato di vederli. Nel primo tratto siamo passati in macchina e potrebbero essermi sfuggiti.
Viaggiando dall’aeroporto al centro, sulla sinistra, c’era la solita schiera di edifici liberty più prestigiosi della città, la strada affollata di veicoli, con i semafori e qualche pianta tra una corsia e l’altra. Sulla destra, la spiaggia, gli stabilimenti balneari, quindi il mare blu, immenso, senza interruzioni fino all’orizzonte. Case a sinistra, mare a destra per due chilometri, lungo la Promenade. E tanta luce di una giornata di sole.

Case a sinistra, mare a destra per due chilometri, lungo la Promenade.

Nizza in apparenza era normale. Tutto come sempre.
Vagando a piedi per le vie del centro, tra un ristorante e un caffè della zona pedonale, in Rue Masséna, si vedeva sempre lo stesso panorama. I soliti turisti provenienti da ogni lato del globo. Un po’ di italiani qua e là, che non mancano mai.
Poi però, per pranzo, siamo tornati sulla Promenade e ci siamo seduti su una delle tante panche sotto le pensiline bianche, sostenute da colonne di acciaio altrettanto bianche, che rappresentano un punto caratteristico. Volevamo fare, come tutti gli anni, il nostro pic nic in totale relax, guardando il mare perdersi all’orizzonte o, molto più semplicemente, osservando i motoscafi i quali, compiendo sempre lo stesso giro, ipnotico e ossessivo, trascinavano coppie di turisti appesi a un paracadute giallo con uno smile disegnato sopra.

E invece no. Perché lì, e solo lì, c’erano squadre di militari che passeggiavano a gruppi di quattro. 

Squadre di militari a passeggio per Nizza.
Giovani che avranno avuto vent’anni e che impugnavano con noncuranza un mitra lungo mezzo metro, proprio all’altezza delle teste dei miei figli. E uno si domanda se quei militari ventenni abbiano i nervi abbastanza saldi, o se in caso di allarme, reale o presunto, non farebbero partire una bella mitragliata che ci falci tutti quanti. Saranno addestrati benissimo a gestire le emergenze, ma intanto sono armati fino ai denti e i miei figli stanno a un passo da loro. Quindi, per non volerci angosciare per il terrorismo, ci angosciamo per i militari che in teoria dovrebbero difenderci. La loro presenza, comunque, evoca pericolo. Che il pericolo ci sia oppure no. Che loro siano in grado di proteggerci, o che facciano danni persino peggiori.
Io sinceramente ho trovato inquietante la presenza di questi figuri. Mi piacerebbe davvero capire quali siano le logiche della difesa francese perché, da assoluta profana, a me sfuggono. Non mi spiego il senso di tutte quelle squadre sul lungomare e non da altre parti (per lo meno, io da altre parti non ne ho vista neppure una). Come se gli attentatori avessero tutti fatto l’abbonamento alla Promenade e l’avessero come unico obiettivo possibile. Come se l’attentato del 14 luglio non fosse accaduto in una circostanza non ordinaria. Come se un invasato armato non potesse colpire nel centro o in qualunque altro posto affollato di turisti. Le squadre militari come deterrente? Possibile, ma funziona, con gente che pur di ammazzarne altra si suicida con gusto? Mi auguro solo che dietro le quinte l’intelligence stia lavorando in modo proficuo.
Inutile dire che il nostro pic nic sia stato tutto meno che rilassante. E intanto impazzava anche la polemica sul burkini in spiaggia.

Quando i drammi avvenivano solo in Medio Oriente, eravamo quasi sicuri che il problema del terrorismo non fosse nostro. 

Ma alla fine non è accaduto nulla, mentre eravamo in ferie. Non so chi dobbiamo ringraziare, se la mafia, se l’intelligence, se il caso, se il fatto che i terroristi si siano concentrati su altre zone del mondo di cui prima d'oggi non ci è mai importato niente. Perché in verità quando i drammi avvenivano solo in Medio Oriente o giù di là erano così lontani che proprio non ci tangevano. Avevamo l’intima convinzione che da altre parti del mondo fossero così avvezzi a saltare per aria al primo kamikaze che si faceva esplodere, da averci ormai fatto l’abitudine. Che i bambini dilaniati e mutilati dalle bombe fossero la norma e che quando una donna là metteva al mondo uno dei tanti figli, metteva anche in conto che potesse morire in giovane età a causa di una granata. Ed eravamo quasi sicuri che il problema del terrorismo non fosse nostro. Ci sentivamo ingenuamente intoccabili.
Ora ci è chiaro, sono sotto minaccia anche i nostri figli (uno o due al massimo per coppia): bimbi europei, pargoli di prima scelta, che indossano vestiti puliti tutti i giorni, e che noi alleviamo con ogni premura perché in loro abbiamo riposto tutte le nostre aspettative. E quindi questi terroristi dalle nostre parti ci sconvolgono. Minacciano noi e la nostra progenie. Ci costringono a cambiare le nostre abitudini o, per lo meno, a pensare di farlo. Invece loro c'erano già. Erano solo da un'altra parte. Ora sono dappertutto e il terrorismo è un problema globale. Non possiamo non farci i conti, in un modo o nell'altro.
Chissà che invece questa situazione di emergenza non serva per farci immedesimare nel dolore e nella sofferenza di chi prima di noi fronteggiava lo stesso problema. Che questa incresciosa intimidazione non ci faccia fare fronte comune con altri popoli che prima di noi desideravano solo la libertà di condurre una vita normale e di decidere per se stessi. Chissà che dal male non nasca del bene.

Esaltazione mediatica dei terroristi e panico collettivo.

Soluzioni? Non sono la persona adatta a rispondere, ma non sarebbe male ignorare, mediaticamente parlando, gli atti di terrorismo. Basterebbe che le notizie venissero date in modo più asettico senza fare del sensazionalismo. Ne conseguirebbero meno panico collettivo e anche meno esaltazione degli attentatori, i quali si nutrono di fama, di like e di consensi online. E qualche giovane represso e invasato non avrebbe l'idea geniale di ammazzare qualcuno per strada solo per entrare nell'immortalità del web.
Ora però resta una domanda a cui devo rispondere: andare o non andare alla Sagra del Peperone di Carmagnola? È un evento molto esteso, c’è una fiumana di gente. Ci possiamo fidare?
Concludo con un post che ho pubblicato su Facebook qualche settimana fa, all’inizio delle ferie.

Elena Genero Santoro, profilo Facebook.



Pensavo che mia figlia è nata del 2008, e il mio nonno più anziano nel 1908. Cioè, mia figlia è nata esattamente un secolo dopo. E mio figlio nel 2011, un anno e un secolo dopo rispetto a mia nonna (1910). E per un attimo mi sono immaginata i miei bis bis nipoti nel 2116 che diranno: - Ahah mio nonno era nato nel 2011, com'era antico... Com'erano indietro, all'epoca... Per comunicare usavano il cellulare e per spostarsi le macchine. E guardavano i video su YouTube... Ahahahah... E la bisnonna? Era nata nel 1975, nel XX secolo e ha avuto il suo primo computer all'università...!! Ahahahah E me li immagino a (sor)ridere per la nostra arretratezza tecnologica e culturale (- Ma lo sai che la prima legge sulle unioni civili l'hanno approvata nel 2016?? E prima come facevano??) e li perdono, come una nonna può perdonare i suoi nipoti giovani e sfacciati. L'importante è che non debbano dire, come un secolo fa: - E poi venne la guerra, perché erano troppo avidi per rinunciare ai loro privilegi, perché nonostante il mondo si fosse sovrappopolato nessuno voleva rinunciare ai suoi agi, perché i ricchi, per assicurarsi il potere, armavano dei fanatici miserabili...
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Elena Genero Santoro
Ama viaggiare e conoscere persone che vivono in altri Paesi. Lettrice feroce e onnivora, scrive da quando aveva quattordici anni.
Perché ne sono innamorata, Montag
L’occasione di una vita, ebook Lettere Animate
Un errore di gioventù, 0111 Edizioni
Gli Angeli del Bar di Fronte, 0111 Edizioni.
Il tesoro dentro, 0111 Edizioni.

About Elena Genero Santoro

Il blog culturale degli scrittori emergenti: letteratura, webmagazine, travel&living, arte, promozioni speciali e servizi editoriali.
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