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In primo piano

Da "The Truman show" al Grande Fratello, alla trappola del web: la gente comune sotto le telecamere, di Elena Genero Santoro

The-Truman-show-Grande-Fratello

Molti i film che hanno avuto per tema lo spionaggio invadente delle telecamere  nella vita della gente comune, da The Truman show Nemico pubblico, a 1986. Poi, con il Grande Fratello, mostrarsi è diventato un modo per diventare famosi.

Correva l’anno 1998 quando al cinema usciva The Truman show. Ero andata a vederlo con il mio fidanzato di allora. Avevo ventitré anni. Ricordo che il film mi piacque moltissimo, e ancora oggi lo considero uno dei miei preferiti, eppure, quando uscimmo dalla sala, avevamo addosso l’inquietante dubbio che, chissà, qualcuno potesse pure spiarci a nostra insaputa, così come era capitato al povero Truman per più di trent’anni della sua vita.
Truman, nome che vuole dire “uomo vero”, true man, interpretato da Jim Carrey, era l’unico inconsapevole protagonista di un format televisivo che ruotava intorno a lui. Tutti quelli che gli stavano attorno erano attori: il padre, la madre, la moglie. Nessuno nutriva verso di lui un sentimento sincero, perché erano tutti stati scritturati per recitare una parte. L’unico onesto, l’unico “vero”, era lui, che veniva spiato ventiquattro ore al giorno da telecamere nascoste in ogni dove di cui ovviamente ignorava l’esistenza. Tutto intorno a lui era farlocco: la città, il lavoro, il mare. Truman, peraltro, non aveva mai lasciato il luogo in cui viveva, Seaheaven, perché a seguito della morte (fasulla) del padre (finto) per annegamento, aveva sviluppato la fobia dell’acqua. E il luogo in cui viveva era circondato d’acqua.
Finché un giorno non inizia a capire che qualcosa non va, per problemi tecnici. Un riflettore cade dal cielo. Poi alla radio un’interferenza gli fa intuire che qualcuno, da qualche parte, sta parlando di lui. E per strada Truman osserva persone che continuano a girare in tondo facendo sempre le stesse cose. Tutto ciò lo riporta a un episodio del passato. Una ragazza, Lauren (nome finto), di cui lui si era invaghito ai tempi della scuola, aveva provato a rivelargli qualcosa. Ma poi era stata portata via con la forza perché, dicevano, aveva dei disturbi mentali.

Il film è drammatico, sotto le mentite spoglie di una commedia, con elementi decisamente surreali e chiari riferimenti simbolici.

Inizia quindi una nuova consapevolezza in Truman. Lui ora vuole comprendere, vuole trovare Lauren, ma, soprattutto, vuole fuggire dal luogo in cui si trova, anche se non ci riesce. Dalla moglie, quella che in realtà lo sopporta meno di tutti, non ottiene risposte. Il suo migliore amico, o meglio, quello che lui crede tale, gli mente spudoratamente. E dalla città in cui è nato e cresciuto non riesce ad evadere perché chi gli sta intorno inventa ogni scusa per non permetterglielo. Il pullman si è rotto, l’aereo non decolla, la foresta è incendiata. In realtà Seaheaven è un grande studio televisivo che si trova sotto una gigantesca cupola. Persino il sorgere del sole, gli eventi atmosferici e il mare agitato sono creati ad arte e non risentono minimamente del clima reale.
Alla fine Truman riesce a gabbare le telecamere e tentando di superare le sue fobie si mette in mare con una barca. Anche perché il padre morto annegato nel frattempo è ricomparso, dicendo che aveva avuto un’amnesia, nella più genuina tradizione delle telenovele. E a quel punto, dalla luna, (il centro di controllo televisivo) Truman ottiene la rivelazione che stava cercando. L’ideatore del format, Christof (con un nome da Padre Eterno) si presenta come il “creatore” (di un format televisivo) e gli chiede di restare, mandare avanti lo spettacolo. Può garantirgli una vita serena e la felicità. Il mondo, là fuori, è molto peggio di quello creato su misura per lui.
Ma Truman, teatralmente, saluta tutti con un inchino e se ne va. È finalmente libero, lo show è finito e lui esce dall’unica porta che trova nella parete azzurra di cartone che da lontano sembrava il cielo e che invece si è rivelata il confine contro cui la barca è andata a scontrarsi.

The-Truman-show

Il tema delle telecamere che spiano ogni angolo della nostra esistenza era già stato trattato nel film “Nemico pubblico”, con Will Smith. 

In quel caso però si trattava di un thriller avvincente in cui un avvocato viene intercettato per un motivo di spionaggio.
Comunque, nel 1998 l’idea di avere telecamere dappertutto ci faceva mediamente orrore. E prima ancora George Orwell, con “1984” ipotizzava con estrema angoscia un mondo sorvegliato minuto per minuto da un regime dittatoriale che impone alla gente come vivere e spegne ogni sorriso, ogni impulso vitale.
Due anni dopo, nel 2000, comparve la prima edizione del Grande Fratello. Dieci sconosciuti si facevano per la prima volta rinchiudere in una casa in cui tutto il mondo poteva osservarli in qualunque momento della giornata, da quando andavano in bagno a quando facevano sesso. Ma erano volontari, si diceva. Quindi, in fondo, se volevano mostrarsi davanti al pubblico erano fatti loro.
È proprio vero che ci si abitua a tutto e quello che prima era sconvolgente a un certo punto diventa normale, anzi, persino virtuoso o ambito.
Il Grande Fratello nei primi anni divenne popolare (poi, solo più una noia mortale). I primi concorrenti ebbero una certa notorietà. Primo tra tutti Pietro Taricone, che purtroppo non c’è più, ma che nei dieci anni successivi alla sua uscita dalla Casa intraprese una dignitosa carriera di attore, seguito da Flavio Montrucchio e Luca Argentero. Quest'ultimo, quasi mio compaesano, sta collezionando molti successi, per raggiungere i quali però ha dovuto studiare parecchio.

Con il Grande Fratello l’idea di diventare famosi, conosciuti in tutto il mondo, anche senza particolari meriti, solleticò molti, diventò un obiettivo, una ragione di vita. 

Grande-Fratello
La brama di notorietà si portò dietro il sacrificio completo del pudore e della privacy, ma era una tentazione troppo grande. Certo nel caso del povero Truman c’era l’aggravante della menzogna, di un’esposizione inconsapevole. In “1986” e in “Nemico pubblico” la sorveglianza era punitiva. Ma negli anni dopo l’uscita di The Truman show, molta gente avrebbe pagato per essere al posto di un Truman qualunque: seguito e osannato in ogni angolo del globo da quando si lavava i denti al mattino a quando defecava in bagno, a quando si stirava nel letto la sera.
E adesso?
Adesso intanto ci siamo abituati alle telecamere di sorveglianza ovunque, ai droni di Google e a ogni forma di spionaggio più o meno lecito e ci sembra normale. Anche quando lo spionaggio non è di tipo visivo: il supermercato in cui ci siamo tesserati per avere degli sconti sa tutto di noi e dei nostri gusti. Quindi, anche se non è un regime dittatoriale a condizionarci, chi ci vuole vendere qualcosa sa già cosa ci può interessare, o pensa di saperlo. Alcune cose servono per la nostra sicurezza. Quanti delitti sono stati risolti perché l'assassino è stato filmato in qualche modo? E se anche al supermercato sanno quale tipo di formaggio compro, cosa cambia? In fondo è un'informazione neutra, non mi qualifica né mi degrada, e se viene ceduta a terzi deve essere solo per motivi commerciali.


Ma poi c’è Facebook, c’è Youtube. L’esposizione mediatica è perenne, non importa se la nostra notorietà durerà solo quindici minuti, come disse Andy Wahrol. Ma a che prezzo?

Chiunque può essere visto, osservato, guardato nelle sue performance, anche intime e, nel migliore dei casi, verrà ammirato a suon di like.
Assistiamo così a questo esibizionismo sfrenato, a questa condivisione gratuita di tutto. Anzi, sembra che non sappiamo più gestire la nostra sfera privata senza sentirci in dovere di coinvolgere il resto del mondo. Ragazzine che si fanno riprendere in pose oscene e si sentono importanti o, peggio ancora, che filmano lo stupro di una coetanea. Non importa se non diventeremo attori acclamati, non importa se i nostri contenuti sono vacui e non frutto di una preparazione accademica o artistica, non importa se stiamo facendo un illecito, non importa se la nostra notorietà durerà solo quindici minuti, per citare Andy Wahrol. L’importante è che qualcuno ci veda o veda quello che abbiamo pubblicato.
Non riusciamo a distinguere il pubblico dal privato, tanto da essere così ingenui da riprenderci in pose osé o quando facciamo sesso e venire poi ricattati dall’ex che minaccia di postare le nostre performance sul web. Purtroppo il triste caso di Tiziana Cantone, che non ha retto le conseguenze di un atto leggero e impulsivo (prima filmarsi, poi mandare il video a terzi), ci insegna che dobbiamo educare i nostri figli, i cosiddetti “nativi digitali”, a discernere tra quello che può essere reso pubblico e quello che deve essere tenuto privato o per lo meno non esibito. È un problema che alla loro età io proprio non avevo, ma è una questione seria. Se qualcuno ci vuole spiare, almeno che si ingegni. Ma il nostro intimo, se possiamo, teniamocelo per noi. Non vale la pena svilirlo, svenderlo di fronte a occhi nemici. Il sexting è una cosa squallida, oltre che pericolosa. Una volta si diceva "Occhio non vede, cuore non duole". Oggi l'occhio vede tutto e il cuore duole parecchio. In questo credo che Truman sarebbe d’accordo.
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Elena Genero Santoro
Ama viaggiare e conoscere persone che vivono in altri Paesi. Lettrice feroce e onnivora, scrive da quando aveva quattordici anni.
Perché ne sono innamorata, Montag
L’occasione di una vita, ebook Lettere Animate
Un errore di gioventù, 0111 Edizioni
Gli Angeli del Bar di Fronte, 0111 Edizioni.
Il tesoro dentro, 0111 Edizioni.

About Elena Genero Santoro

Il blog culturale degli scrittori emergenti: letteratura, webmagazine, travel&living, arte, promozioni speciali e servizi editoriali.
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