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In primo piano

[Libri] "Il segreto di Leila" di Kooshyar Karimi, incipit #83

Il pesante silenzio della stanza è interrotto di tanto in tanto dai rumori di un cartone animato in televisione che fuoriescono da sotto la porta chiusa a chiave.

Il-segreto-di-Leila-Kooshyar-Karimi-incipit

Il segreto di Leila

di  Kooshyar Karimi 
Giunti

cartaceo 15,30€
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Voci buffe, effetti sonori comici, musica allegra non sono adatti all’occasione, ma non c’è altro modo per tenere la mia bambina all’oscuro di quello che fra poco avverrà in fondo al corridoio.
In un giorno di luglio del 1997 Leila, incinta, siede compassata nella stanza degli ospiti, trasformata per l’occasione in una sala operatoria. Ha le mani strette a pugno, il corpo percorso da spasmi per la tensione. È giovane, bella e nubile, e la vergogna per quanto le è accaduto è così profonda da essere quasi una presenza fisica. Ha commesso un delitto capitale nella repubblica islamica dell’Iran: si è innamorata. L’amore non è ammesso in questa parte del mondo, perciò qualcuno deve morire. O lei o il suo bambino. Leila sembra molto più giovane dei suoi ventidue anni, con la sua vulnerabilità malamente nascosta da un sottile strato di tenacia. Ma in un certo senso è fortunata. Quando interrompo una gravidanza
devo farlo come medico che opera nella clandestinità; solo alcune donne sono abbastanza fortunate da incontrare qualcuno che mi conosca e quindi da venire da me. Infrango il giuramento di Ippocrate ogni volta che pongo fine a una gravidanza, e lo faccio perché un giorno mia madre mi ha detto: «Kooshyar, a volte nella vita, per un bene maggiore, devi compiere un po’ di male».
Ma quello che non posso fare per queste donne è restituire loro l’orgoglio.
Leila ha un’espressione che conosco bene. In realtà, ho perso il conto delle volte in cui ho visto quella strana miscela di paura, disperazione e fermezza sul volto di una giovane donna. Ma questo è un caso diverso. Leila non è solo l’ennesima ragazza disperata, ancora sconvolta e intimidita dalla recente scoperta della gravidanza. Leila è già nel settimo mese inoltrato.
Quando, alla mia richiesta di visitarla, si è tolta con esitazione il chador e si è sbottonata il trench, ho sgranato gli occhi incredulo. Stava facendo sul serio? Aveva un pancione rotondo pienamente sviluppato: come fosse riuscita a nasconderlo, non ne avevo la minima idea. Era pallida e stanca, le ciocche di capelli appiccicate per il sudore le sbucavano da sotto il velo. Sembrava stesse per collassare, e non c’era da meravigliarsene. Nessuno nel suo stato avrebbe dovuto attraversare la città con quel caldo cocente. Non capivo cosa ci facesse lì. Non avrà mica pensato che potessi anche solo prendere in considerazione l’idea di interrompere una gravidanza così avanzata?
«Lei è troppo vicina al parto» le dico. «È davvero troppo tardi per un aborto. Mi dispiace, non posso farlo.»
Mentre sto per uscire dalla stanza mi ritrovo Leila attaccata a una manica, le lacrime che le rigano le guance: mi implora di aiutarla, e io cedo. Ma l’aiuto che sto per darle non è quello che mi sarei aspettato.

Più tardi quella sera, Leila, distesa sul lettino con una flebo in vena, mi raccontò una storia che mi porterò nel cuore per il resto dei miei giorni. 

Lasciò molte domande in sospeso durante le lunghe ore del suo calvario, ma in seguito sono venuto a conoscenza di tutti i dettagli. Sarò perdonato, spero, se racconto la sua storia a puntate. È una vicenda così profondamente intrecciata con la mia che non riesco più a pensare alla sua e alla mia vita come distinte e separate, perché anch’io sono stato un figlio non voluto.
Nel 1945 dei fanatici musulmani uccisero un ebreo che intendeva aprire un negozio di liquori a Esfahan. Dopo qualche mese, la vedova di quest’uomo diede alla luce la sua quarta figlia. La chiamarono Turan. Quattro anni dopo, Turan fu affidata alle cure di uno zio perché sua madre era fuggita con il nuovo marito. Turan fu costretta a lavorare dall’età di sei anni per procurarsi cibo, vestiti e istruzione. A sedici anni incontrò un bell’autista di autobus musulmano che le promise di salvarla dallo zio crudele. A diciassette anni scappò con lui, per poi venire a sapere solo due settimane dopo che l’uomo aveva altre due mogli. Quando si ritrovò incinta per la seconda volta, con il primogenito che aveva
appena sedici mesi, il marito andava a malapena a trovarla nello squallido seminterrato dove la donna abitava. Turan tentò molte volte di abortire il secondo figlio, ma il piccolo venne al mondo nonostante tutto. Nacque dopo mezzanotte sul sedile posteriore di un’auto della polizia, nel mondo ostile e malato dei bassifondi di Teheran. Quel bambino ero io.
A diciotto mesi scampai per un pelo a un incendio appiccato in casa dalla seconda moglie di mio padre che voleva sbarazzarsi di me. A sei anni quasi morii di febbre tifoide. Sono sopravvissuto contro ogni avversità con un’unica speranza, un’unica ragione e un’unica fede: il perdono.
Dopo aver ascoltato la storia di Leila, mi è sembrato quasi che io e lei avessimo contratto un matrimonio di angoscia e tristezza, un legame rituale che ha lasciato un po’ del suo sangue nelle mie vene, e un po’ del mio nelle sue.

Quarta di copertina
"Il segreto di Leila" di Kooshyar Karimi, Giunti, 2016.

Rifugiato politico dall'altra parte del mondo, il dottor Karimi ha deciso di raccontare la propria storia e quella di Leila in questo libro a due voci, straordinariamente lucido e profondamente emozionante.
Leila si presenta al dottor Karimi nel suo ambulatorio di Quchan, una città della provincia iraniana, quando nascondersi non le è più possibile. A lui basta uno sguardo per capire che la ragazza è già all'ottavo mese di gravidanza e che esiste un solo modo per salvarla.
Non è la prima volta che il dottore aiuta una donna che rischia la lapidazione. Lo fa da anni mettendo in pericolo se stesso e la propria famiglia, lo fa perché antepone la vita all'onore e perché ha imparato, dalla strada che lo ha cresciuto, a occuparsi degli ultimi.
Con ferrea volontà è diventato medico, ha scoperto i libri e ha imparato ad amarli. Proprio come Leila, che ha cominciato da autodidatta e in completa clandestinità a conoscere la letteratura. Sognava l'università, per non arrendersi al destino, già scritto per lei, di moglie senza amore. Ora chiede disperatamente aiuto: in pericolo non ci sono le sue aspirazioni, ma la sua vita e quella del bambino che porta in grembo.
Nell'incontro, in quelle drammatiche circostanze, il dottore e la ragazza scoprono un'affinità, stringono un legame profondo, che li renderà indimenticabili l'uno per l'altra.

★★★★★

Il buon giorno di vede dal mattino, dicono, e un buon incipit e una copertina accattivante possono essere il perfetto bigliettino da visita di un libro.
Secondo voi, quante stelline si merita il biglietto da visita di questo libro?

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