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In primo piano

[Libri] "Il rumore della pioggia" di Gigi Paoli, incipit #88

Lo schiaffo del vento lo colpì.

il-rumore-della-pioggia-Gigi-Paoli

Il rumore della pioggia

di  Gigi Paoli
Giunti

ebook 9,99€
cartaceo 12,75€
Acquista

Poi, fredda e affilata, arrivò la pioggia.
E questa sarebbe la città più bella del mondo?
L’uomo scosse la testa ed estrasse il piccolo ombrello che spuntava dalla sua valigetta.
Alzò lo sguardo.
Tutto opaco e grigio. In cielo e in terra. Alle sette e un quarto di quella mattina di novembre, neanche i turisti si facevano vedere in giro.
Con quel tempo, poi.
Ci mancava pure la pioggia.
E quel piccolo, maledetto ombrello non avrebbe mai impedito che i pantaloni, di lì a poco, diventassero fradici.
Girò l’angolo sul ponte Santa Trinita e alzò automaticamente la testa, incrociando lo sguardo muto della statua della Primavera e il suo collo troppo lungo.
Te l’avevano staccata la testa, eh, bella signora?, sogghignò ansimando mentre risaliva il ponte, ai cui angoli campeggiavano le statue delle quattro stagioni.
Tutti i giorni da più di trent’anni, lui sfilava accanto alla Primavera, ripescata dall’Arno dopo la guerra come le sue sorelle di marmo. Lei, però, fu ritrovata senza testa. Solo anni dopo, quando un pescatore la scoprì per caso nel fiume e la riportò a galla, gliela riattaccarono.
Proprio una bella schifezza come trapianto, pensò.
Come sempre, non degnò di uno sguardo il ponte Vecchio e le sue finestrelle illuminate come tante casette del presepe.
Ormai non ci faceva più caso.
Non faceva più caso a tante cose.
Per la verità quasi più a niente, dopo tutti quegli anni passati a fare la stessa strada e lo stesso lavoro.
Quando il vecchio Loris era morto, un paio di anni prima, la vedova aveva pensato di seppellire anche il negozio insieme a quel marito che aveva tanto amato. Il quale, invece, amava solo il negozio.
Ma lui no, non voleva seppellire proprio niente. Quel posto era la sua vita. E gliel’aveva detto. «Tecla, non ti preoccupare, continuerò io. Da solo. Sarà tutto come prima, al negozio penserò io.»
C’era voluto un po’, ma alla fine la vecchia Tecla, anche leggermente rimbambita per la verità, aveva acconsentito. I soldi che le arrivavano sul conto corrente tutti i mesi erano una ragione accettabile per non fiatare. E così il negozio di antichità religiose «Loris Cantini» continuava a vivere.
E anche lui, il commesso, continuava a vivere.
A sopravvivere, in realtà.
Che è tutta un’altra cosa.
«Buongiorno Paolo» disse entrando nel bar che portava lo stesso nome del ponte.
«Buongiorno. Il solito?»
Il solito.
Caffè senza zucchero, mezzo bicchiere d’acqua naturale a temperatura ambiente.
Mezzo però.
Così non lo pagava.
«Ha visto ieri sera? S’è vinto. Siamo primi. Forse l’è l’anno bono per vincere qualcosa, questo…» abbozzò il barista tentando di fare conversazione con quello che, vista l’ora, era l’unico cliente del locale.
L’uomo sorrise. «Siamo forti, siamo forti.»
Pagò e uscì.
Erano anni che tutte le mattine prendeva il caffè nel solito bar e quel demente non aveva ancora capito che del calcio non gliene poteva importare di meno.
Ma annuiva e sorrideva. Il commesso perfetto.
Proprio per quello, il vecchio Loris l’aveva sempre voluto al suo fianco.
Be’, non solo per quello; più che altro perché vedeva tutto e parlava poco, quasi niente.
Tantomeno delle partite di calcio.

S’incamminò lungo via Maggio, la famosa strada degli antiquari, il gioiello dell’Oltrarno. Gioiello?

Sarà anche stata un gioiello, pensò, ma adesso sembra più bigiotteria.
Una strada lunga lunga e stretta stretta, ma non stretta abbastanza da impedire al Comune di far parcheggiare le macchine da un lato e far passare gli autobus dall’altro.
Sarebbe stata anche bella, davvero. Peccato fosse una camera a gas per via del traffico che, a ogni ora del giorno e della notte, faceva tremare le vetrine dei negozi e le finestre delle case.
Nel Cinquecento la chiamavano «via Maggiore» quando le grandi famiglie nobili fiorentine facevano a gara per costruire il palazzo più imponente, più austero. Insomma, facevano a gara a chi ce l’aveva più grosso, il palazzo.
Quel pensiero lo fece sorridere e allo stesso tempo irrigidire. Con la memoria di un improvviso languore che tentava, senza più riuscirci, di farsi largo nel basso ventre.
Già.
Col vecchio Loris si erano divertiti parecchio, molto più di quanto le loro mogli avessero mai potuto immaginare. Ma per Loris la festa era finita. La vita era finita. Per Loris, appunto.
Non per lui. Non ancora.

Non era una strada per claustrofobici, quella.

Bella sì, ma quei palazzi grigi, pesanti, sembravano poterti cadere addosso in ogni momento.
E qualcuno che cadeva, in effetti, c’era e c’era stato: lo dimostravano i cantieri che ogni cento metri bloccavano il marciapiede, nel penoso tentativo di riportare all’antica gloria quelle facciate sbrecciate e consunte.
Il negozio, però, era nel palazzo più bello della via. E faceva lo stesso effetto di una margherita in un campo di erba sintetica: incongruo, quasi assurdo.
Si trovava alla metà esatta di quel lungo, doppio filare di mattoni quasi identici, per forma e colore, e aveva sulla facciata uno spettacolo di decorazioni. Si chiamavano grottesche a graffito, ricordò il commesso mentre si avvicinava lentamente alla sua destinazione.
In mezzo a tante, tristi facciate beige o anonimi mattoni grigi, quel palazzo era una vera meraviglia, e ogni volta che lo guardava, il commesso non poteva impedire a se stesso di sentirlo anche un po’ suo.
E in effetti, ora che era rimasto solo, lo era. Il vecchio Loris, in un passato lontano lontano, era riuscito a convincere la Curia di Firenze ad affittargli il negozio situato proprio accanto all’imponente portone di ingresso.
Un contratto d’affitto come un ergastolo: fine pena mai.
Però, lì dentro, era una bella pena.

Quarta di copertina
"Il rumore della pioggia" di Gigi Paoli, Giunti, 2016.

Gigi Paoli inaugura un nuovo personaggio seriale: non un commissario, non un ispettore, non un avvocato, ma un giornalista fiorentino di cronaca giudiziaria spiritoso, brillante e disincantato.
Sono ormai alcuni giorni che Firenze è sferzata da una pioggia battente e, come se non bastasse, la visita del presidente israeliano ha completamente paralizzato la città. Carlo Alberto Marchi è intrappolato nella sua auto che da casa lo porta al Palazzo di Giustizia, quando apprende una notizia davvero ghiotta per un cronista di giudiziaria a corto di esclusive: all’alba, in un antico palazzo di via Maggio, la prestigiosa strada degli antiquari, viene trovato morto con ventitré coltellate l’anziano commesso del negozio di antichità religiose più rinomato di Firenze.
Un caso molto interessante anche perché il palazzo è di proprietà della Curia e sopra al negozio ha sede l’Economato. Marchi si mette come un mastino alle calcagna dei magistrati nella speranza di tirar fuori uno scoop e chiudere finalmente la bocca al direttore del Nuovo Giornale. Sempre correndo come un pazzo, intendiamoci, perché a casa c’è Donata, la figlia di dieci anni che inizia a lanciare i primi segnali di un’adolescenza decisamente in anticipo. Ma stavolta conciliare il ruolo di padre single con quello di reporter d’assalto sembra davvero un’impresa disperata: sì, perché c’è tutto un mondo che ruota intorno al delitto di via Maggio e le ipotesi che si affacciano sono sempre più inquietanti. Su tutte, l’ombra della massoneria, che in città è prospera e granitica da secoli. E l’inchiesta corre veloce in una Firenze improvvisamente gotica e oscura.
Un personaggio irresistibile e una tensione che si fa palpabile a ogni pagina. "Il rumore della pioggia" di Gigi Paoli: un esordio sorprendente nell’ambito del noir italiano.

★★★★★

Il buon giorno di vede dal mattino, dicono, e un buon incipit e una copertina accattivante possono essere il perfetto bigliettino da visita di un libro.
Secondo voi, quante stelline si merita il biglietto da visita di questo libro?

Tutti i nostri incipit:


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