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[Libri] "La bestia Viziata" di Federica Gullotta, recensione di Samantha Terrasi

La-bestia-Viziata-Federica-Gullotta-recensione

La bestia Viziata di Federica Gullotta, Lieto Colle, 2016. Una silloge poetica, la vita come movimento interiore, scommessa e pazzia.

La Lieto Colle, casa editrice esperta in poesia presenta La Bestia Viziata di Federica Gullotta. In una copertina raffinata, la poesia si snoda come una storia che va riacciuffata nella sua intima essenza.
La Bestia.
I constasti reggono lo svolgersi dei fatti.
Il Vizio.
Una storia che prende il contorno di una parte di un corpo “nell’età dei ponti di gomma”. Nel tempo dei rapporti plastificati dove vestire maschere di cenere ci permette di entrare e uscire da fiumi in piena. Una natura di ricordo, dove l’infanzia è racchiusa nelle cose.
L’uomo è una natura mutilata. I vigneti propaggini di illusioni.
È una poesia mista a frammenti quella che ci presenta l’autrice.
I vigneti hanno l’impazienza del colore giallo e la pietà del verde.
Armano i rami di fiocine arpionatrici,
e nella grande immondizia del Regno
Minerale convogliano la bile degli acquazzoni.
La poesia può essere vista come una digestione della realtà che spunta dalla terra.
Un uomo caratterizzato dall’essere fusto o foglia o ramo da recidere. Un uomo enfatizzato che prende forme incomplete, ma forti, capaci di crescere e reagire.
Il porto è una figura retorica, una bocca che accoglie il mare. Il parto in cui siamo stati ingoiati è una parte del corpo che cresce. Dove la morte non è solo morte.
Il liquido amniotico del sapere fa nascere servi ubriachi.
È una poesia di denuncia, di allarme che riporta sempre tutto al legame con la terra. Un tramonto che ingloba, inorridisce, inghiottisce speranze. È la poesia del contrasto reso evidente dal colore con cui si insegue una sensazione. Il buio è il caos a cui non sappiamo arrenderci.
La notte non vale tempo.
Come un personaggio che cerca i vestiti, come una spirale a cui hanno staccato la spira, la poetessa, ne fa un mutuo scambio tra l’uomo e questa campagna sterminata che “imbratta” la silloge dei suoi colori. Il male è parte del caos come potrebbe non esserlo. Può colpire in ogni momento. Conosce il dolore. È allo stesso tempo paura e cura. È come anelare le stelle, piangendo.
Ma la sofferenza scava come l’aratro la terra. È radice e amore. Una condizione imperitura di morte, nascita e seconda morte. Tutto si trasforma dove la madri sono portatrici di angoscia. Madri che hanno mondi capovolti. Tengono legati stretti con nodi di corda e paura figli di terra e ansia.
Come sembrano allegri fra loro
i cinesi,
e così teneri coi loro
bambini,
e così lisci i loro
sguardi, e le loro parole di bisturi.
Sembrano così miti tra loro
i cinesi, così prossimi alla compassione
per un fratello mancato.
La vita gioca la sua partita con la paura. La vita in un caos puntiforme si concentra in un punto d’amore. La vita è un movimento interiore, scommessa e pazzia. Tutto è sempre in bilico e non prende mai una posizione. Tutto traballa come il respiro alitato sul vetro. Ma la vita può essere rovente. E cambiare il corso del fiume.

La bestia Viziata

Federica Gullotta è persona di letture classiche, è evidente dal suo canto, versi dal climax agreste, in originale equilibrio tra la soavità bucolica e la spietatezza leopardiana. Se un merito va a questa giovane autrice, è la capacità del rischio, prevedendo i colpi bassi dell’enfasi, ma anche le risalite grazie a un pensiero piuttosto lucido. La Natura, infatti, sa fare dono di sé, per quei pochi che riescono a percepirla, e nel suo furore rimane sempre la star. Gullotta sa gestirla con un linguaggio controllato, anche nei suoi vertici retorici, talvolta sporcato fino a un’ordinarietà disturbante, più spesso capace di mescolare respiro lirico e pensiero filosofico, in due parole: un linguaggio inventato. La Natura è la diva, questo è certo, ma una diva antropomorfizzata. Perché in fondo sta qui la metafora, una Natura che tenta di rappresentare un ideale umano: libero, per intenderci. Una Natura libera come dovrebbe essere libero l’uomo. La sottotraccia della silloge, il fil rouge, è una sorta di anarchia che se si evidenzia in modo manifesto esclusivamente negli effetti di alberi, terra e animali, non rinuncia a porsi come modello. Non a caso un altro elemento di poetica è la possibilità di recidere i legami affettivi. Tema utopico, inevitabilmente legato a certi afflati di gioventù, impossibile da praticare, nonostante la chimera della libertà. Ma d’altra parte è compito della poesia puntare eccessivamente in alto, perché i frutti raccolti siano almeno al cinquanta per cento. 
Federica Gullotta rientra sicuramente nel novero di una poesia visionaria, ma di una visionarietà calibrata nella creatività del contrasto: orfica, ma lucida. Lirica, ma contemporanea. Da Archiloco a Rimbaud, da Rimbaud a De Angelis, autori che per un momento potremmo immaginare dentro il suo impianto poetico, ma implosi in una lingua infedele alle fotocopie epigonali, ancora in cerca di un’inimmaginabile alternativa, priva di una definibile cittadinanza.

di Federica Gullotta | Lieto Colle | Poesia
ISBN 978-88-7848-965-3 | cartaceo 13,00€ Acquista

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Samantha Terrasi
Vivo tra Torino e Roma, dove sono nata. Mia nonna avrebbe voluto che mi chiamassi Maria Concetta, ma per fortuna mio padre di ritorno da un viaggio negli States mi ha chiamato Samantha, rigorosamente con la h. Formazione scientifica, una laurea in biologia molecolare per poi scegliere di tramandare il mio sapere agli studenti. Sono una professoressa di matematica e scienze senza occhiali e quando non mi trovo tra equazioni e studenti, scrivo.
Parole nel vento, Aletti Editore, 2012.
Ti aspetto, Lupo Editore.

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