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[Libri] "Le lacrime di Nietzsche" di Irvin D. Yalom, recensione di Davide Dotto

Le-lacrime-di-Nietzsche-Irvin-D-Yalom-recensione

Le lacrime di Nietzsche, di Irvin D. Yalom, Neri Pozza, 2011. Storia di un incontro improbabile ma realistico tra Friedrich Nietzsche e uno dei padri della psicoanalisi.

È la fine del 1882Friedrich Nietzsche sta scrivendo "Così parlò Zarathustra". All'apice della sua creatività, è un uomo solitario, un filosofo privo di lettori, le sue opere giacciono intonse dai librai. È malato di una malattia che non lo riguarda. Semplicemente convive con essa, consapevole che non vi sia nulla da curare. Ad affliggersi è il corpo, la sua essenza invece è diretta verso altri lidi. Questo esprimono le parole di chi si è votato a una disciplina fuori del comune, accettando la sua condizione e affrontando le indicibili sofferenze che essa comporta. 
Il professor Joseph Breuer, per vie traverse e senza che il filosofo ne sappia nulla, raccoglie l'invito della misteriosa Lou Salomè e tenterà di guarirlo dalle crisi che periodicamente lo sconvolgono. Affinché ciò sia possibile, dovrà convincerlo a ricoverarsi nella sua clinica. E non sarà facile. Come non sarà facile per Breuer capire che è la stessa malattia a renderlo ciò che è.
I disturbi che debilitano il filosofo non sono tuttavia cosa da poco: lo sconquassano atroci emicranie, considerate da lui una sorta di doglie celebrali da cui escono i suoi scritti. Esse sono prodotte da una condizione di stress cronica, da una ipervigilanza totalmente aderente al suo spirito, e perciò irrinunciabili. 
Diversa, sebbene in apparenza assai simile, è la condizione di Joseph Breuer. Egli vorrebbe guarire da uno stato depressivo che gli si è incollato come una seconda pelle. Desidera liberarsi da un incubo ricorrente che lo rende succube. Ed è lì per lì pronto a trarre profitto da una branca della medicina che avrà modo di emergere, anche grazie alle intuizioni di un giovanissimo Sigmund Freud che non manca di interpellare. Inizia una doppia partita a scacchi che mette in comunicazione la medicina tradizionale con i rudimenti di una scienza nuova (Breuer - Freud), e consente il colloquio tra due luminari nella propria materia (Breuer - Nietzsche). Si profila, così, una cura basata sul parlare. Il filosofo interroga il medico, il medico interroga il filosofo, e ciascuno getta acqua al suo mulino, spingendo l'altro a una confessione che metta sul piatto le pulsioni personali, finché non affiori la risposta tanto agognata. 

L'intento del medico e del filosofo è identico, trovare sollievo alla sofferenza che li opprime. 

Perché ciò sia possibile ognuno è chiamato a entrare nei meandri di un edificio altrui, sondandone le profondità. Difficile farlo se non ci si è avventurati nel proprio, perlustrando gli angoli più nascosti. È quanto ha già fatto Nietzsche nel perfezionare il suo pensiero, vestendosene: non si tratta di aforismi o slogan incisi sulla carta, tracciano un percorso, indicano una strada. In essa ha scoperto che la creatività è generata dal dolore che erompe nel corso delle sue crisi e che ha la sua ragion d'essere. È insomma giustificato, è giusto, non è vano. A tal proposito si avverte uno sbilanciamento. In nessuna maniera Breuer può porsi a guida di Nietzsche. Nietzsche paradossalmente è lo stesso proprio padre, trae beneficio dai suoi malesseri, ai quali si lega evitando i legami che, invece, avvincono e vincolano il professor Breuer. Il problema di quest'ultimo è che, forse, si tormenta per ragioni sbagliate. Le medesime che tormentano l'uomo moderno, da cui Nietzsche-Zarathustra vorrebbe affrancare. 
L'unica opportunità è riuscire a liberare il professor Breuer da una sofferenza volgare, affinché ne raggiunga una più nobile, elevata, onesta: è lui a dover in primo luogo prestare ascolto alla personale voce interiore:
Nelle nostre sedute i pazienti sono due, ma il caso più urgente sono io.
La ragione appare chiara. Il professor Breuer reprime le emozioni fino a rendersi incapace di esprimerle, divenendo loro prigioniero, ignorando la verità di cui esse sono portatrici:
... credete di essere troppo delicato per provare ira. Mentre un po' di vendetta fa bene, Joseph. Ingoiare il risentimento fa ammalare. 
Ciò fa da complemento a un importante corollario: la difficoltà di curare Nietzsche, per la semplice ragione che non c'è niente da curare, se non intervenendo farmacologicamente sui terribili sintomi. 

Il libro di Irvin D. Yalom permette di riconsiderare le speculazioni di Friedrich Nietzsche sotto molti aspetti, spesso fraintese e distorte.

Specialmente a seguito della pubblicazione, a cura della sorella (Elizabeth), di una raccolta postuma di appunti con il titolo "La volontà di potenza".  La potenza di cui si parla nel romanzo è il tentativo disperato, non alla portata di chiunque, di giungere a un pensiero concreto e vitale. Il prezzo richiesto è a dir poco esorbitante. È la vocazione alla solitudine, alla riconquista della individualità libera e cosciente, in ciò perfettamente coerente con il Romanticismo più spinto. È il Romanticismo a valorizzare la potenza creatrice (e la libertà) del singolo, un tutt'uno col rischio di fronteggiare i propri limiti e scoprire, tramite essi, l'abisso o l'infinito leopardiano: il classico bivio dell'esistenza, destino dell'essere umano, troppo umano. 
La risposta è nel bivio e nei paradossi che esprime. La verità è un paradosso. Non ci si stanca mai di cercarla e, una volta trovata, non la si sopporta, a meno di costruirsene una di comodo:
E forse, Josef, vivere al sicuro è pericoloso. Pericoloso e mortale.
Tanto vale, allora, seguire il filosofo e accogliere quella che nulla nasconde, semplice e terribile perché allontana anche l'ultima speranza. Speranza che, ridimensionando il mito di Pandora, fa il paio con i mali usciti dal suo vaso. Anzi, per Nietzsche è il male supremo, protraendo il tormento nell'attesa. Sperare significa votarsi al timore, all'incertezza, al malessere. 
Quelle raccontate nel romanzo sono davvero due storie parallele. Friedrich Nietzsche non ha vita sociale, Josef Breuer sì. Diverse sono le vocazioni di entrambi: Nietzsche ha un messaggio da tramandare e ha bisogno di solitudine per lasciare un segno indelebile. Se Breuer lo imitasse, lascerebbe un mondo destinato a proseguire benissimo senza di lui. 
Se immaginiamo una strada che si biforca, l'uno non poteva seguire quella dell'altro. Nessuno di loro sarebbe stato più libero. Che sia questa la meta, alla fine? Accettare e conquistare la verità personale che intimidisce. Non necessariamente assoluta, definitiva, ma quella che ti riguarda, strappata dalle regioni più profonde del tuo sé.


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    Le lacrime di Nietzsche

    È un giorno di ottobre del 1882 e Josef Breuer, quarantenne geniale psichiatra, medico personale a Vienna di artisti e filosofi come Brahms, Brücke e Brentano, è al Caffè Sorrento in compagnia di una giovane donna che non conosce, ma che ha avuto l’impudenza di convocarlo nel rinomato caffè veneziano per una «questione di estrema urgenza» in cui ne andrebbe addirittura del «futuro della filosofia tedesca». La donna si chiama Lou Salomé ed è di inusuale bellezza: fronte poderosa, luminosi occhi azzurri, labbra piene e sensuali. Nonostante la temperatura pungente del mattino, si è tolta il manto di pelliccia e, guardandolo direttamente negli occhi, con voce ferma gli ha detto di temere per la vita di un suo caro amico: Friedrich Nietzsche, il pensatore tedesco che, secondo Richard Wagner, ha «regalato al mondo un’opera senza pari». Poi, posando leggermente la mano guantata sulla sua, ha aggiunto che il filosofo è in preda a una profonda prostrazione. Uno stato che si manifesta con una moltitudine impressionante di sintomi: emicrania, parziale cecità, nausea, insonnia, febbri, anoressia, e che lo porta ad assumere pericolose dosi di morfina... Così, attraverso la voce della musa della Vienna fin de siècle, Josef Breuer, stimato medico ebreo, futuro padre della psicanalisi, uomo dal comportamento ineccepibile e, tuttavia, oppresso anche dai legami e dalle convenzioni della vita borghese e matrimoniale e profondamente turbato dalla bella Bertha, sua paziente da due anni, apprende della disperazione estrema di colui che diverrà il suo più illustre paziente. Breuer, infatti, sottoporrà il filosofo alle sue cure, basate sulla convinzione che la guarigione del corpo passi attraverso quella dell’anima. E tra lui e Nietzsche, nel corso di numerose sedute, si instaurerà un dialogo serrato e coinvolgente durante il quale Breuer cercherà di arrivare alle radici del male oscuro del filosofo e di indurlo ad aprirgli il cuore.

    di  Irvin D. Yalom | Neri Pozza | Narrativa
    ISBN 978-8854504349 | cartaceo 10,63 € Acquista | ebook 8,99 € Acquista 

    Davide-Dotto

    Davide Dotto
    Sono nato a Terralba (OR) vivo nella provincia di Treviso e lavoro come impiegato presso un ente locale. Ho collaborato con Scrittevolmente, sono tra i redattori di Art-Litteram.com e curo il blog Ilnodoallapenna.com. Ho pubblicato una decina di racconti usciti in diverse antologie.
    Il ponte delle Vivene, Ciesse Edizioni.

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