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In primo piano

[Libri] "Sono cose da grandi" di Simona Sparaco, incipit #101

Ricorderò sempre quel che è accaduto.

Sono-cose-da-grandi-Simona-Sparaco-incipit

Sono cose da grandi

di  Simona Sparaco
Einaudi

cartaceo 10,20€
ebook 7,99€

Davanti a un televisore acceso. La paura che si insinua nei tuoi occhi. È stato un attimo, un battito d’ali, ho riconosciuto un tremore che prima non c’era.
Fino a quel momento avevo avuto la prontezza di cambiare canale ogni volta che la violenza di una scena irrompeva dallo schermo.
– Sono cose da grandi, – ti dicevo, quando tu, vispo e curioso, mi chiedevi di tornare indietro. Sembravi guidato da un istinto ingordo e avevi il distacco dello scienziato. Il mondo è per te un luogo da scoprire. Non provi ribrezzo quando prendi in mano uno scarafaggio e giochi con le sue zampette che si agitano nell’aria, non hai paura che ti punga o che possa nascondere un veleno letale.
Ma quel giorno l’insetto che avevamo davanti era l’immagine di un camion bianco che si getta sulla folla investendo adulti e bambini. Era la voce del giornalista che descriveva l’orrore di chi ha visto un padre o un figlio morire, su una strada, la Promenade des Anglais di Nizza, che fino a quel momento tu non avevi mai sentito nominare. Eppure era vicina. Tra le immagini del disastro c’era un passeggino identico al tuo. Una scarpa da ginnastica uguale a quella di tua cugina, ma insanguinata. Un peluche non tanto diverso da Bibi, l’orsetto che dorme con te da quando sei nato.

Ero troppo sconvolta per cambiare canale. Non mi sono neanche accorta che eri rimasto seduto lí accanto. La casa dei nonni è sempre un viavai disordinato, ti pensavo fuori, a giocare in giardino. Invece la tua voce acuta ha interrotto il brusio del telegiornale e ha aperto un varco nell’ipnosi collettiva.

Quella volta me lo hai detto tu: – È da grandi –. Avevi un tono supplichevole, lo sguardo liquido, pieno di sconcerto. Eri pallido, sembravi di pietra.
Ed eri tu, non io, a voler cambiare canale.
La nonna ti ha preso in braccio. E, mentre ti portava via, i miei occhi continuavano a frugare dentro i tuoi, tentando di decifrare la paura che ti era scivolata dentro, viscida e quatta. Una paura che non avevo mai neppure intravisto sul tuo volto e che adesso invece, con le sue zampette sottili, in un lampo si era spinta fino in fondo. Tu nascondevi il viso nei capelli della nonna mentre la paura se ne stava già rintanata da qualche parte dentro di te, a deporre le sue temibili uova.

Sin da che ti portavo in grembo mi sono misurata con l’urgenza di proteggerti. 

E ancora oggi, con l’insensatezza dell’istinto materno, vorrei poter dire che non è successo nulla. Ma cosí non è. Ho visto il modo in cui, la sera, stringevi Bibi prima di addormentarti. Ho letto il riflesso della paura nell’incubo che ti ha svegliato la notte, e in tutte le volte che da allora mi hai chiesto: – Mamma, dove vai? – preoccupato che potessi scomparire da un momento all’altro.

Li sentivi chiacchierare, i bambini piú grandi. Appollaiati sopra i letti a castello di legno, in montagna, figli di amici che tiravano tardi la sera e davanti a te parlavano dell’Isis come di un’entità simile all’uomo nero, come se i suoi seguaci non fossero, in alcuni casi, anche loro ragazzi dalla faccia pulita e l’aria da studiosi insospettabili. Temevano che quest’uomo nero potesse arrivare in qualunque istante e in qualunque luogo. Eravamo tutti in guerra, dicevano, nessuno escluso. Uno di loro ha detto alla sua mamma: – Voglio imparare l’arabo. Cosí, se arrivano i cattivi dell’Isis, io faccio finta di essere musulmano.

Che cosa avrai capito tu di quella richiesta, del baratto di identità che sottintendeva? Hai solo quattro anni, non puoi capire.

Ecco il perché di queste parole, amore mio. Le sto scrivendo anche per raccontarti quello che so sulla paura. Nell’illusione di offrirti quasi un manuale di sopravvivenza.
Le affronto per la prima volta, le mie paure, e mi chiedo se non siano le stesse che albergano nei cuori delle altre madri. Penso a loro, e rivedo il viso della mia. Le sue mani strette sulla vestaglia rossa, mentre sbircia fuori dalla finestra e socchiude lo sguardo scrutando il cielo nelle notti piene di musica da ballare, quella musica che mi faceva perdere la cognizione del tempo.

Quarta di copertina
"Sono cose da grandi" di Simona Sparaco, Einaudi, 2017.

«Questa lettera ha inizio nell'estate dei tuoi quattro anni. Quando le mie paure si sono schiuse davanti alle immagini di una strage. Poco dopo la Terra ha tremato. E anche io sono stata contagiata da quel tremore, perché l'ho avvertito in te».

Un giorno, davanti alla televisione, per la prima volta Simona riconosce negli occhi del figlio la paura. E non è la paura catartica delle fiabe, è quella suscitata dalla violenza del mondo. La frase usata fino ad allora per proteggerlo - «sono cose da grandi» - non funziona piú. Cosí decide di rivolgersi a lui, con semplicità, per dirgli ciò che sulla paura ha imparato. Ma anche per raccontargli la dolcezza di una vita quotidiana a due, tra barattoli pieni di insetti e scatole magiche dove custodire i propri desideri. Scrivendogli scopre la propria fragilità, e in questa fragilità, paradossalmente, una forza.
In questo tempo incerto e minaccioso, una madre prova a decifrare il mondo per suo figlio, reinventandolo attraverso i giochi e le storie che crea ogni giorno per lui.

★★★★★

Il buon giorno si vede dal mattino, dicono, e un buon incipit e una copertina accattivante possono essere il perfetto bigliettino da visita di un libro.
Secondo voi, quante stelline si merita il biglietto da visita di questo libro?

Tutti i nostri incipit:


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Il blog culturale degli scrittori emergenti: letteratura, webmagazine, travel&living, arte, promozioni speciali e servizi editoriali.
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