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In primo piano

[Inediti d'autore] Racconto: "L'amore non esiste" di Ornella Nalon

Racconto-L-amore-non-esiste-Ornella-Nalon

Sei disteso su questo letto di raso rosso il cui colore sembra leggermente ravvivare le tue guance, altrimenti cerulee. 

Gli occhi chiusi, in un riposo senza più ritorno. Le labbra leggermente rivolte verso l'alto a conferirti un'espressione serena, come di chi ha lasciato il mondo in pace con se stesso. Sembra un sorriso appena accennato. Chissà a chi lo avrai dedicato, qual è stato il soggetto del tuo ultimo pensiero che si è guadagnato la tua approvazione. Egoisticamente, vorrei essere stata io. Non tua figlia, che pure hai amato con tutto il cuore, e nemmeno tua nipote, che hai adorato in maniera altrettanto profonda, ma io, la compagna con cui hai scelto di condividere cinquant'anni della tua vita. Credo di averlo meritato, ritengo che mi spetti di diritto. Non mi riferisco al diritto dei codici legislativi, ma a quello naturale, che proviene dal buon senso, dal proprio codice morale.
Laura mi chiama ancora, vuole che la segua e che mi allontani da te. Nostra figlia pensa che starti vicino, in questo momento, mi possa fare del male. Ma io credo che finché ti starò accanto il male non mi possa toccare, nemmeno se tu giaci di fronte a me, inanimato.
Non sono pronta a lasciarti andare; la fune che ci lega ha un nodo ancora troppo stretto, so che lo devo sciogliere, ma non adesso, non subito. Voglio ripercorre con te i nostri ricordi, dirti quello che ho sempre tenuto per me stessa, forse per vigliaccheria o per generosità, chi mai può dirlo.


“L'amore non esiste”, mi diceva mia madre ed è quello che ho sempre pensato anch'io, anche quando, stretta nell'abito bianco che aveva finito di cucire il giorno prima, ho varcato la soglia della chiesa.

I miei passi erano lenti e incerti, mentre la musica dell'organo, con le sue profonde note, si diffondeva in tutta l'aula. Erano lenti non per adattarmi a un rito, ma per la mia indecisione. Ero tentata di staccarmi dal braccio di mio padre e di scappare. Scappare da un futuro già tracciato, forse comodo, di certo convenzionale, ma non del tutto consapevole. Il nostro matrimonio rappresentava più un dovere che non il coronamento di un intenso desiderio.
Poi, alla fine, mi sono ritrovata al tuo fianco, di fronte all'altare. Tu mi hai sorriso, emozionato come non ti avevo mai visto,  e io ho pensato che, di certo, eri quanto di meglio mi poteva spettare.
Se come credevo, l'amore non esisteva, era inutile cercarlo nello sguardo di un altro uomo. Quello che i tuoi occhi mi trasmettevano, in quel momento, mi bastava per decidere di legarmi a te per tutta la vita.
Erano i tempi in cui l'unica aspettativa della donna era quella di diventare una moglie devota e una brava mamma ed è stato quanto mi sono impegnata di fare, quando ho pronunciato il mio “sì”.
Non è stato sempre facile mantenere la mia promessa. In alcuni momenti, mi sono sentita imbrigliata in catene troppo strette che tendevano a soffocare i miei istinti di libertà, altre volte era la mia femminilità a soffrirne. Forse, dimensioni e spazi troppo esigui, o forse non propriamente a me consoni. Ma quali potevano essere non avrei mai avuto modo di scoprirli.
Dopo poco è arrivata Laura. Mi dovevo ancora abituare a essere moglie che già mi sono ritrovata madre. Con il tempo, ho scoperto che il nuovo compito era ancora più gravoso del primo anche se di gran lunga più coinvolgente. Dare la vita è sempre un evento straordinario e se ne resta del tutto assorbiti. È stato da allora che il “noi” ha preso un nuovo significato: prima voleva soltanto dire “io e te”, dopo, in alcuni casi, “io e lei”, mentre tu eri quasi mai contemplato.

Ti sarai mai sentito messo da parte? Avrai sofferto per il mio calo di attenzioni? 

Solo ora mi chiedo se puoi aver cercato tra le braccia di un'altra donna quello che non riuscivi più ad avere da me. Magari, avrai voluto ritagliarti qualche momento in cui sentirti nuovamente messo al primo posto; non ti biasimo se lo hai fatto, forse l'avrei anche meritato. Tuttavia, se è successo non me ne sono resa conto; sarai stato bravo a nasconderlo oppure, forse, ero io a non essere in grado di accorgersene. 
Nostra figlia stava crescendo, sana di costituzione e di principi, quelli in cui noi stessi credevamo, perché, in fondo, cos'è un figlio se non la prosecuzione di ciò che siamo? Ne avresti voluto almeno un altro, per dare un fratello alla nostra primogenita, per tornare indietro nel tempo, ringiovanendo con una nuova vita. Ma il cielo non lo ha voluto. Era scritto che dovevamo rimanere in tre e così è stato, per lungo tempo, anche se a un certo punto, la malattia si è affacciata alla nostra porta e sembrava mi volesse portare via.
Ricordi quanto ero spaventata? Quante lacrime ho lasciato cadere sulle tue spalle mentre mi stringevi a te e mi esortavi a non arrendermi: «Sarai più forte del male, noi vinceremo!».
E quel “noi” era tornato nuovamente, nella sua completezza. Contemplava un'unione non di due, ma di tre persone, unite nella solidarietà e nel profondo affetto.
Non so bene se sia stata la forza che mi hai trasmesso, l'enorme senso di responsabilità che sentivo verso di te e di Laura, oppure, semplicemente, se il mio nome non era ancora stato inserito nell'appello di San Pietro, ma ce l'ho fatta. Sono uscita da quell'esperienza ancor più di prima fortificata. Arricchita da una nuova prospettiva sulla vita. Piccoli particolari, dapprima insignificanti, ora assumevano maggior rilievo. Un'alba rappresentava la luce di un nuovo giorno di cui gioire, il tramonto una promessa di un roseo futuro. È stata l'occasione in cui ho rivalutato anche te: non ti vedevo più come un compagno conferito dalle convenzioni, che avevo idealmente collocato ai margini dei miei interessi, ma un punto focale di riferimento, motivo di conforto e di condivisione. È stato uno dei nostri tempi migliori.

Intanto Laura stava crescendo; cominciava ad aprirsi alla vita. 

Si staccava ogni giorno di più dalla nostra protezione e imparava a inserirsi in una dimensione tutta sua, quella che si stava costruendo, man mano, con i suoi personali traguardi e le sue piccole sconfitte.
Sicuramente, tra noi due, sei stato tu che hai avuto più difficoltà ad accettare la sua esigenza di autonomia. Avresti voluto tenerla legata a te per sempre, contro ogni logica, pur sapendo che il tuo ruolo non sarebbe mai stato rimpiazzato, ma soltanto ridimensionato.
Ricordo ancora le tue strane espressioni, quando conoscevi uno dei suoi nuovi amici. I commenti li riservavi soltanto a me ed erano solo di critica. Mi viene ancora da sorridere se penso alle strampalate scuse che arrogavi per non farti piacere nessuno di loro. Quello era troppo basso, l'altro aveva i capelli lunghi, l'altro ancora parlava con la erre moscia; chi mai poteva competere con i pregi di nostra figlia che, se non le conferivano la perfezione, gliela facevano quasi raggiungere? Alla fine, con Alberto, ti sei dovuto rassegnare. Quando hai compreso che sarebbe stato lui la sua scelta definitiva, hai riposto la tua subdola forma di gelosia e l'hai accolto in famiglia. Non più come un rivale e nemico, ma come quel figlio maschio che avresti voluto e che non abbiamo potuto avere.
È stato bello vederti, emozionato e fiero, accompagnarla all'altare. Lo è stato ancora di più quando i tuoi occhi si sono bagnati di lacrime mentre prendevi in braccio il suo neonato. Il tuoi capelli erano bianchi, il viso segnato da qualche ruga, ma in quel momento ho rivisto il giovane uomo, bello, emozionato e fragile che, tanti anni prima mi aveva chiesto in sposa.


Laura se ne era andata da casa nostra, lasciando un vuoto che strideva di nostalgia. Abbiamo dovuto imparare a riempire i suoi spazi con qualcosa in più di noi.

A volte, stare troppo vicini può dividere, può far diventare intollerabili certi atteggiamenti che prima nemmeno si notavano. Nel nostro caso, invece, abbiamo imparato a conoscerci ancora di più e a farci apprezzare anche gli aspetti diversi del nostro essere. Non volevi più che mi alzassi a prepararti la colazione, ora eri tu che me la portavi a letto, con una rosa appena colta dal giardino dolcemente posata sul vassoio. E io volevo accompagnarti alle tue gare di pesca, anche se vedere i pesci infilzati all'amo mi straziava il cuore. Poi ci siamo iscritti a un corso di pittura, anche se ero solo io ad avere sempre amato disegnare e a quello di ballo perché eri tu che ti sentivi un Fred Aster. E le sere trascorse ad ascoltare musica di Bach, seduti sul divano, ad occhi chiusi, tenendoci per mano...
«Mamma, adesso dobbiamo proprio andare. Fra poco comincia la cerimonia».
Hai sentito, Giulio? È arrivato il momento di dirci addio. Tutti noi sappiamo che verremo divisi, ma non ne siamo mai pronti.

Non siamo giovani, ma in cuor mio speravo di avere ancora qualche anno da godere della tua presenza. 

 Alcune volte, nel silenzio della notte, mentre udivo il tuo respiro appesantito da un sonno profondo, pensavo al giorno che uno di noi sarebbe mancato. Pensieri veloci che duravano un attimo e che cacciavo con tutta me stessa, ma sai una cosa? Ero sempre io a partire per prima e mi dispiacevo del dolore che ti avrei causato.
«Mamma, ti prego!»
Laura mi sta implorando. Sta soffrendo anche lei e non posso contribuire a farla stare ancora più male. Devo andare; in fondo lascerò solo il tuo corpo, ma la tua essenza vivrà dentro di me per sempre.
Ho sempre pensato che l'amore non esistesse; solo ora so, con certezza, che mi sono sempre sbagliata.  Addio, amore mio.


Ornella Nalon
I miei hobby sono: il giardinaggio, la buona cucina, il cinema e, naturalmente, la scrittura, che pratico con frequenza quotidiana. Scrivo con passione e trasporto e riesco a emozionarmi mentre lo faccio. La mia speranza è di trasmettere almeno un po’ di quella emozione a coloro che leggeranno le mie storie.
Quattro sentieri variopinti”, Arduino Sacco Editore
Oltre i Confini del Mondo”, 0111 Edizioni
Ad ali spiegate”, Edizioni Montag
Non tutto è come sembra”, da 0111 Edizioni.

About Lisi

Il blog culturale degli scrittori emergenti: letteratura, webmagazine, travel&living, arte, promozioni speciali e servizi editoriali.
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