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In primo piano

[Libri] "Le streghe son tornate" di Vanna De Angelis, incipit #106

Triora, 1588.
«E diranno che rido.»

Le-streghe-son-tornate

Le streghe
son tornate

di  Vanna De Angelis
Piemme

cartaceo 13,60€
ebook 9,99€

Se è prodigio che in certi attimi il sole contenda agli acquazzoni quell’angolo dell’entroterra intorno ad Albenga, folto di boschi e di magie, il folclore popolare ligure assicura che in quel prodigioso istante, quando pioggia e sole sgomitano intorno all’arcobaleno, la strega fa l’amore.
Franchetta Borelli doveva conoscere bene quei giorni estivi di cielo incerto e piogge improvvise, giorni d’amore per la strega, creatura di confini. Il suo regno è zona ambigua dunque, in forse eterno fra realtà e sogno, donna e maga, giorno e notte, pioggia e sole, creatura di un mondo stravolto eletto a regno degli amori.
Ben altri amori rispetto ai fetidi amplessi con Satana di cui fu accusata dall’inquisitore, colpa mai ammessa nella tortura e nei tormenti.
Dicevano della Borelli che fu puttana. Gran meretrice. Vai a sapere che questa sarebbe stata la sua fama, e ancor peggio quella di strega, quando, intorno al 1530, appena nata (e purtroppo per lei, femmina), innocente al fonte battesimale, fra gran svolazzare di cherubini sulla volta della chiesa di Triora, le venne dato il nome di Franchetta. Nome comune da quelle parti non distanti dalla terra di Francia, come fu per quell’altra Franchetta della famiglia dei Ferrandino, straziata negli attrezzi della tortura, come accadde alla nostra e dallo stesso inquisitore, Giulio Scribani. Subì per trentadue ore il tormento del cavalletto, muta e tenace, come Franchetta Borelli, nel non voler confessare d’essere strega. Piuttosto morire. Piuttosto venir arsa. Meglio bruciare, che almeno in tutto quello sfavillare di tizzoni il corpo se ne va e se ne vanno tormenti e tortura, ormai insopportabili per la vittima, mai intollerabili per l’inquisitore.

Da Triora al Buranco

Ma questa del processo, che vi fu nel 1588, è storia ancora lontana per le donne di Triora quando Franchetta Borelli vide la luce in quel paese della diocesi di Albenga, arroccato in alto, al limite della valle Argentina. Paese di marinai e di streghe, Triora, ultimo lembo verso ovest della repubblica di Genova, ghiotto boccone per gli appetiti dei Savoia che già insidiavano Ventimiglia. Genova, ricca di filatoi di seta e di velieri, cocciutamente indipendente, non venne mai conquistata dall’infaticabile Emanuele Filiberto duca di Savoia, detto “Testa di Ferro” per l’elmo del guerriero tanto avvitato sul collo da non levarselo, a quanto si diceva, neppure di notte. Insonne per furore militare nell’edificare il suo regno: la Savoia, nella quale, peraltro, fu accanita la caccia alle streghe, e con gran moltitudine di roghi.
Ma torniamo a quei giorni di Liguria fra pioggia e sole. Giorni d’amore stregoneschi. In quelle sue estati giovani, Franchetta Borelli faceva cenno all’amante.
Usciva dal paese sola, bella e lenta, l’amore non aveva fretta per lei, indifferente alla maldicenza. Si lasciava alle spalle poderi e pascoli di cui era proprietaria, figlia, e quindi erede, del ricco Giovanni Battistino Borelli di Triora, morto non si sa quando, ma ormai con entrambi i piedi saldamente piantati nell’aldilà nell’anno in cui Franchetta venne trascinata davanti all’inquisitore per essere giudicata strega.

Ancora ignara del suo destino, Franchetta camminava nei boschi, un occhio da guaritrice alle erbe mediche di cui conosceva segreti di vita e di morte, e l’altro ai castagni. 

Ed era occhio da padrona, questo, che valuta se belle, grosse e sane da vermi sarebbero maturate quell’anno le castagne, calcolando quantità del raccolto e ricavato. L’attendevano beatissime lussurie in quei pomeriggi di moscerini a mezz’aria quando la pioggia ti sorprende improvvisa e nubi rapide si alzano gonfi e dal mare e serrano il cielo e lo svelano, lasciando spazio breve al sole.
Franchetta faceva l’amore fra pioggia e sole accanto ai cespugli irti, a un passo dagli strapiombi, tane di diavoli.
E quale, fra i tanti, se non anche l’orrido del Buranco? Crepaccio visitato da Satana di cui annusavi nell’aria, anche di giorno, il fiato mefitico, capace di stravolgere l’anima di chiunque ma non quella di Franchetta, grande strega, e da Satana quindi altamente protetta. Il Buranco dei suicidi, perché di suicidi si parla fin dal Medioevo, uomini resi malinconici dalle streghe. Ma buttarsi in quel vuoto è nulla quando il cuore è disperato. Neppure il salto in quel burrone d’inferno sembra gran cosa rispetto ai colpi della vita. Altro che streghe. A quei tempi i disperati assommavano carestie, fame e miseria, guerre, peste e figli morti, e amori infelici che neppure una strega come Franchetta riusciva a risanare con qualche sua pozione. Il Buranco, detto anche “salto del lupo”, dal giorno in cui, uscendo dai boschi alti sulla costa, un lupo imparò da una strega la strada degli ovili e delle culle. Sbranò pecore e neonati. Fino a quando, fuggendo inseguito da contadini armati di forche e di scongiuri, si trovò il passo sbarrato dal Buranco, e saltò da una parte all’altra. Di miracolo si sarebbe parlato se non fosse stato lampante che fu volontà non degli angeli, ma del Demonio, che un lupo volasse con un solo balzo oltre l’infernale baratro, salvando così la pellaccia. E poi via nel folto dei boschi.

Per l’affronto di quella fuga ignominiosa, e per spregio, tornò solo in certe notti, quel lupo-strega, pronto a divorare i cristiani non abbastanza rapidi nel farsi il segno della croce. 

Se ne fuggiva poi, incatturabile, lungo la strada che da quel lembo della Liguria porta diritto all’inferno.
Da Triora al Buranco il passo è lungo, anche se di streghe si tratta, a meno che non si alzasse nell’aria sul serio Franchetta, come un corvo o un pipistrello, ma chissà. L’amante poteva giungerci a cavallo, lui, o essere del luogo e già pronto all’attesa.
E certo, si sussurrava, del tutto pazzo di desiderio, lui e tutti gli altri che se la portarono fra pioggia e sole, quella Franchetta Borelli maestra di filtri potenti, magie d’amore incluse. Tanto strega da conoscerli tutti, se no perché lei – si domandavano le donne di Triora – lei e non me avrebbero amato gli uomini del paese e del circondario? Fu questa domanda, fra l’altro, che indusse non poche delle donne finite come streghe fra le quattro mura della camera dei supplizi ad accusare di stregoneria Franchetta Borelli. Accusa germogliata dall’invidia. Dalla gelosia. O dalla tortura. Ma verità sacrosanta, secondo gli inquisitori.

Filtri d’amore e antidoti

Filtri d’amore non ne mancavano all’epoca, anzi, se ne conoscevano una sfilza, ma bisognava essere streghe come Franchetta e le altre perché andassero a buon fine. Che cosa serviva se no sapere che basta raccogliere i fiori della pervinca che inzurrano i bordi dei fossati, e cercare lombrichi da fare bollire insieme a quei fiori? Dell’intruglio disseccato se ne faccia una polvere, infallibile nel suscitare desiderio sessuale in un uomo e solo per colei che questa polvere è capace di «somministrargli nella carne». Resta da capire se «nella carne» significhi cospargere di pervinca e lombrico una ferita aperta nel corpo dell’amato. O, approfittando dell’accenno di un bacio, attendere che l’uomo dischiuda le labbra, fra cui rapida infilare le dita prima nascostamente impolverate con il magico intruglio. O raccogliere la saliva di lui, o strappargli un ciuffo di capelli e sottrargli una calza da unire poi alla propria saliva o capelli o calza. Così congiunti, i due elementi del corpo di uomo e donna vanno avvolti in un nastro o lembo di stoffa, ma che sia rossa, e su tutto quel rosso occorre scrivere, con il sangue, il nome dell’uomo e il proprio. Non è che l’inizio della magia, questo, perché è indispensabile poi un passero da acciuffare destramente dopo averlo adescato con qualche briciola davanti alla porta di casa. E subito tirargli il collo e svuotarlo dei visceri e imbottirlo di quel fagottino di stoffa rossa di cui si diceva. Così farcito, il passero va posto sotto l’ascella, quella sinistra. Qui va tenuto ben stretto, giorno e notte. Fino a quando imputridisca, quel corpicino, e fa niente il fetore progressivo: chi potrebbe mai badarci quando il pensiero dominante è la passione? Accendere un bel fuoco nel camino, anche se è agosto e di caldo si soffoca, e davanti al fuoco togliere da sotto l’ascella il passero ormai corrotto, deporlo davanti alle fiamme e lasciar che asciughi e secchi ben bene. Adesso sì che si può uscire di casa e in fretta a cercare l’amato; adesso che la malia è compiuta saranno baci, abbracci e amore eterno, da fare di quell’uomo quel che si vuole.

E ancora: con due coltelli, nuovi e soprattutto mai usati per tagliare aglio, uscire di casa all’alba di venerdì, giorno magico. 

Nei prati molli d’umidità, e meglio se la giornata è nebbiosa, cercare lombrichi e cavarne con i coltelli fuori dalla loro tana terrosa due, non di più e non di meno. Tagliare testa e coda, tenendo entrambi i coltelli uniti – e qui il numero due, simbolo di coppia, si spreca –, raccogliere il corpo verminoso e tornare a casa. Chiuse porte e finestre, ciò che rimane dei lombrichi va cosparso di sperma. Va da sé che quest’ultimo ingrediente bisognerà ingegnarsi per procurarselo fresco, ma in ogni caso si dissecchi il tutto per farne una polvere. Espedienti non ne mancheranno a una donna, da sempre preposta a preparare cibo, per far ingoiare all’uomo desiderato la magia, mescolandola a qualche intingolo. Dopo il pasto, fosse anche frugale, l’uomo verrà folgorato dalla passione. E per sempre, come nelle favole.
Volumi e volumi raccontano di filtri d’amore, magie e formule da pronunciare in un sussurro fissando negli occhi chi si vuole sedurre. Sortilegi da far perdere il senno a chiunque, compreso l’inquisitore, e alcuni ce ne furono, di inquisitori maleficati, che per le nude membra di una strega in tortura si giocarono il cuore.

Veleni

Non perse il senno per filtro o magia d’amore Giulio Scribani, inquisitore civile inviato da Genova a Triora, l’8 luglio del 1588, per mettere ordine nel processo alle donne streghe. E neppure, prima di lui, quel Girolamo Del Pozzo, protetto dalla tonaca nera e bianca del domenicano, che a quel processo dette inizio nell’ottobre del 1587.
Un veleno che odorava di morte saturava le menti di Scribani e Del Pozzo, e quelle dell’infinita schiera di inquisitori che dal 1300, per quattro secoli, accese l’Europa di roghi e la cosparse di cenere.
Fu il veleno del pregiudizio, del dogma, del principio inderogabile. Fu la paralisi della ragione che si accoppiava a un disprezzo mortale per le donne. Fu un rigore cadaverico che nella donna vedeva la strega.
Nell’Europa cristiana dal 1300 a tutto il 1600 fu la donna ad ardere per stregoneria. La sua persecuzione veniva incoraggiata, motivata, articolata nei testi – e sono migliaia – che teologi e giuristi, vale a dire uomini di fede e uomini di legge, si ingegnarono a scrivere per dimostrare che la strega non poteva essere che donna, e in quanto tale serva del Diavolo: la sentenza ovunque prevedeva il rogo, poiché solo il fuoco garantiva la distruzione delle malefiche. Gli stregoni furono pochi, e bruciati più per eresia o ribellione al potere costituito che per essere maghi.
Nella strega l’inquisitore uccideva le proprie tentazioni e la propria paura. In un mondo che stava attraversando un vertiginoso mutamento – dalla scoperta dell’America a Galileo, al pensiero rinascimentale – meno l’inquisitore si sentiva protetto da Dio e più si accaniva a stanare il Diavolo nascosto nel grembo femminile.

Maneggiava un’arma infallibile: la tortura. 

Con la tortura l’inquisitore spogliava la donna della sua innocenza per consegnarla, colpevole confessa, nelle mani del boia. Contro ogni evidenza dei fatti l’inquisitore giudicava verità le confessioni estorte nella sofferenza e nel supplizio.
Jules Michelet – lo scrittore ottocentesco che degli inquisitori di ogni epoca detestò la feroce stupidità e l’imbecillità crudele – narra di una strega che in tortura confessò di aver tolto dalla bara un bambino e di aver usato per le proprie stregonesche pozioni quel cadaverino. Il marito della donna convinse i giudici a recarsi al cimitero: nella bara venne trovato il cadavere del bimbo, non dissepolto da alcuna mano sacrilega. «Ma il giudice» scrive Michelet «decise, contro la testimonianza dei propri occhi, che quel cadavere era una apparenza, un’illusione diabolica. Egli antepose la confessione della donna al fatto stesso. E così essa venne bruciata.»
Se ne infischia Michelet delle giustificazioni con cui una mirabolante schiera di studiosi e di storici, spulciando i processi per stregoneria – e il processo alle donne di Triora ne è un esempio che vale per tutti –, assolse da ogni responsabilità i giudici e gli inquisitori, che torturarono e arsero milioni di donne in tutta Europa.
Uomini del loro tempo, assicurano gli studiosi, mentalità specifiche che esigono comprensione: per giudicare i giudici bisogna pur mettersi nei loro panni, anche se di ottima e dignitosa lana o cotone rispetto ai camicioni di tela con cui venivano ricoperti a malapena i femminili corpi nudi da avvitare negli attrezzi di tortura; bisogna pur interpretare, ammoniscono gli studiosi, le convinzioni di un uomo nato in epoche torve, prima di dargli dell’asino, come fa Michelet, o del sadico fanatico.

Michelet, da parte sua, disprezza le dotte analisi e si schiera dalla parte delle donne torturate e condannate. 

E scrive: «...furon trovati supplizi apposta per loro; inventati dolori a loro strazio. Venivano giudicate in massa, condannate per una parola». E da uomini che furono giuristi, filosofi, progressisti in politica, gran dottori di ingegno e di sapere. Eppure tutti, appena nell’aria si fiutava la strega, svuotavano il cranio e il cuore per imboccare arroganti, maledettamente fieri e del tutto imperterriti la strada dell’ottusità e della ferocia. Instancabili nella caccia alle streghe. Soddisfatti per le torture inflitte. Orgogliosi di quel fetore di carne bruciata che ammorbava l’aria nelle piazze in cui si ardeva viva una donna dopo l’altra, una donna insieme alle altre. Per citare solo alcuni casi, vennero bruciate vive settemila streghe a Treviri; cinquecento a Ginerva nel 1513; ottocento a Wirzburg e millecinquecento a Bamberg in quegli stessi anni; e il Parlamento di Tolosa mandò al rogo contemporaneamente quattrocento streghe.
Vanitosi, per di più, gli inquisitori. Come il giudice della Lorena, quel Nicholas Remy che, nella stessa epoca, arse ottocento streghe e scrisse: «La mia giustizia è così eccellente che molte in carcere riescono a uccidersi per strangolamento – cioè si impiccarono – ritenendo ormai inutile il mio verdetto». Convinto che una donna accusata di stregoneria riuscisse a impiccarsi fra le pietre del carcere per sollevare generosa il proprio giudice dalla fatica di un interrogatorio cruento: toglie il disturbo lei, dice Remy, ben sapendosi strega, e tanti saluti.

Quarta di copertina
"Le streghe son tornate" di Vanna De Angelis, Piemme, 2016.

La donna è un abisso di mistero che gli uomini faticano a comprendere, per questo a volte ne hanno paura, e definiscono irrazionalità o isteria quello che semplicemente sfugge al loro controllo. È la femminilità stessa che spesso li ossessiona. Per quattro secoli a questa ossessione è stato dato il nome di strega.
Dal Medioevo alle soglie dell'Illuminismo, e oltre, sono state centinaia di migliaia le donne torturate, processate, mandate al rogo con l'accusa di stregoneria, un olocausto misconosciuto, una follia persecutoria alimentata da cupidigia, ignoranza e superstizione. Tanto folle che Michel de Montaigne, il grande filosofo francese, si stupiva che la religione cattolica non annoverasse la crudeltà tra i peccati capitali. Non ci voleva molto a essere sospettate, e spesso erano le donne più libere, anticonformiste o esperte di medicamenti a fare le spese dell'ottusità del potere. In Italia come in Francia, Germania e Spagna, nel Vecchio Mondo come nel Nuovo.
Nel racconto dei principali processi di stregoneria, ricostruiti sulla base di atti processuali e documenti dell'epoca, rivive una lunga pagina che solo l'oblio del tempo può farci avvertire folcloristica, ma che è stata una vera e propria persecuzione. Oggi lo chiameremmo femminicidio. Attraverso i ritratti di alcune di queste donne, e l'accanimento con cui sono state trattate, si possono illuminare molti aspetti dei rapporti tra i sessi nel corso della storia. E perfino del presente.

★★★★★

Il buon giorno si vede dal mattino, dicono, e un buon incipit e una copertina accattivante possono essere il perfetto bigliettino da visita di un libro.
Secondo voi, quante stelline si merita il biglietto da visita di questo libro?

Tutti i nostri incipit:



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