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In primo piano

[Libri] "Quello che l'acqua nasconde" di Alessandro Perissinotto, recensione di Elena Genero Santoro

Quello-acqua-nasconde-Alessandro-perissinotto-recensione

Quello che l'acqua nasconde, di Alessandro Perissinotto, Piemme, 2017. Un viaggio tra le rovine del nostro passato recente e memorie rimosse: perché i lager non si sono chiusi nel 1945 e il crudele gioco di vittime e torturatori è continuato a lungo. Troppo a lungo.

Alessandro Perissinotto è un autore che finora non ha sbagliato un solo colpo e che continua a sfornare opere corpose, complesse, ma che arrivano al lettore. Sarà perché lui ambienta tutto in posti reali, con dovizia di dettagli. 
In “Quello che l’acqua nasconde”, la storia si svolge a Torino e numerosi angoli della città vengono descritti esattamente come sono. Il Quadrilatero vicino a via Tre Galline. Il salone conferenze dell’Unione Industriale dove sono stata numerose volte. I Murazzi. Piazza Vittorio.
Torino funge da scenografia, sia chiaro, ma per una torinese come me fa sempre effetto che un autore, altrettanto torinese, descriva luoghi noti. È curioso vedere con occhi altrui ciò che già si conosce e scoprire che il risultato sia lo stesso, oppure, al contrario, che ci siano dettagli che erano sfuggiti, fino a quel momento.
I libri di Perissinotto hanno sempre tanti ingredienti ed alcuni elementi ricorrenti, per esempio,  come dicevo, le descrizioni articolate di posti esistenti che rendono il tutto più realistico. Non manca mai il senso imminente della tragedia, molto piemontese anche quello. La caratterizzazione  dei personaggi è ogni volta perfetta.
Inoltre, anche in questo libro, la storia trae spunto da qualcosa di reale e su essa si innesta. Ed è proprio questa la bravura dell’autore: circondare gli elementi di fantasia con un contesto pertinente e farli così mimetizzare completamente con la realtà. A quel punto diventa difficile capire dove finisca la cronaca e dove inizi la fiction.

In “Quello che l’acqua nasconde”,  Edoardo Rubessi è un medico genetista, stimato al punto da essere addirittura in odore di Nobel. 

Ha vissuto per decenni negli Stati Uniti dove ha sposato Susan, un’italoamericana. Ora è a Torino dopo aver accettato un progetto su una malattia rara che colpisce i bambini. Sta tenendo una conferenza. Qui incontra un suo vecchio conoscente, Aldo, che molto più modestamente insegna biologia in una scuola superiore e che poi sarà il narratore di tutta la storia.
Rubessi, però, viene fermato anche da un uomo anziano, uscito dal suo passato, il quale inizia a perseguitarlo minacciando di rivelare dei fatti che potrebbero rovinare la sua gloriosa carriera in ascesa.
Susan intuisce che qualcosa non va e che il marito le sta nascondendo delle verità importanti. Mentre la sua fiducia in Edoardo e nel loro matrimonio pian piano si sgretola, Susan inizia a indagare con l’aiuto di Aldo e, un passo alla volta, scoperchia il vaso di Pandora.
In principio Aldo e Susan temono un antico coinvolgimento di Edoardo con il terrorismo di sinistra degli anni Settanta, con le brigate rosse che a volte traevano la loro origine dai gruppi cattolici di cui sia Aldo sia Edoardo avevano fatto parte.
A un certo punto viene citato anche l’episodio dell’11 dicembre 1979 alla SAA, la Scuola di Amministrazione Aziendale sita presso Italia 61. I terroristi presero in ostaggio insegnanti e studenti per un giorno, perché questi erano simbolo del capitalismo, e ne gambizzarono qualcuno, scelto a caso. Io avevo quattro anni, ma mio zio, studente, era là, con la faccia a terra. Leggere di un episodio di cronaca che si è intrecciato con la storia della mia famiglia mi ha fatto una certa impressione. Ed è proprio quello che l’autore voleva: raggiungere il lettore adescandolo con una storia nota e magari condivisa.

Per un po’ si ha l’impressione che la narrazione vada a convergere sul terrorismo, tornato tristemente di attualità nelle nostre cronache, con un parallelismo tra anni di Piombo e momento presente. Invece lo sviluppo del racconto vira in tutt’altra direzione. 

Non inaspettatamente, se qualcuno sa cosa sia Villa Azzurra a Torino che viene citata già nelle prime pagine. Io non la conoscevo, in tutta sincerità, perché si parla di cose avvenute prima che io nascessi e talmente  terribili da voler essere dimenticate. Mi sono documentata su internet sperando che si trattasse di una invenzione narrativa, verosimile, ma esagerata, invece purtroppo è tutto vero, anche i nomi dei protagonisti o parte di essi. Villa Azzurra di Torino, diretta dal dottor Coda, è stata una clinica psichiatrica infantile, intendendo per “clinica psichiatrica” un lager di concezione precedente la legge Basaglia. Chiusa finalmente nel 1979, è stato il luogo in cui finivano i bambini definiti “ineducabili” e “pericolosi per sé e per gli altri”. Magari erano orfani, magari erano finiti in mano agli assistenti sociali. I pazienti al momento del ricovero potevano avere anche solo tre o quattro anni e, una volta lì, venivano legati per giorni al letto, o a un cancello o a un termosifone bollente. Il dottor Coda poi, eletto nel 1964, si divertiva particolarmente con gli “elettromassaggi pubici”, elevando a terapia una violenza e un sadismo del tutto gratuiti. È il momento in cui ci si domanda se i veri matti fossero quelli che stavano o dentro o quelli che stavano fuori.

manicomio

Le conseguenze di questa violenza sui bambini sono state, nella maggior parte dei casi, la distruzione completa del loro equilibrio psichico e la rovina di individui che se non erano matti prima di certo lo sono diventati dopo. Anche perché si sa che, una volta, i manicomi erano per lo più luoghi di contenzione per la gente scomoda, magari per persone di cui la famiglia di origine voleva liberarsi, e che, anche laddove ci fosse stato un vero malato di mente, la psichiatria non aveva certo un approccio terapeutico e curativo, ma limitativo e punitivo. Forse per ignoranza (nel senso che la medicina non era così evoluta), forse per pregiudizio, ma le cose stavano così. Si sa anche che la legge Basaglia ha chiuso quel genere di strutture proprio per il bene del malato, perché se hai una malattia psichica non puoi guarire laddove ti legano a un letto e ti trattano come un relitto umano, ma eventualmente dove ti circondano d’amore e ti creano un ambiente favorevole intorno, riconoscendoti una dignità.
Sulla vita nei manicomi e sulle ragioni per cui si veniva rinchiusi a forza avevo già avuto modo di documentarmi in passato. Quello che mi sfuggiva, o cui non avrei mai volute credere, è che potesse esistere un inferno del genere anche per dei minori in un contesto che non fosse un campo di concentramento nazista. Se penso alle moderne teorie pedagogiche che demonizzano persino uno scapaccione sul sedere, di certo non c’è confronto. Oggi fa persino sorridere che un bambino di tre anni, per quanto birbante, possa essere giudicato "ineducabile". A tre anni un bimbo deve ancora gettare tutte le basi, ma di sicuro se gli danno botte da mattina a sera è più probabile che cresca deviato e incarognito. Eppure fino a qualche decennio fa l'approccio era quello: i ribelli meritavano violenza.
Guardo i miei figli con struggimento, soprattutto il mio maschietto che ha l’argento vivo addosso, e penso con terrore che la sua vivacità in un’altra epoca lo avrebbe potuto condurre a subire quel tipo di violenze. Invece qui ha sempre trovato accoglimento e comprensione, la ricerca di un dialogo prima della correzione, per sua fortuna. Non gli è mai mancato un abbraccio, nonostante le marachelle.
"Quello che l'acqua nasconde" di Perissinotto è molto crudo e dettagliato anche nella descrizione delle brutalità subite dai bambini di Villa Azzurra, per cui non è per tutti. Il finale però, comunque, lascia uno spiraglio alla speranza.

Quello-che-acqua-nasconde

Quello che l'acqua nasconde

Edoardo Rubessi è un genetista di fama mondiale, un probabile premio Nobel. Quando, dopo trentacinque anni trascorsi negli Stati Uniti, torna nella sua Torino, tutti lo accolgono come colui che ha il potere di cambiare il destino dei bambini malati: tutti tranne il vecchio. Il vecchio è un uomo venuto dal passato, da quegli anni di piombo che Edoardo credeva di aver lasciato dietro la porta chiusa di una vita precedente. Ma basta una minuscola fenditura nel legno di quella porta perché il dolore e i misteri imprigionati per decenni escano in un soffio violento che investe Edoardo, e che fa vacillare la fiducia che sua moglie, Susan, ha sempre avuto in lui. E sarebbe bello poter liquidare il vecchio con una battuta, dire che è solo un mitomane, ma Susan non ci casca: il vecchio ha lo sguardo di chi sa farsi ubbidire, lo sguardo di un Lagerkommandant, e Susan quel lager domestico, quell'orrore alle porte di casa dovrà esplorarlo mattone per mattone prima di scoprire chi è veramente suo marito.

di Alessandro Perissinotto | Piemme | Narrativa
ISBN 978-88-566-5805-7 | cartaceo 15,73€ | ebook 9,99€
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Elena Genero Santoro
Ama viaggiare e conoscere persone che vivono in altri Paesi. Lettrice feroce e onnivora, scrive da quando aveva quattordici anni.
Perché ne sono innamorata, Montag.
L’occasione di una vita, Lettere Animate.
Immagina di aver sognato, PubGold.
Un errore di gioventù, 0111 Edizioni.
Gli Angeli del Bar di Fronte, 0111 Edizioni.
Il tesoro dentro, 0111 Edizioni.

About Elena Genero Santoro

Il blog culturale degli scrittori emergenti: letteratura, webmagazine, travel&living, arte, promozioni speciali e servizi editoriali.
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