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In primo piano

[Libri] "Se mi tornassi questa sera accanto" di Carmen Pellegrino, incipit #109

Lulù, cara, da tempo non abbiamo tue notizie e nemmeno il modo di poterne ricevere da altri.

Se-mi-tornassi-questa-sera-accanto-Carmen-Pellegrino-incipit

Se mi tornassi
questa sera accanto

di  Carmen Pellegrino
Giunti
cartaceo 13,60€
ebook 9,99€

Questo non è bello, lasciamelo dire, ma non è per rimproverarti che ti scrivo. Ho deciso di scriverti tutte le volte che posso, da oggi fino a Natale. E potrò spesso, se Nora non mi darà altre preoccupazioni, e se il fiume resterà quieto nei suoi argini. Al fiume, infatti, affiderò le lettere, ciascuna in una bottiglia. Le darò al fiume, a quest’acqua che sgorga dalla terra. Sai, Lulù, ho fiducia nelle cose che vengono da lì: la terra non mi ha mai tradito.
Quanto alle bottiglie, ne ho una scorta in cantina. Sono quelle rimaste vuote dopo la vendemmia. Quest’anno ho ricavato poco vino dalla mia barbera forestiera – tu diresti abusiva – ma anche stavolta è venuto robusto e comunque mi basterà. In paese dicevano che ero un ostinato a volere innestare un vitigno qui dove non poteva attecchire. E invece ha attecchito e, anno dopo anno, mi ricompensa come può. Al riguardo,
tuo nonno aveva un’idea precisa: finché c’è vigna c’è speranza, diceva, e per dimostrarlo faceva un tale baccano nei giorni di vendemmia...
Lulù, io non mi fermo più all’impossibilità.
Ieri abbiamo avuto il referto degli ultimi accertamenti di Nora. Hanno scritto declino irreversibile. Devo ammetterlo: mi hanno ferito queste due parole così aspre messe l’una accanto all’altra, con grafia impassibile. Mi sono chiesto se era così necessario specificarlo; se andava sottolineata così chiaramente l’irreversibilità di questo declino.
Il fatto è che ogni giorno s’ingoiano cose amare e si impiega veramente poco a convincersi che la vita stia andando alla fine. Ciò nonostante, qualcosa si potrà fare, o almeno non fare. Ho deciso che non aspetterò qui, consegnato alla rassegnazione, la fine della nostra casa, e in seguito forse vedrò che tutto questo non è stato che un altro inizio.
Così, non potendo mutare l’irreversibilità, ho cercato i contrari di declino e ho trovato ascesa, aumento, fioritura... Ho promesso a Nora che un giorno nel referto troveremo scritto fioritura irreversibile.
Bisognerà costruirla giorno dopo giorno questa fioritura, questo giardino in cima a un ghiacciaio. E come per la mia uva troverò il modo, il nutrimento, e ne sentiremo presto i profumi, questo le ho promesso. Lei ha sorriso come ormai fa sempre, anche quando non ce n’è motivo.
Sorridi anche tu quando leggerai queste righe. Un giorno ti arriveranno, insieme alle altre che ti manderò, dopo una piena di tutte le acque del mondo. Guarda un fiume, ogni tanto. Guarda dove più s’increspa l’acqua. Se ti conosco, so che lo farai. Io sono lì. Intanto, sii felice.
Tuo Giosuè


Quell’autunno, le foglie cadute nel giardino dei Pindari nessuno le raccolse. 

Fecero cumuli intorno alla quercia, che sembrava galleggiarvi sopra, ma quando pioveva di stravento si sparpagliavano e si attaccavano al cancello. Era un bel giardino, tutto sommato, anche se era un saliscendi di gobbe, con un muretto alzato alla buona che separava la parte in alto, con la quercia e i cespugli piccoli e ricadenti, dalla
parte in basso, con il roseto sfatto e la mimosa quand’era tempo, la vite americana e una infinita sequenza di sterpaglie.
La casa dei Pindari era stata costruita su un terreno in discesa, oppure in salita, come Giosuè specificava, perché le cose dipendono dal punto di vista. Quanto al giardino, a lui piaceva anche sbilenco, specie da quando si era dato il compito di badare con apprensione materna al muschio e all’agrifoglio. Il primo cresceva rigoglioso nelle zone d’ombra; l’altro un po’ più in alto, sbucando a cucù dal muretto divisorio. Da ogni lato arrivava il freddo della montagna, insieme al vento, il morso giornaliero del vento che rodeva persino i confini, ma Giosuè aveva costruito piccoli ripari che chiamava serre, anche se somigliavano più a rappezzi.
Le cose stavano così: doveva fare in modo che resistes­sero fino al giorno di Natale quando, ne era certo, sua figlia sarebbe tornata. Quel giorno si sarebbero divertiti a fare il presepe, con i monti di carta crespa che si sgonfiavano dopo due minuti, e con il fiume, che non poteva mancare (aveva già un piano: un po’ di fiumeterra raccolto in una conchetta con qualche foglia sui bordi, per gli argini). Con l’agrifoglio, invece, avrebbero fatto indispettire Nora che gli altri anni lo eliminava per tempo con le cesoie.
Ogni giorno, dopo l’ispezione e mentre risaliva le scale di casa, diceva fra sé che si può prendere il buono da quel che c’è. Il buono da quel che c’è, ripeteva.

Questo modo di ragionare per piccole cose, Giosuè Pindari aveva dovuto impararlo in fretta, insieme alla nomenclatura dei sentimenti.

Era sempre stato un uomo della concretezza, incline a confinare le emozioni in un ambito ingenuo, se non proprio patologico. Il suo ragionamento aveva riferimenti infallibili. Da quando era al mondo sapeva che, andando per gradi e nei tempi giusti, avrebbe migliorato la sua condizione rispetto a quella del padre, il quale aveva fatto lo stesso prima di lui.
Aveva frequentato la scuola pubblica. «Quanti ne ha salvati! Andavamo a scuola passando per le terre» diceva con voce rotta dal ricordo.
Con il pezzo di carta in tasca, quelli come lui avevano potuto sottrarsi al mestiere dei padri e sperare in meglio. Un’evenienza che non riguardava i benestanti – se non in certi momenti di euforia contestativa – giacché questi raramente si sottraevano al mestiere dei padri.
Aveva fatto il concorso pubblico per il posto fisso e lo avrebbe mantenuto fino alla pensione, che sarebbe arrivata intorno ai sessantacinque anni. Nel frattempo, avrebbe pagato le rate di un mutuo ventennale per costruirsi la casa e la retta per l’istruzione superiore dei figli che sarebbero venuti. La sanità pubblica era un segno di grande civiltà, e così le ferrovie dello Stato. Le poste italiane erano spesso inefficienti, ma i buoni fruttiferi più che sicuri. Ecco, il risparmio era un’altra voce fondamentale del suo ragionamento. A costo di sacrifici, avrebbe messo da parte un fondo di risparmi presso la Cassa Rurale, come una garanzia contro l’inaspettato, che era una cosa diversa dall’imprevisto. L’  inaspettato era una malattia, un incidente; l’imprevisto era, per lo più, frutto di un errore di valutazione: un tipo di errore che quelli come lui non potevano permettersi.
Dal giorno successivo alla pensione si sarebbe finalmente dedicato ai viaggi che non aveva fatto in precedenza, in compagnia della donna sposata trent’anni prima, la madre dei suoi figli, la moglie che è sempre la moglie. Se la fortuna gli avesse arriso avrebbe acquistato una casa per la villeggiatura, una villetta a schiera fronte mare, anche come investimento.

Su tutto aleggiava il Socialismo come sentimento, che conteneva ancora in sé qualcosa di antico, di ottocentesco e nobile. 

Esso s’incarnava nel Partito, che era di sinistra ma senza la durezza dell’altro che straparlava di indipendenza e libertà, ma usava la moralità come un’accetta e, a dirla tutta, era beghino.
In questo quadro di poche incertezze non era richiesto abitare una regione dell’anima, in quanto l’anima coincideva con il corpo e il corpo con il mondo: comprendere i meccanismi che muovevano le cose era già comprendere se stessi, senza morbose introspezioni né fanatismi sulla psiche
che finivano in drammi luttuosi. Se faticava a addormentarsi o si svegliava di soprassalto nel cuore della notte, risolveva non mangiando cibi pesanti la sera, o puntando la sveglia un’ora prima al mattino.
L’attitudine a sentire il vuoto, ad attraversare la morte nella vita, invischiandosi in questioni che non avevano alcuna aderenza alla realtà, era una sconsideratezza tipica di quelli come Nora, sua moglie, che per il troppo sentire, il percepire prima ancora di capire, erano lì per impazzire...

Quarta di copertina
"Se mi tornassi questa sera accanto" di Carmen Pellegrino, Giunti, 2017.

"Se mi tornassi questa sera accanto", memorabile incipit della poesia “A mio padre” di Alfonso Gatto, è il secondo libro di Carmen Pellegrino che racconta il delicato rapporto tra padre e figlia. Un romanzo sulla distanza, a volte abissale, che può esserci tra gli esseri umani, specie se si sono amati.
Giosuè Pindari - uomo antico, legato alla terra, alla famiglia e a un ideale politico - scrive lettere alla figlia Lulù, che se ne è andata e non dà più notizie di sé, e le affida alla corrente del fiume, arriveranno mai? Non è importante saperlo. In fondo il fiume, con le sue piene improvvise, sa sempre come arrivare a destinazione.
In quella distanza vive Lulù che d’un tratto, dalle sponde di un altro fiume - dopo l’incontro con Andreone, l’uomo “leggero” che aspetta la piena - è come se rispondesse alle lettere paterne, seguendo la corrente.

★★★★★

Il buon giorno si vede dal mattino, dicono, e un buon incipit e una copertina accattivante possono essere il perfetto bigliettino da visita di un libro.
Secondo voi, quante stelline si merita il biglietto da visita di questo libro?

Tutti i nostri incipit:


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Il blog culturale degli scrittori emergenti: letteratura, webmagazine, travel&living, arte, promozioni speciali e servizi editoriali.
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