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In primo piano

[Cinema] "Baby Boss", recensione (spoiler) di Elena Genero Santoro

Baby-Boss



Baby Boss

REGIA Tom McGrath 
PRODUZIONE DreamWorks Animation 
DISTRIBUZIONE 20th Century Fox 
SCENEGGIATURA Michael McCullers 
MUSICHE Hans Zimmer
ANNO 2017

DOPPIATORI ITALIANI
Massimo Rossi, Giulio Bartolomei, Marco Vivio, Alessandro Budroni, Rossella Acerbo, Luca Dal Fabbro, Francesco De Francesco, Paolo Lombardi, Fabrizio De Flaviis, Anita Sala, Emanuele Suarez, Anita Valenzi, Ludovica Modugno





Baby Boss, tornano le gag slapstick della Dreamworks: una divertente commedia per grandi e piccoli, che racconta cosa succeda in una famiglia quando arriva un nuovo bebè. Dal punto di vista del fratello maggiore.

Tim è un bambino di sette anni molto amato e coccolato dai genitori. Fin da subito viene esplicitato che la sua fantasia galoppa parecchio, per cui lo spettatore avrà sempre il dubbio che tutta la vicenda sia stata solo un sogno. O forse no.
La vita di Tim è perfetta, fino al giorno in cui i genitori non gli portano in casa un fratellino. Inizia per Tim un periodo di disperazione nera e di sensazione di abbandono: i genitori corrono perennemente per soddisfare i bisogni del neonato, che peraltro non viene mai chiamato per nome.
Io, come primogenita di tre fratelli, lo capisco molto bene. Il secondogenito ha sempre ragione, è quello piccolo, quello da difendere e da accudire. Quello che si dimostra fin da subito più in gamba del fratello maggiore, alimentando fior di gelosie.
Il nuovo arrivato è però un tipo particolare, veste in giacca e cravatta e orologio sul polsino e sembra molto consapevole del fatto suo. Finché una sera Tim non lo scopre parlare al telefono e capisce che quello non è un bambino vero.

Lo stesso fratellino, poco dopo, lo ammette: lui non è un vero neonato, è un medio dirigente della Baby Corp, un’azienda che sta tra le nuvole in cui lui è stato assunto dopo la creazione.

baby-boss-cartoon

E non ha mai avuto una famiglia. Tutti i dipendenti della Baby Corp hanno le sembianze dei neonati, anche perché bevono una formula particolare e non invecchiano mai. Ma lui è un boss: Baby Boss, e ha tutta l’intenzione di fare carriera alla Baby Corp. È arrivato nella famiglia di Tim perché in missione: nel mondo gli adulti iniziano ad amare i cuccioli più di quanto amino i bambini e lui deve sabotare la concorrenza, la ditta Puppy dove i genitori di Tim lavorano. Se ci riuscirà, sarà ben felice di tornare alla Baby Corp per ricevere una promozione.
A questo punto Tim e Baby Boss sono quasi costretti a stringere un patto per aiutarsi a vicenda: se Baby Boss tornerà alla Baby Corp, lui potrà riavere i genitori tutti per sé, come un tempo.
In seguito a varie peripezie Baby Boss viene a capo della sua missione e torna finalmente alla Baby Corp, dopo aver cancellato dalla testa dei genitori il ricordo della sua esistenza.
Ma avere cooperato tanto a lungo ha fatto sì che Tim e Baby Boss stringessero un legame, una fratellanza, e dopo che il piccoletto se n’è andato (in taxi, come era arrivato), gli scrive una lettera in cui gli chiede di tornare. Gli dice che l’amore non è qualcosa che si divide e che ce n’è per tutti, anche per i cuccioli e anche per i fratellini! Pure Baby Boss, che ha assaporato le gioie di una famiglia, prova nostalgia per le avventure vissute con Tim e a quel punto decide di tornare. Questa volta nasce come neonato vero, lasciando la Baby Corp e pure la formula che lo rende eternamente infante. L’accoglienza che gli riserverà Tim sarà del tutto diversa e il neonato avrà finalmente un nome. Si chiamerà Theodore.

Questo film di animazione ha il pregio di avere una trama ricca e senza cadute di tono o rallentamenti nel ritmo, cosa non scontata di questi tempi. 

Gli ultimi film di animazione che ho visto erano pazzeschi dal punto di vista della grafica, ma le loro trame erano abbastanza scontate. Con Baby Boss non ci si annoia. È una storia divertente e originale.
Poi, ovviamente, i piani di lettura di questo film sono molteplici: si parte dallo sfottò per la vita e per i valori dell’azienda e si arriva ad esplorare il controverso rapporto tra fratelli, il rifiuto iniziale e l’amore-odio che li lega in seguito.
Non è importante capire se la storia della Baby Corp sia reale o il frutto della fantasia di Tim. L’aspetto importante è che il neonato secondogenito è veramente un boss in famiglia: sconvolge i piani di tutti, ha richieste continue e condiziona un ménage che prima del suo arrivo era già ben rodato. Quindi Baby Boss è innanzitutto una metafora.
Oltre a questo, dopo un film di grande azione ed energia, colpisce il finale molto dolce e persino poetico. Quando Baby Boss, ora Theodore, arriva in casa, Tim esclama estasiato “Il mio fratellino!” e io non ho potuto fare a meno di commuovermi ricordando il momento in cui ho conosciuto mia sorella. Io avevo tre anni e mezzo e lei era un batuffolo rosa in una culla di paglia. Ho pensato che fosse bellissima. L’ho amata da quel momento.



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Elena Genero Santoro
Ama viaggiare e conoscere persone che vivono in altri Paesi. Lettrice feroce e onnivora, scrive da quando aveva quattordici anni.
Perché ne sono innamorata, Montag.
L’occasione di una vita, Lettere Animate.
Immagina di aver sognato, PubGold.
Un errore di gioventù, 0111 Edizioni.
Gli Angeli del Bar di Fronte, 0111 Edizioni.
Il tesoro dentro, 0111 Edizioni.

About Elena Genero Santoro

Il blog culturale degli scrittori emergenti: letteratura, webmagazine, travel&living, arte, promozioni speciali e servizi editoriali.
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