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In primo piano

[Inediti d'autore] "I due forestieri", racconto di Ettore Boles

racconto-inedito-viaggio-papua

I DUE FORESTIERI

Papua Nuova Guinea. Faceva parte dell’avventura, partire senza avere la minima idea di dove andare; ma faceva più avventura non saper neppure dove alloggiare. Il primo mese lo passammo in un alloggio di transito presso l’episcopio del nostro amico Bishop, cioè la casa del Vescovo. E mentre ci “acclimatavamo” all’ambiente, al nuovo contesto, fra un progetto e l’altro, un laico missionario, Severino, assieme a un gruppo di operai, diede il via ai lavori per la costruzione della nostra casa. L’avevano pensata in cima a una collina, nella zona chiamata Lote Mission, ex base di missionari e volontari australiani, che nei primi anni sessanta erano sbarcati per mettersi al servizio degli autoctoni.
A quel tempo non c’erano i mezzi di oggi: quarant’anni fa questi valorosi, così li dovremmo ricordare, una volta sbarcati ai piedi della collina, caricavano tutto in spalla per iniziare la missione, un po’ come i vecchi pionieri del far-west. Una volta costituito il campo base, si addentravano all’interno, nella pancia della foresta, in cerca di tribù, alcune fra le ultime ancora in attesa di essere scoperte dall’uomo bianco. Missionari religiosi e laici facevano lunghe marce con lo scopo di stabilirvi nuove missioni, nuovi punti di riferimento, portare materiali e individuare terreni adatti da spianare per la realizzazione di piccoli airstrips, necessari ai collegamenti aerei. Erano gli “apri pista” di ciò che, a volte impropriamente, chiamiamo sviluppo. Trasportavano pezzi di trattore in spalla e rimontavano tutto per le nuove fattorie, come pure si dedicavano alla cura dei malati, alla costruzione delle prime scuole e via dicendo. Ai tempi, ai suoi albori, il volontariato non era il “mordi e fuggi” di oggi: si partiva mettendo in conto di donare completamente se stessi al mondo, e ciò comportava periodi medio-lunghi di assenza dalla propria terra di origine, se non addirittura tutta la vita!
Nei miei tre anni di permanenza in Papua, ho potuto constatare di persona quanto, anni addietro, avessero compiuto queste persone generose, di grande audacia e valore morale.

La casa sulla collina, semplice ma dignitosa, aveva tutto quanto ci potesse servire.

Una camera principale, una seconda cameretta di circa due metri quadrati con dei letti a castello, per gli eventuali ospiti, una stanza centrale che fungeva sia da cucina sia da sala da pranzo e un bagnetto, con tanto di doccia e sanitari; il tutto racchiuso in poco più di quaranta metri quadrati.
Era stata costruita in parte in legno, in parte in lamiera, il materiale di rivestimento dei container. Sul tetto, anch’esso in lamiera ondulata per raccogliere l’acqua piovana, era posto un pannello solare per l’acqua calda. Una cucina a gas e un frigorifero ci ricordavano la modernità, in contrapposizione al fuocherello e ai contenitori di fibra naturale, utilizzati dai nostri vicini di casa, i nativi.
Insomma, non c’era proprio da lamentarsi. Inoltre, innalzata tipo palafitta, si evitava l’intrusione di animali indesiderati, come i serpenti. La base di cemento della casa-palafitta era posta su una piccola spianata di terreno. Tutt’attorno, gli alberi fitti, dai quali emergevano verso l’alto fumi di fuoco, segno di una presenza umana.
Tuttavia, la casa era stata costruita senza tenere in considerazione quanto nel tempo gli habitants avevano fatto con le proprie capanne: l’unica imperfezione era, infatti, la posizione della casa, che non permetteva di far entrare aria. Le grandi finestre erano state messe nella direzione perpendicolare al tiro del vento, sicché quando c’erano grossi temporali, talmente forti da piegare le piante di cocco, in casa non c’era neppure un sottile spiffero. “Osserva, sperimenta e impara” era il titolo di un vecchio libro di scuola che esprimeva bene il concetto: noi “bianchi”, i “wally”, così eravamo chiamati dai nativi, non eravamo stati in grado di osservare e di imitare quanto, nei millenni addietro, la gente del posto aveva sperimentato con successo. Per questo, e anche a causa dei materiali con cui la casa era stata costruita, si soffriva sempre il caldo umido.
Eravamo isolati da tutti e la notte avvolgeva la casa con la sua oscurità. L’energia elettrica era presente per poche ore al giorno, creata e distribuita da un vecchio e rumoroso generatore ancora in vita, grazie ad assidue “cure”. La nostra risorsa idrica era l’acqua piovana, senza sali minerali: a me spettava il compito di bollirla nei grossi pentoloni, la sera, dopo il rientro dalla giornata lavorativa.
Posso dire di aver sperimentato la capacità di adattamento dell’uomo. Senza corrente la sera, mangiare, conversare, leggere per ore al lume di candela. Acqua quotidianamente razionata. Il frigorifero era sempre vuoto e le nostre derrate alimentari lasciavano proprio a desiderare.
La collina sovrastava la baia di Vanimo e la casa era un buon punto di osservazione. All’inizio non ero tanto abituato ai rumori della foresta, alflap flap delle ali dei grossi pipistrelli-volpe che si cibavano dei manghi pendenti dall’albero il vicino a casa, al cinguettare forte e stridente di uccelli di ogni specie, alle luci, grandi come lampadine, emesse dalle lucciole, ai passi dei cacciatori notturni che con arco e frecce cercavano i tree-kangoroo, i piccoli marsupiali d’albero. Questo eco-sistema che circondava la casa, era fatto anche di cicale, di ragni, di termiti e di quant’altro la natura potesse rappresentare. La Croce del Sud, alta e ben visibile nel cielo, mi ricordava di essere agli antipodi del mondo. Le canoe dei pescatori del piccolo insediamento, Lido Village, posto ai piedi della collina, che con la loro lanterna illuminavano le reti gettate nel mare, il frangersi delle onde, il loro sbattere sullo scoglio. La notte. L’alba. Il tramonto. Come velocemente arrivavano, velocemente se ne andavano: erano questi i momenti di vita, vera e genuina, che mi ricordavano la bellezza del creato.

Un sabato pomeriggio, ossessionato dalla presenza di serpenti, mi misi con una tanica di benzina a far pulizia intorno alla casa.

Senza esitazione bruciai cumuli di foglie, di sterpaglie secche e di legni d’ogni genere. Non sapevo che queste cose fossero la materia prima dei nostri vicini di casa, raccolta con pazienza e fatica, perché necessaria alla cucina quotidiana. Mi sembra di vedere ancora i bambini, sette o otto, che correvano nudi con le loro cerbottane, gridando alla vista delle fiamme alte. Erano i figli di August e di Lucy, una giovane coppia al servizio della stazione missionaria, tutti maschi, concepiti nella speranza di dare alla luce una bambina, unica fonte di ricchezza della famiglia. Secondo le consuetudini, infatti, in caso di matrimonio della figlia, la famiglia ha diritto al “bride price”, il prezzo della sposa, la quale riceve in dote molti doni. Al mattino, mentre noi facevano solitamente colazione con una tazza di tè e biscotti, loro perlustravano attorno in cerca di frutti e nidi da abbattere con le loro fionde: era questo il loro primo pasto.
E poi, mentre me ne stavo seduto in veranda a godere del sole, riposandomi dalla settimana lavorativa, scorsi due persone che stavano risalendo il sentiero verso la collina, proprio in direzione della mia casetta. Corporatura massiccia uno, alto quasi due metri, indossava una camicia a maniche corte e pantaloni color militare; gli occhiali sul volto squadrato gli davano un’aria da intellettuale. L’altro, invece, di struttura fisica più esile, più basso di statura e dal volto più affusolato, vestiva calzoncini corti e una maglietta sbrindellata. Portava a tracolla un tascapane. Dal loro aspetto, si potevano già intuire molte cose: entrambi scuri di pelle, non avevano tuttavia le linee somatiche e neppure i capelli ricci e crespi dei locali, il cosiddetto stile “fuzzy wuzzy”, come viene chiamato dagli australiani.
Mi chiesi chi fossero quei due; non avevo visite di ospiti in programma e la cosa m’incuriosì un po’. Decisi di andare loro incontro per presentarmi e per vedere se servisse qualcosa.
Ci presentammo, ci stringemmo le mani, e poi iniziai con le domande di rito: “Chi siete? Da dove venite? Chi state cercando?”
Cercai di inquadrare i due soggetti per provare a capire cosa volessero. Mentre conversavo in inglese con quegli sconosciuti, uno di loro mi chiese da dove provenissi: risponsi che sono italiano, di Bergamo. Il tizio disse allora di conoscere la mia città e pure qualche parola di bergamasco, e aggiunse che a Bergamo faceva il “vucumprà”.
«Proprio così», affermò Cristopher, camerunense clandestino, in giro per il mondo.
L’altro, il suo compagno di ventura, o sventura, era John Paul, un giornalista afro-americano. Chiesi loro il motivo per cui si trovavano in Papua e iniziò così il racconto della loro avventura.
La storia aveva dell’incredibile.
Il primo, Cristopher, con il sogno di raggiungere la “terra promessa”, l’Australia, sinonimo di felicità, ricchezza e futuro tranquillo, si era imbarcato da clandestino sulle navi di mezzo mondo e così dall’Italia aveva raggiunto Capo Nord da dove poi, di nave in nave, di peripezia in peripezia, con quale mese di viaggio, era arrivato nelle Filippine. A bordo di piccole navi di mercanti, giunto in Indonesia, era stato arrestato per entrata illegale nel Paese; dopo qualche settimana di duro carcere era stato accompagnato alla frontiera con la Papua, e così aveva proseguito il suo giro intorno al mondo.
Il secondo, John Paul, visto come “osservatore scomodo”, da giornalista dichiarato in cerca di reportage su Timor Est, era stato compagno di cella di Cristopher; una volta riacquistata la libertà, avevano deciso di proseguire il viaggio insieme, seppure con diverse destinazioni finali.
Cristopher mi raccontò, parlando con il suo italiano stentato, che, appena oltrepassata la frontiera “naturale” fra Indonesia e Papua, la gente del primo villaggio, Wutung, lo aveva chiamato “nigher” (per gli habitants, la parola non aveva alcun senso dispregiativo, in pidgin-english una persona viene chiamata così semplicemente per il colore della sua pelle).
Ma Cristopher, che aveva girato il mondo, soggiornato fra Bergamo e Brescia, non conoscendo il pidgin, aveva interpretato quel “nigher” come una parola dispregiativa. Mentre si sfogava parlando del carcere, aggiunse: «a me, darmi del nigher, quando loro sono ancora più neri!».
Eravamo in un posto isolato, sperduto, sulla collina circondata da una fitta foresta, a ventimila chilometri di distanza dal mio paesello di origine e, fatta eccezione per poche altre situazioni che sono poi susseguite, il mondo non mi era mai sembrato così piccolo come quella volta.

Invitai i due avventurieri a entrare in casa, offrii loro del cibo e delle bevande e poi andai in cerca di qualche missionario che potesse trovare loro un alloggio, almeno per il fine settimana.

Il lunedì mattina, li accompagnai in città, a Vanimo: la necessità era di acquistare un biglietto aereo per Port Moresby. Chiesi se avessero soldi a sufficienza, visto che erano clandestini, non volevo che, con la scusa di chiamarci tutti “fratelli”, dessero per scontato che avrei messo io mano al portafoglio! Mi rispondono di star tranquillo, che avevano tutto: dalle loro tasche affiorarono più di seicento dollari americani, giusto il necessario per far fronte a un volo interno servito da una compagnia aerea locale, la cui flotta era costituita da un solo piccolo bimotore con trenta posti. Non indagai sulla provenienza dei fondi, non volli rischiare di essere troppo coinvolto nel favoreggiamento alla clandestinità!
Uno dei due, Cristopher, la parte del clandestino la conosceva bene. Mentre ci dirigevamo in auto verso la banca era sempre in allerta: “Attento” di qua, “Attento” di là, ora “Rallenta” e così via con le raccomandazioni.
Mi feci consegnare i soldi, mi presentai davanti l’impiegato dell’unica filiale della WestPac Bank e, passaporto alla mano, cambiai i dollari in kina, la valuta locale. Il gioco era fatto: per i voli interni il passaporto non era più richiesto, l’importante era avere il “grano” per comprare i biglietti.
Chiesi loro quali intenzioni avessero. Cristopher mi disse che l’Australia era là ad aspettarlo e John Paul desiderava raggiungere quanto prima la capitale per mettersi in contatto con il proprio giornale: lo scopo era ritornare definitivamente in America oppure tentare un rientro in Timor Est per altre vie.
Diedi loro qualche razione di cibo per il viaggio, ci stringemmo la mano e ci augurammo buona fortuna.
Mentre Cristopher cominciava ad avviarsi verso la scaletta del piccolo aereo, gli porsi un’ultima domanda: «Che cosa hai intenzione di fare senza passaporto? Sai che non è facile raggiungere l’Australia, il Queensland, da clandestino? Lo sai che se ti prendono ti mettono in un campo di concentramento: sono questi i Campi di Soggiorno Temporaneo australiani!».
Cristopher, sereno, con la tranquillità e la sicurezza di chi nella vita ne ha viste e affrontate tante, rispose: «Fratello, la mia faccia è la mia carta d’identità, il volto dice chi sono».
«Beh - dico io - la cultura africana è una cosa, le regole del mondo sono un’altra!».
Gli diedi una pacca sulla spalla con la raccomandazione di stare attento.
Dopo pochi minuti, l’aereo decollò e guadagnò lentamente quota verso il cielo.
Finisce così la storia di un incontro: per John Paul, penso, non ci saranno stati problemi, avrà certamente chiarito la sua posizione e avrà fatto ritorno in patria senza troppi ostacoli. Chissà invece che fine avrà fatto Cristopher, se definitivamente sistemato negli spazi sconfinati dell’Australia oppure se ancora in giro intorno al mondo, da clandestino. Di lui non ho saputo più nulla ma mi piace immaginarlo sorridente, nella sua “Terra Promessa”, a godere il resto dei suoi giorni.


Ettore Boles
Nato il 30 novembre del ‘61, settimino, assieme ad altri due gemelli, Gabriele e Luigi. Credo di aver sempre desiderato, fin dai primi passi della mia Vita, esplorare il mondo che mi stava attorno. Successe che un giorno, assieme ai miei fratelli, a carponi m’infilai per la strada antistante il nostro giardino, passando da un buco fatto nella rete del box in cui ci trovavamo a giocare. Da allora ne ho fatti di passi… o meglio di strada, e così un bel giorno sono arrivato fino agli antipodi del mondo, nella lontana Papua Nuova Guinea. Come Forrest Gump, mi sono messo a correre… e non so ancora quando mi fermerò per far ritorno. Ogni tanto, sostando, trovo il tempo di scrivere qualche riga affinché nulla vada perso nell’oblio del tempo.

About Stefania Bergo

Il blog culturale degli scrittori emergenti: letteratura, webmagazine, travel&living, arte, promozioni speciali e servizi editoriali.
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